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Cashmere

molo

Essere nient’altro, il nulla è questo. Essere niente oltre la misura della propria solitudine, con un tocco di loquacità. E perché mai, poi? A che pro? Dal giorno in cui ebbi la sensazione di aver capito tutto in un colpo solo cambiarono molte cose. Cominciò così: era di notte e piangevo in un orto. Era d’estate. Stavo seduto su un masso per terra sotto la chioma di un melo marrone. Quando D. mi venne a cercare già non restava più niente da dire.

Immaginare il giorno dopo: fare di nuovo le stesse cose, allo stesso modo, un’altra volta, come se non fosse successo niente. Non ci riuscivo. Le parole da pronunciare si annidavano sotto le molteplici varianti di un dolore che piegava al silenzio ogni discorso. Bisognava fare ordine. Continue reading

Arthur Reid – o: fedeltà

Arthur Reid

La porta del Griffin si aprì alle tre in punto del pomeriggio come tutti i giorni durante gli ultimi settantadue anni.

Fuori, il grigio dell’asfalto si mescolava con quello dell’aria fredda, congedandosi dall’autunno con una spessa coltre di nebbia novembrina.

Dietro la fitta pioviggine inglese, apparve Arthur inzuppato fino agli occhiali, cercando di chiudere il maledetto ombrello prima di entrare nel pub con tutta la fretta che il suo corpo novantenne gli avrebbe concesso.

Senza che l’urgenza di un rifugio alterasse minimamente il suo contenimento britannico, chiuse con premura la porta sulla strada deserta di Wermley, si pulì le scarpe bagnate su uno zerbino che diceva Hello e lasciò l’ombrello a sgocciolare in un angolo di lato all’entrata. Fece tutto con la cura di un uomo diligente che rientra nella sua propria dimora. Dopotutto, il Griffin era stato la sua seconda casa durante più di sette decadi.

Le lenti dei suoi occhiali erano ancora appannate. Per questo, prima di dirigersi verso il suo solito posto, Arthur decise di rimanere sulla porta per non rischiare di inciampare e lì, aspettando senza muoversi gli effetti del calore sulla scena ancora incerta e sui muscoli infreddoliti, si tolse un paio di strati di indumenti che avvolgevano una figura più agile che forte, approfittando di un brivido per scrollare il cappotto.

Fu quando la sua vista tornò lentamente alla normalità che si accorse che tutti erano in piedi, addossati all’ampia vetrina del pub guardando fuori, verso l’altro lato della strada. Continue reading

Lavorare stanca n.1: Victor

tempi-moderni

Tutto cominció a complicarsi irrimediabilmente nel preciso instante in cui il ventaglio di opzioni plausibili con cui era solito sventolare le sue giornate si ridusse senza preavviso ad uno sparuto numero di possibilità ben definite che esigevano una scelta.
Erano trascorsi più o meno quattro anni dall’ultima crisi economica che aveva trascinato il mondo in un baratro finanziario quando, un giorno come tanti, mentre svariate decine di migliaia di brokers del pianeta continuavano a fare la felicità di alcune decine di fortunati milionari dello stesso pianeta, per la prima volta dopo un tempo che aveva smesso di misurare, Victor si svegliò senza quel sottile turbamento seppellito in un anfratto dello stomaco a cui doveva quel cronico senso di nausea che lo aveva accompagnato tutti i giorni che riusciva a ricordare.

Rimase a letto con gli occhi rivolti al soffitto ad osservare come la luce, filtrando dai fori della persiana socchiusa, inghiottiva l’ombra della stanza. Allora ricordò che lo avevano licenziato.
A causa di una ristrutturazione aziendale necessaria per superare le difficili circostanze di questo periodo così complicato, gli avevano detto. Gli avevano detto mi spiace che debba essere tu – e forse era vero. Gli chiesero se avesse dubbi o domande da fare; lui gli strinse le mani, raccolse le sue cose e andò via senza protestare. Continue reading

Va tutto bene – E poi gli uomini non poterono più morire

Quando il missile deflagrò in cima all’edificio, squarciando il tetto dell’appartamento all’ultimo piano e sventrando completamente la parete est della sala da pranzo, io avevo già fatto aderire al collo il nodo scorsoio della corda che ora, mancando dell’appiglio volato via assieme a tutto il resto, giaceva floscia tra le macerie del soffitto, come la muta marrone di un vecchio serpente.

Non so se sgranai più gli occhi o la bocca per la sorpresa, quando mi ritrovai, completamente ricoperto di calcinaccio e intonaco, con una corda al collo a spolverarmi i pantaloni in piedi sulla sedia, e una vista non richiesta a perdifiato sulla città, appena regalatami dall’architetto Wernher von Braun o chi per lui.

Lo scenario che mi ritrovai davanti era semi apocalittico: mi sembrò di essere stato catapultato in un libro di Philip K. Dick ancora non scritto: strade deserte, interminabili monoliti che si stagliavano dal suolo verso il cielo bruno nella loro imponente mastodonticità, freddi, nonostante fossero stati costruiti quasi attaccati gli uni agli altri in una specie di abbraccio in cemento armato. Le colonne di fumo che partivano dagli angoli delle strade oscuravano la luce del giorno e conferivano alla città un che di tribale. Una testa impolverata di bambina si poteva intravedere tra le macerie cadute proprio sotto dove, fino a qualche minuto prima, c’era stata una finestra: sembrava una bambola morta.

