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Si, perché dev’essere di questo che si tratta: senilità. Non riesco a trovare una spiegazione più plausibile alle giustificazioni che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha offerto ai cittadini per motivare l’ennesima concessione sottoforma di firma al Governo Berlusconi. Ha ragione Antonio Tabucchi quando afferma che nessuno obbliga Napolitano a fungere da garante della Costituzione Italiana presso il quirinale e che, a 80 anni suonati, sarebbe meglio che si ritirasse a vita privata.

È grave che per consentire al “principale partito politico” (e chi lo ha detto?) di partecipare alle elezioni regionali, si faccia un decreto ad-hoc all’ultimo minuto sotto minaccia, contravvenendo ad una legge costituzionale che vieta rigorosamente la possibilità di decretare in ambito elettorale. È grave anche che tale decreto, oltre ad essere ingiusto perché accorso in aiuto solo ora a discapito dei partiti distratti del passato, è ingiusto anche perché include alcune liste e non ne salva altre (in base a quale principio di priorità non ci è dato sapere). Ma la cosa più grave in assoluto è l’ennesimo precedente che tale decreto viene a costituire. Il rischio è che l’operazione interpretativa che oggi vorrebbe reintegrare alcune liste escluse da un difetto di forma (consegna delle stesse oltre i tempi prestabiliti) potrebbe essere utilizzata in futuro per questioni ben più delicate, magari decidendo chi può e chi non può partecipare alla prossima tornata elettorale nazionale.

È l’ennesima dimostrazione del modus operandi del partito del fare (come gli pare): le leggi non sono un limite a-priori, ma una giustificazione a-posteriore dei propri atti. Senza dimenticare il fatto che Mussolini esautorò il Parlamento non con le armi, ma a colpi di leggi.

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La maggioranza sta terminando la messa a punto dell’ultima porcata: la legge del processo morto. Forte del passato appoggio alle precedenti porcate da parte del Presidente della Repubblica, nemmeno si pongono il problema dell’incostituzionalità: sicuramente non incontreranno ostacoli e tutto filerà liscio, prima con la fiducia e poi con la firma di Napolitano, soprattutto dopo la ramanzina di Vespiana memoria che il Premier fece al Capo dello Stato per il risultato negativo che il Lodo Alfano ottenne al giudizio della Commissione Costituzionale.

Se è vero, come sembra che sia, che la legge sul processo breve non incontrerà ostacoli, sarà davvero una svolta nella giustizia italiana: se fin’ora ci si è preoccupati che la legge fosse uguale per tutti, dopo la legge-porcata verrà approvata, bisognerà iniziare ad assicurarsi che la legge non sia uguale per troppi. Una questione che la maggioranza (e non solo, vedi Casini) sta utilizzando come arma ricattatoria. Ormai lo dicono senza timore e peli sulla lingua: se non volete che la stragrande maggioranza dei processi in atto venga mandata a puttane, fate in modo di mandare a puttane solo quelli del Premer (che di puttane se ne intende).

Un timore che preoccupa l’ex Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, il quale – dalle colonne di Repubblica – fa sapere che

“Io non do consigli a nessuno, meno che mai a chi mi ha succeduto al Quirinale. Ma il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione. Se una legge non va non si firma. E non si deve usare come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta, il presidente è poi costretto a firmarla. Intanto non si promulghi la legge in prima lettura: la Costituzione prevede espressamente questa prerogativa presidenziale. La si usi: è un modo per lanciare un segnale forte, a chi vuole alterare le regole, al Parlamento e all’opinione pubblica”. Ciampi non nomina Napolitano, ma fa un riferimento implicito a Francesco Saverio Borrelli: “Credo che per chi ha a cuore le istituzioni, oggi, l’unica regola da rispettare sia quella del “quantum potes”: fai ciò che puoi. Detto altrimenti: resisti”.

Insomma, come dire: Napolitano, non firmerai mica anche questa? Ha ragione Berlusconi: maledetti comunisti.

Questo è il testo che ho spedito alla casella postale della Presidenza della Repubblica. Probabilmente farà la stessa fine della mia firma, ma io – a differenza di “Qualcuno” – possiedo ancora il sentimento del gesto.


Egregio Presidente Napolitano,

è con tristezza e disappunto che apprendo dai giornali il Suo appoggio incondizionato e senza remora  alla legge sullo scudo fiscale, che ora porta la Sua firma in calce.

Lei  giustifica la sua scelta affermando che chi le chiede di non firmare “non conosce la Costituzione” e che per questo non sa che “non firmare non significa niente” poiché “nella Costituzione c’è scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi, il Parlamento rivota un’altra volta la stessa legge e a quel punto io sono obbligato a firmare”.

Io, Signor Presidente, non sono un esperto costituzionalista né un profondo conoscitore dell’economia.

Io, Signor Presidente, sono un semplice cittadino italiano, ancora figlio degli insegnamenti dei suoi genitori e futuro padre con la responsabilità – a sua volta – dell’insegnamento, che crede che un gesto valga più di mille parole e doveri istituzionali.

Io, Signor Presidente, sono tra coloro i quali credono che non bisogna essere esperti giuristi o grandi menti economiche per capire l’inaccetabilità di una legge che – di fatto – istituzionalizza la frode fiscale.

Io, Signor Presidente, sono tra coloro i quali pensano che rimandare la legge alle camere sarebbe stato un grande segnale di rifuto, anche quando – per questioni costituzionali – non avrebbe portato a nessun risultato.

Io, Signor Presidente, sono tra coloro i quali antepongono alle sue giustificazioni istituzionali un principio che recita così: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”.

Vista la Sua figura di uomo delle Istituzioni ed esperto costituzionalista, non credo ci sia bisogno di ulteriori spiegazioni.

Distinti Saluti,



Potete inviare i vostri ringraziamenti al Presidente Giorgio Napolitano qui. Copiate e incollate la lettera sopra, oppure scrivetene una vostra.