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‘Questa lontananza così vicina’, di Paolo Di Paolo – Alcune riflessioni


L’ultimo libro di Paolo Di Paolo potrebbe senza ombra di dubbio intitolarsi “Piccola enciclopedia delle questioni dell’uomo sull’esistenza”. Invece ‘Questa lontananza così vicina prende in prestito il suo titolo da un verso di Octavio Paz che recita:

Acodado al balcón

veo

esta lejanía tan próxima

No sé cómo nombrarla

aunque la toco con el pensamiento[…]

Appoggiato al balcone

vedo

questa lontananza così vicina

Non so come chiamarla

benché la tocchi col pensiero

(Octavio Paz, El balcòn)


Qualche verso più su si dice:

No es la altur su luna a ni la noche y

no son los infinitos a la vista

es la memoria y sus vértigos

Esto que veo

esto que gira

son las acechanzas las trampas

detrás no hay nada

son las fechas y sus remolinos[…]

En su cantil leonado

por un instante vi la vida verdadera

Tenía la cara de la muerte

eran el mismo rostro

disuelto[…]


Non è l’altezza né la notte e la sua luna

o gli infiniti che si offrono alla vista

è la memoria e le sue vertigini

Questo che vedo

questo che gira

sono le insidie le trappole

dietro non c’è nulla

sono le date e i loro turbini […]

Nei suoi bordi lionati

per un attimo vidi la vita vera

Aveva il volto della morte

erano lo stesso viso

dissolto[…]


(Octavio Paz, El balcòn)


Cosa ci vuole raccontare Di Paolo? Di cosa ci sta parlando? Di distanze? Nello spazio, nel tempo. Di luoghi? Geografici e del cuore. Di

persone? Di Paolo discute con il lettore di tutto questo, ma non solo. Non principalmente. L’autore di ‘Questa lontananza così vicina’ ci parla soprattutto di volumi, di confini. Di limiti al contenimento dell’esistenza, quella accaduta e quella possibile, quella ricordata e quella dimenticata, quella propria e quella altrui, che è la stessa ma così diversa.

Come tante matrioske, siamo contenuti da e conteniamo gli altri, senza che però ci si tocchi, ci si appartenga completamente; come tante piccole gocce d’olio in altrettanti pozze d’acqua. Per questo succede che “nell’immagine che noi tracciamo degli altri, finiamo col trascurare dettagli essenziali: non li vediamo, non riusciamo a vederli”. Quanto sappiamo davvero degli altri?, si chiede Di Paolo. Come ne I morti di Joyce, può essere sufficiente una notte di fine anno per interporre distanze incolmabili tra noi e loro. Ciascuno è Gabriel per se stesso e Gretta per tutti gli altri. “Tu non sei il tuo viso”, dice Agnes a suo marito Paul ne L’immortalità’ di Kundera.

A proprosito degli altri, sempre Octavio Paz scrive:

Se inventò una cara.


Detrás de ella

vivió, murió y resucitó

muchas veces.

Su cara

hoy tiene las arrugas de esa cara.

Sus arrugas no tienen cara.

Si inventò un volto.

dietro di esso,

molte volte

visse, morì e risuscitò.

Oggi

il suo volto ha le rughe di quel volto

le sue rughe non hanno volto.

(Octavio Paz, El otro)


Cosa signifca allora? Che è tutta una questione di tempo? È il tempo l’unica cosa che ci accomuna e che, allo stesso tempo, ci distanzia perché accade e accadendo si dilata?

Nada se mueve.

La hora es más grande

yo más solo[…]

Acodado al balcón

Veo[…]

lo real presente

vencido por la hora

lo que está aquí

invisible

mi horizonte

Si es un comienzo este comienzo

no principia conmigo

con él comienzo

en él me perpetúo

Nulla si muove.