Quello che stavo guardando era il mondo che lasciavo al figlio che sarebbe nato di lì a poche ore. E la colpa era mia.


Quando più di trent’anni fa gridai la mia felicità, correndo all’impazzata nei corridoi del laboratorio verso l’ufficio del direttore, non pensai alle conseguenze che la mia scoperta sul gene P21 avrebbe comportato conseguenze a cascata tali da influire pesantemente sull’intero ordine mondiale, già di per sé in perenne equilibrio instabile.

Stringevo tra le mani Jerry, il topo da esperimento che mi era stato affidato. Valore commerciale: 400 euro circa. Entrai senza bussare e sforzandomi di non fare troppo caso alla tirocinante che, dopo essersi ricomposta alla benemmeglio, raccolse in fretta le sue poche cose, si alzò dalla scrivania dove era seduta e sparì. Il direttore mi guardò in sottecchi arrossendo. Poi, per sopperire all’imbarazzo, disse con la voce più autorevole che potè:

- Spero che l’importanza di ciò che stai per dirmi giustifichi la tua irrispettosa intrusione nel bel mezzo di una riunione.

Si, disse proprio riunione. Ma io non ci feci granché caso, tanto ero sconvolto da quanto era capitato.

- Direttore, osservi con molta attenzione Jerry.

- Chi?

-Jerry, il topo…

-Ah… vediamo… uhm… non mi pare ci sia nulla di particolare da evidenziare…

- Appunto!

strillai senza potermi contenere. Il direttore mi guardò interrogativamente, forse chiedendosi se non fosse il caso di darmi qualche giorno di riposo dopo due anni di lavoro non-stop.

- Mi stai prendendo per il culo o ti sei rincoglionito?

- Assolutamente, Direttore. Assolutamente. Il topo è perfetto.

E risi.

- Cristo santo, questo lo vedo da me! Ci mancherebbe altro, visto quanto ce li fanno pagare!

- La cosa straordinaria è che NON dovrebbe essere perfetto!

- Ah! E perché?

- Perché tre giorni fa feci un foro nell’orecchio destro per il passaggio del cavo di un elettrodo e ieri, accidentalmente, tagliai la punta della coda. Ed ora, guardi: nulla! Assolutamente nulla!

- Ma porca tr… se mi stai prendendo per il culo giuro che ti strozzo!

- Nessuna presa per il culo, Direttore.

- Allora, perdio, siamo ricchi…

sussurrò mentre si avvicinava con le mani aperte verso il ratto.


Fu così che iniziarono le mie sperimentazioni sul gene P21. Dopo varie prove sui topi, passammo ai maiali. Gli ultimi esperimenti li facemmo sugli scimpanzè, con buona pace degli animalisti. Ciò che stavamo scoprendo era troppo più importante: avrebbe rivoluzionato la medicina e il futuro della vita umana. Tutte le principali riviste scientifiche si accorsero della portata della scoperta, così come le maggiori holding farmaceutiche e la totalità dei Paesi Occidentali.

Dopo dieci lunghi ed estenuanti anni di lavoro e sperimentazione fondammo LIFE, la società di cui fui nominato direttore, proprietaria dei diritti sul brevetto di un farmaco prova che iniziammo a sperimentare sull’uomo. Vissi tra il Congo e casa mia per quasi cinque interminabili anni, cercando di concentrarmi al massimo sul lavoro, mentre mia moglie cercava di mollarmi a settimane alterne.

Fu meraviglioso veder crescere le braccia e le gambe di tutta quella gente monca, e il sorriso dei bambini figli delle mine anti-uomo… oh, non li dimenticherò mai.

Rientrai quando ormai il funzionamento chimico-genetico del nostro brevetto era stato completamente sottomesso al nostro totale controllo. Rimase lì solo una piccola equipe di bravissimi colleghi che continuarono con le loro sperimentazioni: ora l’obiettivo era accelerare gli effetti della modifica al P21.

Fu incredibile: in un colpo solo, riuscimmo a debellare malattie come il cancro, l’AIDS, molte malformazioni; potemmo guarire in poco tempo ed in maniera per nulla invasiva e con risultati ottimi le ferite da arma da fuoco e i danni riportati a seguito dei più svariati incidenti. Riuscimmo ad evitare in gran parte dei casi i trapianti e fummo in grado di offrire una soluzione persino per la calvizie. Nel giro di poco più di un decennio, l’umanità intera fu travolta da un cambiamento epocale che obbligò a rivedere tutti i principi che per millenni avevano rappresentato le fondamenta dell’esistenza stessa: l’uomo, tronfio della sua recente vittoria dell’eterna guerra contro il tempo, poteva ora buttarsi alle spalle secoli e secoli di speculazioni filosofiche e scientifiche, diventate improvvisamente vecchie mitologie superstiziose. Finalmente, l’uomo cominciò a vivere proprio quando imparò a non morire più.

