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È incredibile: mi allontano un attimo (beh, effettivamente qualcosa di più lungo di un attimo) e cose incredibili decidono di accadere.

(No, non mi sto riferendo al novo DDL D’addario che, con la scusa di impedire ai giornalisti di pubblicare le intercettazioni, impedisce ai magistrati di farle. Non mi sto riferendo nemmeno al fatto che il nostro Premier da 15 anni è Silvio Berlusconi. E nemmeno alla proposta della Gelmini di far iniziare le lezioni della scuola dell’obbligo ad ottobre).

Mi riferisco, per esempio, al “caso letterario su internetThomas Leoncini: “giovane e bello come un tronista” è invece (purtroppo) un poeta. Di quelli cuore-amore che (a suo dire) scrive canzoni senza musica. Il problema è che qualcuno dovrebbe ricordargli che invece fa (e non “è”) il poeta.

Deve essere stato lui a proporre Musica e Parole. 10 in poesia, un cd nel quale fantastici protagonisti di Amici della De Filippi e altri personaggi dello spettacolo altrimenti disooccupati letteralmente ammazzano dieci tra i più bei pezzi poetici della poesia dell’ultimo secolo. Le musiche sono di Loriana Lana, quella di Meno male che Silvio c’è, quella che scrive le canzoni a quattro mani col premier e le musiche di Apicella. Read the rest of this entry »

(di Enzo Campi su PoetarumSilva)

navigavo

dolente e mesto

in sete di ragione

caracollando appena e solo a tratti

rapito dal rollio dell’idea

di un infinito che rifluiva lento

in moto impercettibile  e indefinito

quasi fosse lui l’unico e solo silenzio da glorificare

fluivo

indolente ed ebbro

in fame d’intelletto

sopravanzando appena il senso

carezzando il pelo umido di quel balsamo

che riluceva cristallino

sulle onde schiumose del fiume del destino

inarcando lo sguardo

verso la luce mansueta

che frange in strali la tenebra notturna

questo allora

in quell’ora andata

persa nel riverbero del ricordo

per l’appunto tempo odierno

mai pago

che ricorda il tempo andato

e che ancor si ripropone

come strascico reiterato

in pulviscoli d’ore esautorate

dalla seconda ora della notte

alla settima ora del meriggio

un flusso ininterrotto

un fiume di parole

è questo forse il mio tempo?

sono  forse il solo

che si ostina a vanificare

il finito nell’infinito?

mi si consenta allora

una chiave  di violino

un tempo musicale in cui riversare

l’innata melodia di un astro

che si forgia

in strali di tepore conclamato

mi si permetta allora

un’elegia che possa dipanarsi

a colpi di pennello

come in un quadro dove

all’ombra di una fonte catartica

le dita di pietra

della mano del creatore

mostrano alla furia dello sguardo

quell’ovo

dalla cui frattura fuoriesce un fiore

mi si conceda allora

di rinnovare  lo sguardo verso l’alto indefinito

verso quel dove in cui lo stesso fiore si slancia

offrendo la sua corolla

all’ingordigia dell’insetto che

per gettare in pasto al tempo un altro figlio

deve nutrirsi della linfa

estirpata a piene mani

dal midollo del pensiero

mi si svilisca allora

nell’idea di una ragione

che induca il senno a basculare ancora

sul rollio cadenzato dell’onda

per immaginare quel tempo primigenio

preadamitico e fulgente

in cui defaticare

quei passi ininterrotti

che si illudono di travalicare

la linea di confine

che divide il presente dal futuro

mi si deluda infine

nel negare che c’è un tempo

oltre il quale

ci si rifugia

che c’è un tempo

oltre il quale

tutto tace

in moto lento e impercettibile

là dove la sola pura idea

di un decorso universale

è già predisposizione

al divenire e al regredire

nel cerchio del destino

percorrendo la frattura a piedi scalzi

per l’appunto in circolo:

l’eterno ritorno ci si chiede in coro

o invece il ritorno dell’eterno?

tempo

ebbro e pieno

eppur svuotato e cavo

una ruota che gira e in cui cullarsi

nell’eco suadente del rumore

della barra del timone

che taglia l’acqua

quasi fosse una croce

i cui bracci si stendono

lesti e lineari

verso ognuno dei quattro punti cardinali

come a farci intendere

che non ci si può sedere sugli allori

e che non basta tripartire il tempo

in passato presente e futuro

in verità c’è bisogno di un quarto tempo

quel tempo che respiriamo

sulle onde del fiume del destino

cullati dal felpato dondolio del battello

che scorre lento e mesto

a braccetto con l’eterno

là dove coesistono

in un tempo unico

i fasti del passato

l’elegia del presente

e l’utopia del futuro

e dove ci si chiede

perché non sia possibile ribaltare

quell’implacabile decorso

che vuole

sempre e comunque

che la terza ora della notte

debba confluire nella quarta

e la quarta riversarsi sempre nella quinta?