L’ora è più grande

io più solo[…]

Appoggiato al balcone

vedo[…]

il reale presente

vinto dall’ora

ciò che è qui

invisibile

il mio orizzonte

Se questo inizio è un inizio

non comincia con me

con lui comincio

in lui mi perpetuo

(Octavio Paz, El balcòn)


Il me perpetuo. Siamo dunque pezzi di tempo che, passando, vanno ad appoggiarsi come rughe sullo stesso volto? Se così fosse, Eliot già ci mise in guardia, ché


Time present and time past

Are both perhaps present in time future,

And time future contained in time past.

Tempo presente e tempo passato

sono forse entrambi presenti nel tempo futuro,

e tempo futuro è contenuto nel tempo passato

(T.S. Eliot, Burnt Norton)


Un enorme Presente, dunque, dove Passato e Futuro si incontrano, si scontrano e accadono. Sartre una volta affermò che “ogni esistenza nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione”. Ed è forse proprio per evitare che vivere significhi solo questo, che Di Paolo si interroga se vi siano altre possibilità dell’esistenza che possano essere esplorate; si chiede se sia possibile oltrepassare, in qualche modo, la soglia dell’imminenza, della parzialità, dell’incompletezza e incompiutezza del vivere a cui ogni singolo uomo è irrimediabilmente legato.

Il suggerimento, che Di Paolo ricava da Enzo Siciliano, è “fare vero un io” diventando“storico di sé stesso” perché “solo la distanza può rendere giustizia al vero e renderlo, alfierianamente, veridico”. Sempre secondo Siciliano, si diventa storici di se stessi se “si è capaci con una mano svelta, e un panno, di liberare lo specchio dal suo appannamento – quello specchio dove la tua esistenza è riflessa, e tu, lo sai, non riuscirai mai a vederla nella sua prospettiva intera. Cercherai col romanzo di coglierne la dinamica, di misurarne il voltaggio, liberarla dalla sua tara, e ricavare dall’io la sua concretezza”.


È così che Di Paolo inizia a sentire – come egli stesso l’ha definita – l’urgenza di una scrittura come strumento di riappropriazione della propria esistenza, di restituzione di sé a se stesso (“di Me come era a sette anni, di tutti i Me morti che mi porto dietro”) o  di qualcosa a qualcuno.

L’autore di ‘Questa lontananza così vicina’ continua in tal modo il discorso, iniziato con ‘Raccontami la notte in cui sono nato‘, sulla memoria, su quanto il valore di una vita dipenda da quanto della vita ci si ricorda, su quanto il peso ed il destino di un’esistenza sia legato a e dipenda da altre esistenze. Su come l’oblio abbia il potere di cancellare ciò che è avvenuto, e ciò che è stato possa smettere irrimediabilmente di esistere se nessuno lo ricorda – magari raccontandolo. Non è forse questo che Gabriel Garcìa Marquez ha voluto dirci quando ha scritto ‘Vivirla para contarla‘? E non è forse la stessa cosa che Mario Luzi intende quando scrive “Noi siamo quello che ricordiamo il racconto e’ ricordo e ricordo e’ vivere”?.

D’altronde, cos’è la memoria se non la conquista del tempo con il tempo?

Così che Di Paolo decide di raccontare la storia di D., sua insegnate di liceo morta prematuramente di cancro, in questo suo “tema di maturità fuori tempo massimo”, dopo essersi accorto di non averla mai compresa del tutto. Il romanzo di Di Paolo è, dunque, un modo per risarcire quell’insegnante ironica e troppo severa, un modo per dirle “ti racconto perché tu viva ancora”.

Lungi dall’essere un riporto cronicistico degli eventi, il romanzo di Di Paolo cerca di raccontare quella D. al di fuori delle mura scolastiche e, possibilmente, entro quelle della sua intimità. Quella D. che occhi di alunno poterono vedere solo come una vita scandita da compiti in classe e campanelle, come se aldilà di questo non ci fosse altro. Un gesto di restituzione ad una persona che segretamente ha tracciato “le mappe di una geografia del cuore”.