Nacquero centri di rigenerazione cellulare come funghi che presto rimpiazzarono le famose e tanto amate SPA dei week-end tutti salute, relax e un pizzico di posticcio romanticismo. La popolazione mondiale aumentò a livello esponenziale, raddoppiando. Cosa che andò a beneficiò dell’economia, della produzione e dell’occupazione globlali. Rispetto al nuovo boom economico, quello precedente degli anni ’80 e quello ancora anteriore degli anni immediatamente successivi al dopo-guerra sembrarono una svista sinusoidale di un grafico incomprensibile. Però, mentre l’uomo impiegava tutte le sue energie per non morire, frastornato da una specie di apoteosi della vita, non si accorse che la vita stava per trasformarsi da problema acuto a cronico.

Il mondo non era fatto per ospitare così tanta gente, a cui se ne sarebbe aggiunta altra con il passare del tempo. La situazione si criticizzò sotto gli occhi di tutti senza che nessuno potesse davvero fare qualcosa di sensato in così breve tempo. Iniziarono a scoppiare i primi focolai tra Paesi vicini e con pochi mezzi di sostentamento. Focolai che si ingigantirono alla velocità della luce, estendendosi come i cerchi concentrici che si formano dopo aver lanciato un sasso in uno stagno. Quel sasso lo avevo lanciato io trent’anni prima, in preda ad un delirio di onnipotenza che non mi apparteneva.

Si pensò così di limitare l’utilizzo delle pratiche di rigenerazione prima solo ai Paesi più ricchi, poi solo ai più ricchi dei vari Paesi. Ma non fu una buona idea e questa scelta non portò che ad un inasprimento dei conflitti che, ora, erano anche civili.

Disorientato dalla confusione totale nella quale mi ostinavo a vivere e schiacciato dal peso del mio delirio di onnipotenza ora divenuto asfissiante senso di colpa, non riuscii a dire una sola parola quando mia moglie mi annunciò la sua gravidanza. Non sorrisi, non piansi, non mi entusiasmai, non mi inquietai. Nulla, non fui in grado di fare assolutamente nulla.

Quando mi chiamò per dirmi che era in ospedale, mi precipitai al reparto maternità solo perché così avevo visto fare nei film e intorno a me, ma privo di qualsiasi urgenza di arrivare a destinazione. Mia moglie mi accolse con un sorriso stanco e mi tese la mano dal lettino sulla quale era stata fatta stendere. Io gliela presi nella mia, ringraziando dio di avere qualcosa su cui spingere il mio sguardo che non fossero i suoi occhi. Mi tranquillizzò dicendomi che andava tutto bene e che presto saremmo stati in tre, forse credendo che lo sconvolgimento che emanava dal mio viso fosse in qualche modo legato al suo essere in procinto di partorire una nuova vita, la nostra nuova vita. Io le sorrisi falsamente ed anuii. Poi, le dissi che dovevo urgentemente raggiungere il laboratorio per delle gravissime questioni emerse che non avevano potuto spiegarmi al telefono a cui ero stato attaccato per tutto il tragitto fino a raggiungerla: dovevo assolutamente andare via da lì. Lei mi disse che capiva, che non dovevo preoccuparmi e che sarebbe andato tutto a posto: ci saremmo visti più tardi. Uscii dall’ospedale, questa volta con urgenza. Non sarei riuscito a rimanere lì un solo secondo in più. Chiamai un taxi e mi feci riportare a casa.


Sorseggiando il mio caffè caldo, pensavo che non sarei mai riuscito a sostenere lo sguardo accusatore di mio figlio che mi rinfacciava di avergli dato la vita in quel mondo. Non avrei mai sopportato il peso di una nuova colpa, dovuta ad un altro errore di valutazione di chi non è capace di tenere conto delle conseguenze dei propri atti. Come avrei potuto spiegare a mio figlio che la terribile vita che si accingeva a vivere, senza peraltro averla chiesta, era solo ed esclusivamente colpa mia e della mia leggerezza? Come avrei potuto vivere con davanti agli occhi la quotidiana scena del capo di mio figlio ripetutamente piegato sotto la sferza lancinante delle mie colpe?

Fui così codardo da rispondere alle mie domande gettandomi nel vuoto dall’enorme squarcio della parete della mia sala da pranzo.

Suppongo che anche questo mio gesto non otterrà né il perdono né tantomeno la comprensione di mio figlio. In compenso, io non sarò lì ad offrirgli il petto su cui puntare il suo dito.

D’altronde, volevo solo morire in pace.


(Topi come lucertole: togli un gene e ricresce la coda, Corriere.it)

Va tutto bene – Il museo chiude alle 18

Nome: Monica. Cognome: Gallone. Età: 28 anni.

Da due lavora come custode responsabile del museo corinzio di Palandrino, un piccolo paese ai confini tra Lazio, Umbria e Toscana, dove il modo di parlare della gente è l’espressione più evidente della loro ricerca di identità ancora in corso.

Una vita passata a seguire l’ordine naturale delle cose e ad eseguire gli ordini dettati dagli altri e da un contesto capace di schiacciare le persone, nonostante la sua piccolezza. O, forse, proprio per questo: il paese è piccolo, la gente mormora. Due multe – una per aver saltato un rosso ed una per divieto di sosta, una fregatura assicurativa in corpo due e il mancato accesso ad un concorso pubblico per aver scritto il cognome al posto del nome sul modulo di presentazione.

- Mio Dio, ma è assurdo!

- No signorina, sono le regole.

- Ma lei si rende conto dell’assurdità della situazione? Capisco che esiste una norma, ma la sua applicazione andrebbe interpretata a seconda dei casi!

