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Petizioni 2.0: Saviano e le proteste ai tempi di Facebook

 

E sempre a proposito di contesto, ieri è comparsa una intervista a Roberto Saviano su La Repubblica, con video messaggio annesso (sopra). L’uomo non ha certo bisogno di introduzioni, l’oggetto è il processo breve. Saviano commenta l’approvazione della legge al Senato affermando che “E’ una legge che una larga parte del Paese non approva” e che determinerà la morte di importanti processi come Spartacus, le morti sul lavoro, i vari crack degli ultimi anni e chi più ne ha più ne metta.

Saviano è indignatissimo – quasi gli trema la voce! – soprattutto perchè la petizione firmata da più di 500.000 persone per fermare la legge in questione non sembra sia servita a granchè. Sbollirà le ire con un seminario alla Normale di Pisa sulla criminalità organizzata.

Nel frattempo, chissà se gli verrà in mente di organizzare un’altra protesta, prima che la legge venga confermata alla Camera. Come per esempio: io, Roberto Saviano, non pubblicherò più i miei libri (gli unici al mondo che fanno tin-tin quando li sfogli) per la Mondadori. Ai “dissertori” si uniscono gli intellettuali-scrittori…

P.S.: chiunque stia leggendo il post maledicendomi con una bambolina voodo, prima che mi dia il colpo di grazia vorrei dirgli che non sono lo stronzo che pensa che io sia. Apprezzo molto Saviano ed il lavoro che fa mettendo in serio pericolo la sua vita e pagando pesanti conseguenze (anche se a lui tutto questo un po’ piace). Dico solo che nella società 2.0, io compreso, sembra ci si stia dimenticando di ciò che fa veramente la differenza nella realtà: i fatti. Ormai chiunque crede di aver contribuito un po’ a cambiare il mondo iscrivendosi alla fan page di Falcone (però poi vota PDL), oppure firmando una petizione contro lo scioglimento dei ghiacciai (e mentre lo fa ha i termosifoni a gasolio a palla e la finestra aperta). Le firme e le petizioni vanno bene, ma andrebbero accompagnate da fatti concreti. E, visto come stanno le cose, il successo di Facebook mi inizia a preoccupare.

Berluscolandia trema

Il Regno di Berluscolandia trema. Il caso Marrazzo scompare dalle pagine dei giornali per lasciare spazio alle incredibili dichiarazioni di Spatuzza, un amministratore di Mafiolandia che accusa Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri di essere dei mafiolandesi travestiti da comuni abitanti del regno. Dichiarazioni che sconvolgono l’opinione pubblica e che fanno gridare allo scandalo la maggior parte dei media i quali, evidentemente, non ricordano come le stesse identiche cose furono affermate già una decina di anni addietro da un altro mafiolese coi rimorsi, Francesco Di Carlo.

Così, mentre Marcello Dell’Utri si difende indossando brillantemente i panni dell’ospite-vittima seduto nel salotto dell’insetto-giornalista, l’imperatore, zitto zitto, effettua le prime prove tecniche di fuga lampo durante la inaugurazione della TAV a Torino, proprio il giorno in cui, in centinaia di piazze italiane e quarantacinque città estere, il popolo manifesta a favore di una detronizzazione del re.

Nel frattempo, la seconda personalità di Fini, un vassallo di corte, si fa sempre più pressante, costringendo il povero vassallo a dichiarazioni schizofreniche e contrastanti rispetto alla sua identità primaria. Prima firma la legge sull’immigrazione con Bossi “ce l’ho duro”, l’uomo di corte con la più elevata assuefazione al viagra dopo l’imperatore, e poi si pronuncia in favore del diritto di voto agli immigrati e dà degli stronzi ai razzisti in presenza di un gruppo di bambini rom e etnie varie. Il suo disagio psicotico, in una escalation inarrestabile, lo ha anche spinto ad affermare (convinto che non lo ascoltasse nessuno) che l’imperatore deve farsi processare da quegli esseri abominevoli e antropologicamente diversi dei magistrati, in cui egli ripone piena fiducia, scatenando le ire del re e dei suoi più fedeli servitori. Tra questi ultimi, Vittorio “Bau-Bau” Feltri, l’animale più fedele subito dopo le squillo di Tarantini, e Maurizio Belpietro, su cui non mi esprimo perchè mi è stato insegnato di avere rispetto per chi è diversamente abile.

In tutta questa confusione, il partito dell’opposizione si è scisso in più di due per solidarietà a Fini, che rischia di essere psichiatrizzato. Alcuni sono scesi in piazza durante il No Imperatore Day, senza salire sul palco per paura di essere spinti di sotto; Violante, il primo bambolotto antimafia che se gli premi la pancia dice “mi sono dimenticato di dirvi che ero stato invitato a colloquio da Ciancimino”, è andato in TV a dire che lo scontro tra due poteri potrebbe portare al collasso di entrambi, quindi meglio non far processare il re così tutti possono vivere felici e contenti. Bersani, invece, non ha partecipato alla manifestazione per ritirarsi nelle sue segrete stanze e pensare ad una soluzione politica con cui battere l’imperatore dispotico. Da allora, non è mai uscito. Tranne una volta per andare in bagno, con una evidentefuoriuscita di sangue dal naso, probabilmente dovuta allo sforzo intellettivo.