Futuro Semplice

Gianni Montieri

Collana Erato Lietocolle, Milano, 2010 ISBN 978-88-7848-546-4


“io, io non lo so davvero
se saprò dare un senso
alle porzioni monodose, alla cottura crisp
addormentarmi voltato dal tuo lato
senza tremare, senza farci caso.”

(di Giovanni Catalano su PoetarumSilva)

Il futuro semplice è una forma verbale del modo indicativo, indica situazioni ed eventi presenti e futuri che risultano, in qualche modo, incerti. Poesia narrativa in potenza, poesia di situazioni sospese (“l’istante in cui si mischiano i corpi / sulle scale della metropolitana / quando nulla pare deciso”), come in attesa di fissarsi definitivamente nella memoria (“un ricordo appeso a un chiodo / una voce sentita alla radio”) o di compiersi, di adempiersi. Poesia che scava sotto la superficie del quotidiano alla ricerca di un “ordine necessario” che dia conto della complessità del mondo e dell’animo umano. E lo fa nel modo più giusto, credo: puntando alle eccezioni, insistendo sui difetti d’esistere (“chiudo gli occhi, respiro piano / e questo è il limite”), sulle debolezze (“non abbiamo retto”). Denunciando le anomalie (“cos’ha Milano che non va?”). Insinuando il dubbio che proprio tra gli errori e le irregolarità possa presentarsi una via di fuga, un’ancora di salvezza.

È il tipico atteggiamento chi sta testando una piattaforma, di chi sta accertando i bachi di un sistema, di chi sta “certificando”. Identità, appartenenza (“più che somiglianza”). Libertà (“non essere bandiere” ma “chiedersi del volo”). Non è dato sapere se dagli errori si possa imparare (“Imparassimo almeno dalle foglie / cadere nella stagione giusta”). Gesti come quello di “riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale” o “annusare il caffè prima di berlo”, sono gesti minimi, consacrati a un’abitudine che si fa natura seconda. È una semplicità conquistata a caro prezzo, la semplicità della “mano che chiede alla rosa/di non sentir paura mentre l’altra pota”, semplicità del sacrificio, della rinuncia (“le parole tronche, questo conta / sono tutti i miei risparmi”). È la semplicità di chi riconosce una continuità nel divenire, di chi cerca di adattarsi ai cambiamenti senza tradire una propria natura (idea che pure è incerta e mutevole), a ogni nuovo – sia esso previsto o imprevedibile – avvicendamento di pieni e vuoti (“restare in una stanza vuota/a noi non è concesso”), di migrazioni, di stagioni (“si fa finta di essere uguali”).

“Il cliché urbano”, ben dice Mary B. Tolusso nella sua precisa e attenta prefazione, “è esperito in una sorta di teatro di rinvii dove le cose, il clima, i colori, riflettono orizzonti interiori mai pronunciati”. Riecheggia la poesia del Novecento, tra i tanti nomi viene in mente l’ultimo Montale soprattutto, quando la presenza di un oggetto sembra rimandare ossessivamente all’assenza del soggetto umano di riferimento (“le scarpe fuori posto”, “un nome al suono della sveglia”). C’è un’ipotesi di contatto o di scambio tra soggetto-oggetto, anche se spesso inconcludente (“non ci sfioriamo, non ci parliamo”), un tentativo di accorciare le distanze, tagliare le curve (“coltiviamo speranze in curva / non avendo mestiere per i rettilinei / nessuna competenza / sui tratti autostradali”). Ha a che fare con un‘idea di poesia vicina al “confine”, di “retroguardia”. È una poesia che è luogo di contraddizioni coraggiose come la Milano di cui si nutre (“Io Milano l’ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del naviglio”), una Milano città della mente e dell’anima, emblema di tutte le grandi città che “si espandono verso l’alto” e in basso lasciano voragini di incomunicabilità, Milano di “spazi angusti”, senza metri. La stessa verticalità metropolitana (“è pieno di gru”) sembra ammonirci che più si sale in alto e più la caduta sarà inevitabile e dolorosa. Ma anche che tutto ciò che conta ha a che fare con la caduta: si cade felici come si potrebbe cadere innamorati o malati (“la felicità è un abisso”). Se, in Montieri, l’alto e il basso, il prima e il dopo, sono categorie che andrebbero riconsiderate. Qui il futuro viene prima del presente, ha una priorità gnoseologica e ontologica. Non c’è presente senza un progetto di futuro. Se il futuro è un mare davanti al quale pare possa essere finalmente possibile “per una volta non accontentarsi”.