- Signorina, purtroppo non è possibile. La legge è la legge e se dovessimo interpretarla caso per caso saremmo sommersi dai ricorsi e non si farebbe più nulla.

Quando tornò a casa, ad accoglierla vi furono il volto freddo della madre e lo sguardo del padre, tipico di chi si trovi (suo malgrado) di fronte ad un essere chiaramente inferiore. Geometra – ma lui, in fondo, si sente un ingegnere – da anni lavora al comune del paesotto, dove un amico ha un amico il cui cugino lavora nell’ufficio accanto a quello dell’Assessore ai Beni Culturali, il quale si è detto disposto a considerare la possibilità di includere nello staff del museo corinzio, come custode responsabile, qualcuno che sia “affidabile e rispettoso delle regole”. Contratto a progetto rinnovabile fino a prova contraria, 800 euro lordi al mese, dalle 10 alle 18. Tutti i giorni, tranne il giovedì. Postazione: un banchetto semicircolare all’ingresso dove attendere gli sporadici visitatori, rigorosamente in piedi e in divisa.

Da due anni, tra una brochure e un “mi dispiace, i sotterranei non sono al momento accessibili”, Monica riflette sulla inutilità della sua vita nei tempi morti delle sue giornate che occupano quasi tutto lo spazio. Così, giorno per giorno, Monica inizia a percepire il museo corinzio come un prolungamento della sua identità, come qualcosa che potesse giustificare la sua presenza nel mondo, almeno ai suoi occhi e a quelli dei visitatori che, il più delle volte, sorvolano sui volantini illustrativi in bella mostra sul banchetto e sui suoi “Arrivederci” smaglianti. Ultimamente, aveva sviluppato una certa intransigenza, la cui manifestazione era direttamente proporzionale al disinteresse che non aveva ancora capito bene se fosse del mondo verso di lei o suo nei confronti del mondo. Tutto le sembrava sospeso, appeso ad una confusione aleatoria che permeava tutti gli interstizi del suo tempo. Il rispetto delle regole erano diventate l’unico modo che aveva incontrato per capirci qualcosa. Eppure ancora non riusciva a scacciare quella permanente sensazione di inutilità, che si faceva più forte soprattutto quando nel museo entravano signori con cappelli bizzari e una pipa appesa alle labbra, o signore benvestite affatto meravigliate da un luogo tanto simile alle loro case. Le facce annoiate degli studenti in gita le facevano perdere le staffe. Ma chi davvero non riusciva a sopportare erano i cinesi con le loro reflex da 800 euro: il suo stipendio, tasse incluse. “Ma non mangiavano solo riso, questi?”, si chiedeva mentre li guardava fare inchini a destra e a manca.

Non aveva un uomo che la portasse fuori a cena per poi riaccompagnarla a casa con negli occhi la speranza di sentirsi dire “Vuoi salire?”. Il padre non si era mai accorto dei momenti in cui avrebbe potuto dichiararsi orgoglioso di lei e la piccolezza della madre era talmente evidente da averne conquistato i lineamenti del volto. “Nessuno può essere importante per sé”, pensava mentre chiudeva le porte del museo e si dirigeva verso la fermata dell’autobus – una macchina non avrebbe potuto permettersela. Ma fuori del museo era diverso: c’erano altre regole, quelle che lei non era mai riuscita a capire o a controllare. E il viaggiare in piedi sia all’andata che al ritorno ne era una prova. “Se gli altri non si accorgono di qualcuno, quel qualcuno non esiste” – la chiave nella toppa, finalmente a casa. Una doccia, cena e poi a dormire, ché domani è un altro giorno.

Quando seppe del concerto d’archi per la celebrazione dei cento anni d’apertura del museo, qualcosa in Monica cambiò. Le si accese come una speranza: quella di esistere per qualche sconosciuto, almeno un paio d’ore.  Quella mattina si vestì di fronte allo specchio: la divisa era la stessa di tutti i giorni, eppure era diversa, perché oggi sarebbe stata un punto di riferimento per gli ospiti. Si truccò, per l’occasione, gli occhi e le gote con un tocco di fard. Prese l’autobus in anticipo, per evitare che la folla dell’ora di punta le sgualcisse la giacca. Aveva il volto colmo di una solennità che non aveva ancora conosciuto fino a quel momento. Giunta al museo, entrò iniziando a dare disposizioni con la serietà di una vera professionista. Tutto era pronto e doveva essere perfetto. Ricevette una chiamata che la avvertiva di una posticipazione del concerto: dalle 16 alle 17. Lei ci rimase male. Disse che non era così che era abituata a fare le cose e che degli ospiti non potevano decidere il menù dell’oste. Tra l’altro, il museo avrebbe chiuso alle 18, essendo domenica. Dall’altro lato del telefono, una voce imbarazzata si scusò dell’accaduto e assicurò che tutto si sarebbe svolto entro il rispetto degli orari prestabiliti.

Alle 17.20 il gruppo dei musicisti non ancora era al completo. Nel frattempo Monica si era prodigata per gli arrivati: aveva indicato agli spettatori dove sedersi, dividendo l’afflusso in due code allineate ai lati opposti della sala e aveva accolto i musicisti con un “Buonasera, da questa parte”. I musicisti la seguirono continuando a parlare tra loro e, quando dovette allontanarsi per un battibecco di una unita famiglia divisa dalle postazioni assegnate, si sentì assicurare con benevolenza di non preoccuparsi “sappiamo già come disporci”. Nessuno le aveva ancora detto “Buonasera”.