Per fortuna, in questo marasma generale, qualcosa di buono c’è stato: grazie a Report, la trasmissione di Milena Gabanelli in onda fino a quando Rai Tre non diventerà solo regionale con dei buzzurri che parlano un dialetto sconosciuto, è riuscita a far recuperare il tesoro nascosto di Tanzi “te lo do io il latte” in quadri ed opere d’arte del valore di svariati milioni di euro. Siccome però, molto probabilmente, si farà la riforma del processo morto, l’ex presidente della ParmaCrack se n’è sbattuto le palle.

Notte tempo, nonostante il ponte per il ponte dell’immacolata e la settimana del poker mondiale, il parlamento è riuscito a presentare l’ultima finanziaria: solo un miliardino di euro lo prenderanno dagli intrioiti dello scudo fiscale, perchè gli “utilizzatori finali” dello scudo non ricordano dove hanno seppellito il resto dei contanti da far rientrare (sono al momento in corso svariate ricerche, soprattutto nel siciliano); circa un terzo della manovra, invece, arriverà direttamente dalle casse dell’INPS, che ha un viadotto connesso direttamente con le nostre tasche. Infatti, i fondi del TFR “inoptato” (nel senso che non puoi scegliere mica tu come usarlo, anche se è tuo di diritto) ingresseranno nella finanziaria circa tre miliardi di euro.

A proposito di ponte, il governo del re, che è un governo del fare, si sta impegnando per portare a termine l’opera architettonica più importante del XXI secolo: il ponte sullo stretto di Messina. Per farlo, siccome il governo è attento all’ambiente, ricicleranno i resti della città dopo il terremoto.

(Le vignette sono del perfido Natangelo e del cattivissimo Gavavenezia)

Il processo breve

Ecco: “La legge è uguale per tutti”
recita il viagra professional motto in tribunale.
Oh, Italia, se fossi normale,
questo sarebbe d’auspicio per molti.

Però, Italia, tu sei dei corrotti:
marmaglia ch’indossa il tuo stivale
per prendere a calci la gente che vale,
lasciando il Paese in mano agli inetti.

Per evitare problemi ed intoppi,
essendo il lodo incostituzionale,
si son inventati il processo corto.

Io ve lo dico: se questo andrà in porto
aver timore sarà normale
che la legge sia uguale per troppi.

Presidente, ritiri quella norma del privilegio – Sostieni l’appello di Saviano contro la legge sul processo breve

SIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul “processo breve” e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischioè che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

Con il “processo breve” saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloceè condiviso da tutti. Ma l’unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

Ritiri la legge sul processo breve. Nonè una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E’ una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.

FIRMA L’APPELLO

Ultimi ritocchi per il No-Processo-Day

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La maggioranza sta terminando la messa a punto dell’ultima porcata: la legge del processo morto. Forte del passato appoggio alle precedenti porcate da parte del Presidente della Repubblica, nemmeno si pongono il problema dell’incostituzionalità: sicuramente non incontreranno ostacoli e tutto filerà liscio, prima con la fiducia e poi con la firma di Napolitano, soprattutto dopo la ramanzina di Vespiana memoria che il Premier fece al Capo dello Stato per il risultato negativo che il Lodo Alfano ottenne al giudizio della Commissione Costituzionale.

Se è vero, come sembra che sia, che la legge sul processo breve non incontrerà ostacoli, sarà davvero una svolta nella giustizia italiana: se fin’ora ci si è preoccupati che la legge fosse uguale per tutti, dopo la legge-porcata verrà approvata, bisognerà iniziare ad assicurarsi che la legge non sia uguale per troppi. Una questione che la maggioranza (e non solo, vedi Casini) sta utilizzando come arma ricattatoria. Ormai lo dicono senza timore e peli sulla lingua: se non volete che la stragrande maggioranza dei processi in atto venga mandata a puttane, fate in modo di mandare a puttane solo quelli del Premer (che di puttane se ne intende).

Un timore che preoccupa l’ex Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, il quale – dalle colonne di Repubblica – fa sapere che

“Io non do consigli a nessuno, meno che mai a chi mi ha succeduto al Quirinale. Ma il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione. Se una legge non va non si firma. E non si deve usare come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta, il presidente è poi costretto a firmarla. Intanto non si promulghi la legge in prima lettura: la Costituzione prevede espressamente questa prerogativa presidenziale. La si usi: è un modo per lanciare un segnale forte, a chi vuole alterare le regole, al Parlamento e all’opinione pubblica”. Ciampi non nomina Napolitano, ma fa un riferimento implicito a Francesco Saverio Borrelli: “Credo che per chi ha a cuore le istituzioni, oggi, l’unica regola da rispettare sia quella del “quantum potes”: fai ciò che puoi. Detto altrimenti: resisti”.