Di Paolo ricorda di quando La Capria gli disse che il dovere di chi scrive è scavare nell’interiorità, evitando di assecondare la tendenza a privilegiare ciò che sta fuori, ciò che si vede. Non abbandonarsi, dunque, alla mera cronaca di una realtà sempre più invadente e sopraffattoria, ma allo stesso tempo resistere alla tentazione all’astrazione che neutralizza il potere di incidenza delle cose. L’intero romanzo è permeato dallo sforzo nel mantenere questo equilibrio. In ogni singola pagina si avverte un Di Paolo in bilico: da un lato il rischio che un evento – solo per il fatto di essere accaduto – si assolutizzi, calamitando su di sé tutte le attenzioni del giudizio e annullando la possibilità che ci possa essere dell’altro oltre ciò che si è visto e vissuto. Dall’altro lato, il rischio di trascendere troppo dall’accaduto con imprese di astrattismo e ideazione che, come lo stesso La Capria dice, son ben altra cosa dal morso dei sentimenti.

Di Paolo risolve il problema impostando la struttura del romanzo con una trama “a pendolo”: conosce bene i due estremi entro cui si muove e vi oscilla continuamente, pagina dopo pagina, con dimestichezza. Anche il linguaggio viene utilizzato allo stesso modo: si parla di incontri tra persone e tra sessi glabri e adolescenziali, di Dio e odore di sugo al pomodoro, di questioni esistenziali e di fica. Una caratteristica del linguaggio di Di Paolo riscontrabile anche nel suo precedente romanzo ‘Raccontami la notte in cui sono nato‘, così come sono caratteristici i nomignoli dei suoi personaggi, l’uso di un linguaggio aulico intervallato da pause colloquiali e gergali, l’uso della sola iniziale per i nomi di alcuni dei personaggi (D. per la protagonista, che poi si saprà essere Donatella attraverso la lettera di un amica della stessa D.; F., figura femminile quasi mitologica già presente nel precedente romanzo dello scrittore).

L’equilibrio che Di Paolo cerca nelle sue pagine – con le sue pagine – è una fune tesa tra lirismo e autobiografia, tra accaduto e possibile, tra conosciuto e conoscibile, tra generale e particolare, tra assoluto e relativo, a testimonianza del fatto che un continuum tra due opposti, entrambi facenti parte della stessa realtà, sia possibile. Ma è un equilibrio di tipo instabile, in cui i due opposti sembrano lottare al di là delle righe, cercando ognuno di togliere spazio nella pagina all’altro. Ed è stata questa, forse, l’unica cosa che non ho potuto apprezzare a pieno: scorrendo le pagine del libro, a volte mi è parso che D. fosse solo un pretesto per parlare di tutto il resto, togliendo spazio alla sua storia; altre volte tutto il resto mi è sembrato un pretesto per raccontare la storia di D. ricoprendola di una patina di lirismo che non le appartiene, oserei dire forzato. Invece, magari, entrambe le cose – D. e tutto il resto – sono stati solo il pretesto per scrivere, per raccontare.

Comunque sia, deve essere stato lo stesso “disorientamento” ad aver determinato le obiezioni della ragazza a cui Di Paolo chiese di leggere la storia e che gli fecero credere di non voler scrivere più.  Sempre nei suoi Quartets, Eliot scrisse :

Go, go, go, said the bird: human kind

Cannot bear very much reality.

Via, via, via, disse l’uccello: il genere umano

non può reggere tanta realtà.