Durante il concerto non riusciva a decidere se fossero più fuoriluogo i frack dei suonatori o le pellicce delle signore che ascoltavano senza capire. Nemmeno lei capiva ciò che non stava ascoltando, immersa com’era nel suo ruolo rivestito da tanta responsabilità. E cosa potevano saperne loro, i suonatori con i loro violini, le signore nelle loro pellicce e i mariti con la pipa appesa a quella faccia stupida. Si accorgevano solo ora dell’esistenza di quel museo che li stava ospitando tutti e che avrebbero avuto l’accortezza di dimenticarlo appena fuori. Eppure, se ora tutti questi signori imbellettati sono qui è perché questo museo esiste, è esistito prima che loro arrivassero ad occuparne le poltrone con i loro culi flaccidi ed esisterà anche dopo, liberato da quell’odore di profumi costosi, tabacco speziato e naftalina. Così come lei, Monica, il custode responsabile che ha reso possibile all’intellighenzia di passaggio di assistere ad un concerto di musica barocca con il proprio lavoro sottopagato, rimandando le ferie che non avrebbe comunque potuto permettersi, lavorando con l’influenza per mancanza di sostituti. Tutto questo per loro, perché degli sconosciuti ingrati e irrispettosi potessero assistere, ora, ad uno stupido concerto che la farà tornare a casa tardi, di domenica, senza che nessuno di loro se ne dispiaccia almeno un po’.

Doveva fare qualcosa. Il suo sacrificio non poteva consumarsi invano. Se esisteva un modo per farsi ricordare, per esistere, era giunto il momento di provarlo. Alle 18 in punto Monica si allontanò dal suo banchetto. Attraversò il passiglio che le file delle sedie, a destra e a sinistra, avevano formato al centro della sala. Su quel tappeto rosso si sentiva una regina, anche se nessuno le diede molta importanza. Gli sguardi si distolsero dalla piccola banda di suonatori siolo quando, con una eclatante dimostrazione di onnipotenza, Monica scavalcò i cordoni di velluto rosso che dividevano lo spettacolo dagli spettatori. Con un gesto plateale ed osceno, dimostrò a tutti la superiorità della regia, a cui è permesso di entrare e uscire dallo spettacolo che sente proprio e di cui tutti non sono che attori o spettatori. Monica si avvicinò ai musicisti impedendo loro di continuare nella loro performance. Poi, si diresse alla balaustra, avvicinò le labbra al microfono e disse: “Il museo chiude alle 18. Tutti i visitatori sono pregati di dirigersi verso l’uscita. Grazie.”

Non si era mai sentita così viva.

(Concerto interrotto al Pantheon: il ministero si scusa con Alemanno, Corriere della Sera)

Il nano e la puttana

Fece qualcosa e lei rise di gusto, buttando indietro la testa. Poi lui le tagliò la gola.

Sembrava una abat-jour, quella testa appoggiata dritta sul tavolo in cucina, con la lunga chioma di capelli castani arruffati che scendevano fino ad annegare le punte nella pozza di sangue alla base del collo. Gli occhi sgranati color coca-cola e quelle labbra gonfie e rosa… Oh, era davvero la più bella puttana che avesse mai visto.

Era in piedi davanti al tavolo e la fissava, mentre alcune gocce di sangue non ancora rappreso colavano dal bordo del ripiano, scoppiando contro il pavimento. Il disco con Love Me Tender era ancora su, dalla finestra semiaperta entrava la brezza fresca.

 

 

Scese a comprare la scorta di vino rosso dall’indiano sotto casa. Era più caro del supermercato, ma rimaneva aperto fino a tardi la notte. Avevano fatto un patto: l’indiano gli avrebbe venduto il vino con uno sconto e lui non lo avrebbe denunciato al centro di immigrazione. L’indiano accettò.

Iniziò a farci la spesa perché era comodo: da quando si era rinchiuso in casa, in un esilio volontario dal mondo nel mondo, non sopportava più gli iper le piazze i bar: la gente. Né pro né contro, né dentro né fuori: aveva limitato il suo rapporto con la vita reale ai pochi metri quadri di un appartamento al quinto piano in un palazzo di periferia, dove viveva clandestinamente la sua vita.

Sempre più spesso, ascoltarsi parlare lo disorientava. Sentiva che quello che diceva gli apparteneva sempre meno quanto più diventava degli altri. Così, per evitare che le sue parole fossero quelle di tutti, evitava di pronunciarle.

Imparò a fidarsi solo della sua immaginazione quando scoprì che, a sua insaputa – per sopravvivere – qualcosa uccideva la Verità. Mai interrompere quella condizione di clandestinità: credeva di perdere i sogni, se ne fosse uscito.

Undicesimo comandamento:

Di notte

non si perdano

le stelle, come i sogni

non si dovrebbero

di giorno.

