L’analisi di De Magistris sulle condizioni della Repubblica Italiota ha rivelato una lucidità “magistrale”, quella che ci si aspetterebbe da chiunque abbia avuto modo di conoscere da vicino (e dall’interno) il “sistema” di intrecci e inciuci che caratterizza particolarmente lo Stivale. La conclusione a cui l’ex magistrato è giunto è che l’Italia, per interrompere il circolo vizioso che la imbriglia e la tiene perennemente sotto scacco, ha bisogno di affrontare principalmente due questioni: quella morale e quella culturale.
Nulla da obiettare, ovviamente, sulle affermazioni dell’europarlamentare, le quali non possono che essere condivise. Parole che – come qualcuno ricorderà – furono pronunciate anni or sono dal politico che per primo si accorse dell’importanza di affrontare tali questioni, sottoponendole ai suoi colleghi, ai suoi avversari e all’opinione pubblica di allora: Enrico Berlinguer. Nel 1981, 25 anni prima di De Magistris e 10 anni prima di Tangentopoli, Enrico Berlinguer affermava che
“la questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.”
Come feci notare al Dottor De Magistris, a denunciare la bizzarra corresponsione tra controllore e controllato, la presenza di interessi privati nella gestione della cosa pubblica ancor prima di De Magistris stesso e di Berlinguer, fu Francesco Rosi. Le mani sulla città è un film datato 1963, e non so se sia più sconvolgente il fatto che il sistema politico italiota di oggi esisteva già 40 anni fa, o il fatto che a soli 10 anni di vita la Repubblica Italiana puzzava di marcio, già preda di quel mercimonio in cui oggi sguazza istituzionalmente. Per spiegarsi come questo sia stato possibile, bisognerebbe andare indietro negli anni e cercare le risposte nella Storia, magari scoprendo che tutto iniziò con la “liberazione” e lo sbarco in Sicilia degli “alleati”. Ma non è questo il momento e il luogo per affrontare un discorso che richiederebbe più di qualche pagina scritta in un blog.
A De Magistris feci anche notare come la situazione Italiana somigli molto ad un contrappasso dantesco: come può accadere che la Nazione con la migliore Costituzione al mondo sia, al tempo stesso, quella il cui Parlamento detenga il primato del numero maggiore di rappresentanti di se stessi anziché del popolo, porti il baluardo della connivenza di legalità ed illegalità rispetto a tutto l’Occidente e possieda la classe politica della peggior specie? Una delle due non è vera. La sua risposta è stata: “la storia – come le leggi – è fatta dagli uomini. Per questo è importante concentrarsi sulle questioni morale e culturale”. Insomma, la Costituzione Italiana, come si direbbe dalle sue parti (ma anche dalle mie), “è bell’ ma nun abball’”. Si possono avere i colori migliori senza per questo essere in grado di dipingere un’opera d’arte. Ed è vero. Tralasciando, quindi, qualsiasi discorso di filosofia del diritto, non resta che condividere il principio secondo cui ottimi strumenti sono condizione necessaria ma non sufficiente per il raggiungimento di ottimi risultati e che, dunque, rimane la necessità di istruire, parafrasando l’Onorevole (?) Ghedini, “gli utilizzatori finali”di tali strumenti perché siano in grado di ricavare da questi il meglio.
Dunque, questione morale e culturale: due rami che germogliano da uno stesso ceppo, e per questo motivo da trattare necessariamente in maniera congiunta, tenendo bene a mente che l’uno influenza l’altro. Per risolvere la questione morale, De Magistris propone un riciclo dell’attuale classe dirigente con una nuova che condivida e soprattutto rispetti e si impegni nel far rispettare quelli che sono i principi fondamentali su cui si basa qualsiasi Stato a cui stiano a cuore i cittadini che ne abitano i territori. Più facile a dirsi che a farsi, visto che bisogna tenere in considerazione che in un sistema dove l’economia ha il primato sulla politica e in cui quest’ultima è al servizio della prima, in un contesto in cui la forza economica di pochi tiene sotto scacco i più che vogliono sopravvivere ed elimina facilmente chi a certe regole si oppone, in un clima ricattatorio di compromessi e scambi, semmai si riuscisse a trovare qualcuno disposto a lavorare il doppio rischiando il triplo sarebbe già un miracolo. Aspettarsi che tenga nel tempo e non rischi di cedere il passo alla corruttibilità credo sia utopico. Non credo, affermando questo, di essere pessimista o disfattista. Ritengo, invece, di essere piuttosto realista. Parliamoci chiaro: nessun imprenditore andrebbe ad investire i suoi soldi in un posto in cui ha la certezza quasi matematica di non ottenere alcun profitto, a meno che non “scenda a patti”. Parlare di costruzione di una nuova classe dirigente nelle condizioni attuali equivale a voler curare un cancro con l’aspirina. Così come un’ottima costituzione non è sufficiente, da sola, a fare in modo che una comunità agisca entro i limiti da essa prescritti, così un’ottima classe dirigente è destinata a fallire quando cerchi di fare imprenditoria in un contesto “ostile”. Come risolvere il problema? Dove cercare l’uscita di questo cerchio che sembra definitivamente chiuso? Come risolvere la connivenza di legalità e illegalità, avvantaggiata spesso dal disinteresse o dal troppo interesse dei cittadini?

Eccoci dunque alla questione culturale. Jimmy Malone, il poliziotto irlandese degli Untouchables interpretato da Sean Connery, dice:
“Quando hai paura di incappare in una mela marcia, non devi prenderla dal cesto, coglila dall’albero.”
Una perla di saggezza. Perché marci non si nasce, si diventa. E qual è l’albero delle mele acerbe di un qualsiasi Stato, compreso il nostro? La scuola.
Fintanto che i germogli di una società vengono cresciuti nella marcescenza edulcorata che emana dalle aule delle nostre scuole dell’obbligo, fino a quando la Mondadori avrà il monopolio dei libri scolastici, fino a quando ai nostri studenti di Scienze Politiche verrà offerta una conoscenza a crediti e per sommi capi, fino a quando ai nostri studenti di Economia e Ingegneria verrà offerta una cultura di sistema autoreferenziale, fino a che si continuerà a depredare il senso critico delle menti del “futuro della società”, annichilendole per trasformarle in macchine riproduttrici dello status quo, non ci saranno De Magistris, informazione libera, comitati popolari, democrazia dal basso e liste civiche che potranno a tenere il confronto.
Se mai un giorno dovesse capitarmi di ascoltare la retorica politichese dei paroloni, che accende gli animi e fa annuire le teste ,dedicata per i tre quarti del discorso all’importanza dell’istruzione anziché all’indottrinamento di una moltitudine di padiglioni auricolari a cui si dice chi sono i buoni e chi sono i cattivi, quel giorno potrei anche ricominciare ad avere fiducia nella politica e nel voto. Potrei anche pensare che chi sta parlando ha davvero voglia di cambiare lo Stato (Italia) delle cose (Italiani). Resto in attesa di quel giorno. Nel frattempo, un grosso in bocca al lupo a De Magistris, sperando sia la volta buona.






