Insomma, come dire: Napolitano, non firmerai mica anche questa? Ha ragione Berlusconi: maledetti comunisti.

Accade a Berluscolandia – Una gran puzza di bruciato

C’è puzza di bruciato a Berluscolandia. Brenda, il trans dei desideri di Marrazzo (e chissà chi altri), è stato trovato senza vita nel suo appartamento in fiamme. Dicono che voleva farla finita: la vita di corte lo aveva sfinito. Agli amici confidò che si era messo in qualcosa più grande di lui (ma chi ha delle chiappe così grandi da superare il suo metro e ottanta di statura?) Il problema è che non si capisce perchè una persona che voglia suicidarsi si chiuda nell’appartamento a chiave con doppia mandata, prepari le valige riponendole ordinatamente accanto al letto e tra un bicchiere di whiskey e l’altro si svesta, faccia un bagnetto al proprio PC come fosse il suo cagnolino e si lasci morire seminudo asfissiato dai fumi dell’incendio. Forse è un modo bizzarro di togliersi la vita dei brasiliani all’estero.

I fumi dell’incendio sono arrivati inevitabilmente a Palazzo, dove c’è stato chi si è rilassato credendo di essere in una sauna e chi invece ha iniziato a soffiarlo negli occhi delle altre cariche dell’Impero e degli abitanti di Berluscolandia, creando un po’ di confusione. Le trame a palazzo diventano sempre più fitte: Fini, uno dei vassalli del Re, ai berluscolandiani dice le cazzate e all’Imperatore, nonostante i finti contrasti e le finte contrapposizioni, dice sempre si; Schifani, braccio destro dell’Imperatore e portavoce di Mafiolandia direttamente a Palazzo, fa sapere che a Mafiopoli tutta questa confusione non piace, minacciando le elezioni; l’Imperatore interviene assicurando che tutto va a gonfie vele e che il regno è saldo ed unito.

Una bagarre che colpisce duramente il giornalista-insetto Vespa, disperato per non essere riuscito ad inserire le ultime dichiarazioni dei faccendieri a palazzo nel suo ultimo manoscritto uscito troppo in anticipo. Una depressione che costerà agli abitanti di Berluscolandia svariati milioni di euro, che l’insetto depresso ha chiesto per sfornare le sue mielose puntatone di Porta a Silvio del prossimo anno.

Come al solito, l’unico in grado di mantenere la calma e tenere la concentrazione per portare a termine gli impegni del regno è l’Imperatore: senza scomporsi nè lasciarsi trasportare dall’onda degli eventi, aggrappato alla sua poltrona, tiene salde le redini dell’Impero nelle sue mani, sferrando colpi semimortali ai suoi nemici di sempre: quei maledetti comunisti di giudici e magistrati.

Dopo il fallimento del Lodo Alfano, una nuova proposta di legge prevede l’accorciamento dei tempi dei processi, soprattutto quelli che lo vedono direttamente coinvolto e potenzialmente dietro le sbarre anzichè a Palazzo Grazioli. Insomma: anzichè immunizzarsi contro il processo si rende improcessabile, rendendo improcessabili anche tutti gli altri. Così ora nessuno potrà rinfacciargli di non essere super partes e di non rispettare il principio secondo il quale la legge è uguale per tutti.

Colpi mortali alla giustizia che l’Imperatore riesce a sferrare con estrema facilità, poichè non vi è nessuno ad ostacolarlo tra i membri del palazzo, nè tantomeno tra il popolo che, impegnato a fronteggiare la crisi economica più grave degli ultimi 50 anni, non ha tempo, voglia ed energia da dedicare agli emendamenti ed ai decreti ghediniani del governo ed è disposto a tenersi un delinquente al governo purchè gli dia da mangiare (o, almeno, l’illusione).

Dal canto loro, magistrati e giudici continuano imperterriti il loro lavoro di ricerca della verità nonostante le enormi difficoltà e cavilli legislativi che si ritrovano ad affrontare quotidianamente. Continuano le loro indagini, ne aprono di nuove e riaprono quelle vecchie che, per motivi sconosciuti ai più, erano state archiviate. Come le indagini archiviate delle stragi del 1992 e 1993 che, dopo essere state riaperte, hanno fatto tremare molte sedie (e culi) proprio al Palazzo. Poi, tra i magistrati e i giudici, c’è anche chi, invece di lavorare sodo, taglia la testa al toro, sentenziando ad esempio che la famosa agenda rossa di Paolo Borsellino non è mai esistita e che la trattativa Stato-Mafia è la conseguenza di una bolla mediatica. Una bolla esplosa ormai da tempo, il cui pus tutt’ora ci ricopre.


(Le vignette sono del cattivissimo Natangelo e del geniale Gavavenezia)