Aveva paura che il giorno li avrebbe uccisi, schiacciandoli come un’ombra contro l’asfalto che tutti avrebbero calpestato con quell’ottusa disinvoltura della quotidianità. Così, imparò a vivere in una stanza dove ciò che immaginava era molto più reale di ciò che accadeva al di la della finestra, sempre aperta sulla strada. Passava il tempo a sfilarsi i sogni dalla testa: con il pollice e l’indice li prendeva e se li faceva scivolare tra le dita, se li avvolgeva alla lingua o li faceva scorrere tra i denti, lasciava che gli pendessero da un orecchio, li confondeva tra i capelli, ne faceva una collana o una corda da saltare e, quando ne arrivavano altri, i primi li appendeva alla parete o li legava ai piedi di una sedia, ci imbottiva un cuscino.

Il pensiero di incontrarsi con qualcuno lo atterriva. Raccontargli dei suoi sogni appesi ai muri del suo appartamento avrebbe tolto loro la dignità che tra quelle pareti conservavano. Per non rinunciare a sé, aveva perduto l’affetto di chi gli stava intorno e l’amore, quando cercò di spiegarsi senza sembrare un pazzo.

Non potendo sapere che aria tirasse al di sopra del livello del tavolo che aveva in cucina, imparò a scoprire i luoghi dell’uomo che gli era dentro, di fronte a un vino rosso, le gambe penzoloni dalla sedia. Esplorazioni avventurose dei posti più reconditi della mente umana con cui riempiva le giornate vuote degli altri.

 

 

Ti piace il vino? Lei rispose superando la soglia del portone, tenuto aperto con la spalla, dando un paio di occhiate dietro di sé con scatti repentini della testa. Hai paura?, mentre salivano le scale. Lei sorrise, ma solo con le labbra. Bevve un sorso direttamente dalla bottiglia e aprì la porta di casa. Dovresti , disse mentre sfilava la chiave dalla toppa della porta aperta.  Sei una troia fortunata tu, lo sai? Almeno questo… Bevve un altro sorso e le passò la bottiglia. Lei accennò un nuovo, timido sorriso imbarazzato e bevve. Questo posto non esiste, ma oggi potrebbe con te. Li vedi i sogni appesi alle pareti? Bevve  E quei cuscini che brillano se li muovi sotto la luce della lampada, li vedi? Bevve. Lei fissava il pavimento con la faccia un po’ di lato, appoggiata sulla spalla. Con un piede si tolse una scarpa. Non li vedi, eh? Bevve. Sei solo una stupida puttana – si pulì con il braccio il vino che gli colava dalla bocca impastata – Ma stasera niente cazzi, stasera solo sogni. D’accordo? Le tese la bottiglia e lei fece un piccolo sorso guardando il soffitto scuro e senza lampadario.

Andò in cucina a prepararsi quella fetta di carne che stava marcendo in frigo da una settimana. Tornò e le si sedette di fronte a mangiare la sua bistecca. Proprio non li vedi, allora? Lei dondolava una scarpa nel vuoto con il piede: ora guardava la finestra, ma non fuori. Se non li vedi te li racconto, così puoi sentirli almeno.

Iniziò a raccontarle i sogni che per tanti anni aveva appeso alle pareti, uno ad uno e senza un ordine preciso, interrompendosi solo per bere dalla bottiglia o dal bicchiere. Ascolta bene questo, è il mio preferito. La voce gli si fece seria. Il viso, fin’ora contratto in una specie di smorfia tra lo sforzo e la rabbia, gli si appianò sotto le ciglia inarcatesi sugli occhi che ora guardavano tutto il vuoto che c’era nel vuoto. Lo raccontò di nuovo, e ancora una volta, e di nuovo ancora e ancora, riempiendo di lacrime il bicchiere che continuamente si svuotava. Poi, si pulì le labbra, schiarì la voce e si alzò.

Nessuno è all’altezza di certe cose, nemmeno tu. Dovrò tagliarti le gambe per questo. Lei continuò a fissare l’angolo del pavimento che era rimasta a guardare per tutto il tempo del racconto. Andò in cucina barcollando, era ubriaco. Tornò nella stanza con un coltello, le si avvicinò e cadde a terra cercando di sedersi accanto a lei sul letto troppo alto. Lei rise di gusto buttando indietro la testa.

 

 

Con le mani inzuppate di sangue, si avvicinò alla testa poggiata sul tavolo. Le aprì la bocca e la riempì di sperma.

Ed ora sgorghino parole a fiotti come flutti di figli di puttana tutti frutti riprodotti dalla stessa vergine e feconda parola madre e troia fecondata e tutti riproducano il mio canto osceno che queste orecchie sorde come il legno pieno delle teste che dividono ambulanti si ostinano a non vedere mendicando un po’ di vita ogni giorno d’ora in ora  che tutta assieme è una vergogna e poi rossi come fanno a tirar dritto a testa alta con l’imbarazzo che gli chinerebbe il capo in basso nell’abisso dentro il quale perderebbero la testa ma non sé se solo ci guardassero sguazzassero nel tempo come in una pozza di fango bianco che è la luce del mattino quando il giorno sgocciola sulla sera come un rubinetto nel buio la notte che non parla ma parla foss’anche per dir niente che è una settimana che non dormo per tener l’orecchio teso alla crepa del silenzio che si tende e non smette di dirmi altro che silenzio e non si sente niente a parte l’eco delle persone che muoiono quando spengono la sveglia il mattino ancora caldo sfornato come un pane da questo immenso inferno sempre acceso ad ardere i ricordi appesi come appendici ad un passato che non c’è stato mai se non hai avuto tempo per un racconto

Affannato, si accasciò a terra con la schiena appoggiata ai piedi della sedia. Lei non parlò e il suo silenzio lo uccise.