(T.S. Eliot, Burnt Norton)


“Il genere umano non può reggere tanta realtà“. Ecco, allora, che l’ex alunna di D. e lettrice non può sopportare la realtà – che è reale! – di una D. diversa da ciò che lei ricorda: sarebbe come giustificare Hitler di fronte ad un ebreo adducendo a motivazione della sua crudezza un’infanzia difficile. Allo stesso modo, Di Paolo non sopporta la realtà che riscattare qualcuno attraverso la scrittura possa non essere sufficiente a cancellare ciò che effettivamente quel qualcuno è anche stato. Tutta colpa di quella memoria non condivisa e non condivisibile che è all’origine del Gran Canyon delle relazioni. Sicuramente la scrittura (e la letteratura) risarcisce la vita delle sue mancanze, ne riscatta le pecche, e le viene incontro offrendole un cesto pieno di seconde possibilità, rosse come ciliegie. Ma non bisogna dimenticare che

If all time is eternally present

All time is unredeemable.

What might have been is an abstraction

Remaining a perpetual possibility

Only in a world of speculation.

What might have been and what has been

Point to one end, which is always present.

Se tutto il tempo è eternamente presente

tutto il tempo è irredimibile.

Ciò che avrebbe potuto essere e un’astrazione

che rimane perpetua possibilità

solo nel mondo della speculazione.

Ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è stato

mirano ad un solo fine, che è sempre presente.

(T.S. Eliot, Burnt Norton)


Tra le caratteristiche che più apprezzo in Di Paolo c’è il suo essere scrittore-che-si-pone-dmande piuttosto che scrittore-depositario-di-risposte. Come nel precedente Raccontami la notte in cui sono nato, anche nel suo ultimo romanzo Questa lontanaza così vicina Di Paolo appare come una riserva inesauribile di quesiti che zampillano con prepotenza, con forza, di pagina in pagina, come fossero getti di geyser. Di Paolo si chiede: basta l’illusione di una ipotetica e mentale occasione a rifarsi sulla vita e le sue delusioni? Cosa può essere salvato di ciò che è passato? Cosa possiamo salvare degli altri quando non ci appartengono più? E quanto gli altri ci appartengono? Quanto li conosciamo? Io non ho le risposte ai suoi quesiti, come credo nessuno le abbia. Alcune risposte però io le ho trovate in questi versi di Eliot:

What was to be the value of the long looked forward to,

Long hoped for calm, the autumnal serenity

And the wisdom of age? Had they deceived us

Or deceived themselves, the quiet-voiced elders,

Bequeathing us merely a receipt for deceit?

The serenity only a deliberate hebetude,

The wisdom only the knowledge of dead secrets

Useless in the darkness into which they peered

Or from which they turned their eyes. There is, it seems to us,

At best, only a limited value

In the knowledge derived from experience.

The knowledge imposes a pattern, and falsifies,

For the pattern is new in every moment

And every moment is a new and shocking

Valuation of all we have been. We are only undeceived

Of that which, deceiving, could no longer harm.

Quale doveva essere il valore della tanto attesa,

tanto sperata calma, l’autunalle serenità

e la saggezza dell’età? avevano ingannato noi

o essi stessi, gli avi dalla voce quieta,

lasciandoci in eredità solo una ricetta d’inganni?

LA serenità solo una deliberata ebetudine,

la saggezza solo conoscenza di segreti morti

inutile nell’oscurità che fissavano

o da cui essi volgevano gli occhi. C’è, ci sembra,

nel migliore dei casi, solo un valore limitato

nella conoscenza derivata dall’esperienza.

La conoscenza impone una trama, e falsifica,

perchè la trama è nuova ad ogni momento

ed ogni momento è una nuova e scioccante

valutazione di quanto siamo stati. Siamo disingannati solo

da ciò che, ingannando, non potrebbe più nuocerci.

(T.S. Eliot, East Coker)



Questo libro di Di Paolo contiene i quesiti ed i tormenti tra i più profondi: può pesare come un masso tra le mani mentre in piedi, sul balcone, si osservano di sotto le cose accadere. In tal caso, il consiglio migliore mi sembra sia

No te apoyes,

si estás solo, contra la balaustrada.

Non appggiarti,

se stai solo, contro la balaustra.

(Octavio Paz, El Balcòn)