Luigi B.

Bebe e Io

Rotolai per un po’ prima di ritrovarmi quasi a testa in giù, con la schiena poggiata contro una parete del vagone rosso ruggine del treno merci su cui saltammo. Stavo ancora cercando di recuperare il senso dell’orientamento, quando mi ricordai di Bebe. Non che la avessi dimenticata, ma tutto quel trambusto e quel ruzzolare mi fecero schizzar fuori dalla testa ogni pensiero, che ora stava rimbalzando indietro al suo posto con violenza, come se fosse rimastomi attaccato al cervello con un elastico tutto il tempo. Scrollai la testa per riprendermi e cercai di alzarmi per vedere se fosse lì da qualche parte. Probabilmente lo feci troppo velocemente perché la testa mi si mise a girare, barcollai un po’ e mi venne da vomitare.

Quando la vidi, ero in piedi, appoggiato con un fianco alla parete in fondo al conteiner, mentre la guardavo rigirarsi su se stessa, anche lei un po’ confusa. Batteva gli zoccoletti sul pavimento di legno, facendo un rumore terribile, perché il vagone dentro cui ci eravamo letteralmente lanciati era vuoto e rimandava una eco metallica infernale. Fui felice di vedere Bebe più del fatto di essere riuscito a non farmi taglizzare dalle ruote affilate del treno. Per lei avrei fatto qualsiasi cosa: anche saltare su un treno merci in corsa senza conoscerne la destinazione.

Bebe è una capra, ma non una qualsiasi: Bebe è la MIA capra. Non intendo, con questo, rimarcare nessuna specie di diritto o di possesso su Bebe. È solo che Bebe è come quelle cose che capitano per caso e che il tempo spinge chi le incontra a credere che gli appartengano. Invece ognuno non è altro che il contenitore dell’esistenza dell’altro, senza il quale nessuno esisterebbe o saprebbe di esistere (che poi è uguale). Bebe, dunque, è mia nel senso che io sono il contenitore in cui il caso – e poi la scelta – ha deciso di riporre la sua esistenza e viceversa.

Il giorno che incontrai Bebe, ricordo che la trovai incastrata in un enorme rovo dal quale non sarebbe riuscita a saltar fuori se non lasciandoci l’equivalente in lana di una dozzina di maglioni. E Bebe non avrebbe mai lasciato che un rovo sfibrasse un solo batuffolo, seppur piccolo, della sua lana, che era per lei la cosa più importante perché la distingueva da tutte le altre capre e da tutti gli altri animali. La vidi che cercava di liberarsi da quell’intreccio di rami e spine mordicchiando qui e lì, piano, un poco alla volta, preferendo sacrificare alle punture delle spine le labbra e la lingua, piuttosto che la sua preziosa lana. Cercai così di aiutarla: districarsi in quell’intreccio di folti rametti spinosi che si infilavano dappertutto non fu semplice nemmeno per me, nonstante con le mani riuscissi a muovermi più facilmente. Quando finalmente riuscimmo ad uscir fuori da quella gabbia di legno e uncini appuntiti, Bebe mi ripagò non abbandonandomi mai più. E così feci anch’io.

Il fatto è che tutti in città avevano un animale: c’erano i pochi che lo avevano ereditato dai loro padri, alcuni che lo avano ricevuto in dono, altri che lo ebbero in pegno, altri ancora in cambio di qualcos’altro. La maggior parte, però, comprava il suo animale. Era trascorso lungo tempo dacchè non si riusciva più ad incontrare per caso un animale in giro da tenersi stretto e farsi amico, come accadde a me e Bebe. Un tempo talmente lontano che l’occhio già miope della memoria non sarebbe mai più stato in grado di vedere fin laggiù. Fu così che, non trovandoli più per strada, si iniziarono a comprare gli animali, e i mercanti cominciarono a veder formarsi, davanti alle porte dei loro negozi, code sempre più lunghe di clienti pronti ad acquistare il loro animale, convinti di fare la cosa più normale che si sarebbe potuta fare. Il dubbio se i loro padri ed i padri dei loro padri avrebbero potuto giudicarli dei folli non li sfiorava neanche. D’altronde, quando nella memoria degli uomini il passato si restringe, il presente tende a prenderne il posto. È così che anche le cose più incredibili sembrano le più ovvie, solo perché ciò che sta accadendo è il ricordo più lontano che si possiede. E non si riesce ad immaginare nulla di diverso da ciò che si vede.

Ma questa non era la cosa più bizzarra. La cosa più sorprendente era che gli animali venduti venivano prodotti. C’erano i produttori di mucche, quelli di asini, di cavalli, di cani, di gatti, di criceti, di pappagalli, di animali esotici di ogni specie. E di capre, ovviamente – una faccenda che Bebe non poteva sopportare. Tutti gli animali prodotti venivano fuori tutti uguali gli uni con gli altri entro la stessa specie: stessa taglia, stesso peso, stesso colore, stesso tono del verso. A volte, anche specie differenti venivano fuori simili perché il produttore era lo stesso ed utilizzava gli stessi strumenti per la produzione di specie diverse per “tagliare i costi”. A volte capitava che una mucca avesse la criniera e nitrisse e che un gatto fosse piccolissimo e squittisse. Errori di produzione a cui sempre meno possessori di animali facevano caso; un po’ per la gran confusione generale in cui ci si abituava a vivere, un po’ perché si cambiava facilmente di animale e questo contribuiva a dare a tutto meno importanza. E se poi qualcuno lamentava il fatto che due specie differenti si assomigliassero, la risposta era che “già il fatto stesso di avere due nomi diversi indica una bella differenza”.

La cosa, in fin dei conti, sembrava funzionare, perché nessuno se ne lamentava più di tanto: il nome era diverso, le personalizzazioni possibili erano numerose e poi a ciascuno sembrava la differenza maggiore la facesse il semplice fatto che l’animale fosse il proprio e non di un altro. Questo bastava, anche se molto spesso capitava che ci si confondesse di bestia, soprattutto di domenica quando tutti erano a spasso con il loro animale. Fortunatamente non v’erano quasi mai liti perché, nonostante le personalizzazioni e i differenti nomi, nessuno si accorgeva dello scambio. Si litigava più spesso, invece, al momento dell’acquisto: se, ad esempio, c’era una sola vacca e molti acquirenti desiderosi di possederla, si scatenava un putiferio. Solo l’intervento diplomatico di un mercante navigato con una lunga esperienza poteva risolvere questo tipo di discussioni, solitamente guadagnando più del normale. Il mercante, infatti, riusciva a vendere ad uno l’ultima mucca a prezzo doppio, convincendolo della rarità del suo acquisto, mentre a tutti gli altri – spacciandola per ultima moda – vendeva qualche bestiola che aveva in disavanzo perché nessuno voleva, eliminando in tal modo un po’ di deposito che stava invecchiando. Insomma, alla fine tutti tornavano a casa felici, convinti di aver fatto la scelta migliore. Così, la gente non solo non si preoccupava più del fatto che gli animali fossero prodotti in serie e venissero venduti invece che incontrati per caso, ma non sembrava imbarazzata nemmeno dal fatto di essere uscita di casa pensando di comprare un gatto per poi ritornare con un criceto.

Nonostante le bestiole prodotte fossero una riproduzione piuttosto fedele di quelle reali, i loro fabbricanti e mercanti erano perennemente a caccia degli ultimi animali veri e liberi ancora in giro nella zona. Ciò accadeva perché i fabbricanti, una volta entrati in possesso di un qualche animale reale, lo utilizzavano per effettuare i loro test di produzione, e come originale a cui fare riferimento per la progettazione e produzione delle loro copie. I mercanti, invece, catturavano gli ultimi animali veri ancora liberi per venderli ai fabbricanti e fare affari, e per evitare che i loro clienti si lamentassero e richiedessero il rimborso del prodotto acquistato. Infatti, gli animali che i mercanti vendevano, al contrario di quelli reali, si consumavano e necessitavano di un periodica e costosa manutenzione, quando non la totale sostituzione. Consentire che i loro clienti potessero venire a conoscenza dell’esistenza di animali senza alcun bisogno né di manutenzione né di sostituzione sarebbe stato un rischio troppo alto per i loro affari.

Venni a conoscenza di tutte queste cose solo dopo che ebbi aiutato Bebe ad uscir fuori da quel rovo. La mia Bebe, infatti, era rimasta lì nascosta per settimane, fino a quando i mercanti e i fabbricanti non terminarono la loro periodica battuta di caccia. Dopo averla liberata, a distanza di qualche giorno, iniziò a visitarmi un signore per bene, dall’aspetto distinto e cordiale. Era molto affascinato dalla bellezza di Bebe e dalla qualità della sua lana. Mi fece molte domande su dove l’avevo trovata, come diventammo inseparabili, cosa mangiava. Più volte mi chiese diesaminare la sua lana e tenerla un po’ con sé. Avendo notato una certa ritrosia di Bebe, cercai di allontanarlo senza essere scortese. Fu allora che il signore distinto mi disse che gli sarebbe piaciuto acquistarla e che avrebbe considerato qualsiasi offerta che io gli avessi proposto. Prima che potessi rispondere qualsiasi cosa, Bebe mi stava già tirando per un lembo dei pantaloni lontano da quel signore, che divenne improvvisamente duro e aggressivo, e che mi minaccio dicendomi che sarebbe stato meglio che io gli avessi fatto un’offerta, perché la sua poteva essere solo quella di scegliere tra il dargli l’animale o la mia vita.

Così, una notte, svegliai Bebe e insieme corremmo verso la piccola stazione della città. Aspettammo nascosti dietro una siepe di ginepri fino a che non sentimmo il fischio del treno merci annunciare il suo arrivo. Balzammo fuori dalla siepe ed iniziammo a correre seguendo i binari nella stessa direzione in cui stava correndo il treno. Appena fu abbastanza vicino contai fino a tre e vi saltammo su. Quella notte non sapevo dove il treno si stesse dirigendo, ne cosa ci avrebbe atteso una volta giunti a destinazione. Però ero felice di essere lì, ancora insieme alla mia Bebe.

Questa è la storia mia e di Bebe, e di come arrivammo qui – dove tu sei nato – tanto tempo fa. Ora, bambino mio, Bebe è tua: corri fuori e gioca con lei.