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Quando il missile deflagrò in cima all’edificio, squarciando il tetto dell’appartamento all’ultimo piano e sventrando completamente la parete est della sala da pranzo, io avevo già fatto aderire al collo il nodo scorsoio della corda che ora, mancando dell’appiglio volato via assieme a tutto il resto, giaceva floscia tra le macerie del soffitto, come la muta marrone di un vecchio serpente.

Non so se sgranai più gli occhi o la bocca per la sorpresa, quando mi ritrovai, completamente ricoperto di calcinaccio e intonaco, con una corda al collo a spolverarmi i pantaloni in piedi sulla sedia, e una vista non richiesta a perdifiato sulla città, appena regalatami dall’architetto Wernher von Braun o chi per lui.

Lo scenario che mi ritrovai davanti era semi apocalittico: mi sembrò di essere stato catapultato in un libro di Philip K. Dick ancora non scritto: strade deserte, interminabili monoliti che si stagliavano dal suolo verso il cielo bruno nella loro imponente mastodonticità, freddi, nonostante fossero stati costruiti quasi attaccati gli uni agli altri in una specie di abbraccio in cemento armato. Le colonne di fumo che partivano dagli angoli delle strade oscuravano la luce del giorno e conferivano alla città un che di tribale. Una testa impolverata di bambina si poteva intravedere tra le macerie cadute proprio sotto dove, fino a qualche minuto prima, c’era stata una finestra: sembrava una bambola morta.

Quello che stavo guardando era il mondo che lasciavo al figlio che sarebbe nato di lì a poche ore. E la colpa era mia.


Quando più di trent’anni fa gridai la mia felicità, correndo all’impazzata nei corridoi del laboratorio verso l’ufficio del direttore, non pensai alle conseguenze che la mia scoperta sul gene P21 avrebbe comportato conseguenze a cascata tali da influire pesantemente sull’intero ordine mondiale, già di per sé in perenne equilibrio instabile.

Stringevo tra le mani Jerry, il topo da esperimento che mi era stato affidato. Valore commerciale: 400 euro circa. Entrai senza bussare e sforzandomi di non fare troppo caso alla tirocinante che, dopo essersi ricomposta alla benemmeglio, raccolse in fretta le sue poche cose, si alzò dalla scrivania dove era seduta e sparì. Il direttore mi guardò in sottecchi arrossendo. Poi, per sopperire all’imbarazzo, disse con la voce più autorevole che potè:

- Spero che l’importanza di ciò che stai per dirmi giustifichi la tua irrispettosa intrusione nel bel mezzo di una riunione.

Si, disse proprio riunione. Ma io non ci feci granché caso, tanto ero sconvolto da quanto era capitato.

- Direttore, osservi con molta attenzione Jerry.

- Chi?

-Jerry, il topo…

-Ah… vediamo… uhm… non mi pare ci sia nulla di particolare da evidenziare…

- Appunto!

strillai senza potermi contenere. Il direttore mi guardò interrogativamente, forse chiedendosi se non fosse il caso di darmi qualche giorno di riposo dopo due anni di lavoro non-stop.

- Mi stai prendendo per il culo o ti sei rincoglionito?

- Assolutamente, Direttore. Assolutamente. Il topo è perfetto.

E risi.

- Cristo santo, questo lo vedo da me! Ci mancherebbe altro, visto quanto ce li fanno pagare!

- La cosa straordinaria è che NON dovrebbe essere perfetto!

- Ah! E perché?

- Perché tre giorni fa feci un foro nell’orecchio destro per il passaggio del cavo di un elettrodo e ieri, accidentalmente, tagliai la punta della coda. Ed ora, guardi: nulla! Assolutamente nulla!

- Ma porca tr… se mi stai prendendo per il culo giuro che ti strozzo!

- Nessuna presa per il culo, Direttore.

- Allora, perdio, siamo ricchi…

sussurrò mentre si avvicinava con le mani aperte verso il ratto.


Fu così che iniziarono le mie sperimentazioni sul gene P21. Dopo varie prove sui topi, passammo ai maiali. Gli ultimi esperimenti li facemmo sugli scimpanzè, con buona pace degli animalisti. Ciò che stavamo scoprendo era troppo più importante: avrebbe rivoluzionato la medicina e il futuro della vita umana. Tutte le principali riviste scientifiche si accorsero della portata della scoperta, così come le maggiori holding farmaceutiche e la totalità dei Paesi Occidentali.

Dopo dieci lunghi ed estenuanti anni di lavoro e sperimentazione fondammo LIFE, la società di cui fui nominato direttore, proprietaria dei diritti sul brevetto di un farmaco prova che iniziammo a sperimentare sull’uomo. Vissi tra il Congo e casa mia per quasi cinque interminabili anni, cercando di concentrarmi al massimo sul lavoro, mentre mia moglie cercava di mollarmi a settimane alterne.

Fu meraviglioso veder crescere le braccia e le gambe di tutta quella gente monca, e il sorriso dei bambini figli delle mine anti-uomo… oh, non li dimenticherò mai.

Rientrai quando ormai il funzionamento chimico-genetico del nostro brevetto era stato completamente sottomesso al nostro totale controllo. Rimase lì solo una piccola equipe di bravissimi colleghi che continuarono con le loro sperimentazioni: ora l’obiettivo era accelerare gli effetti della modifica al P21.

Fu incredibile: in un colpo solo, riuscimmo a debellare malattie come il cancro, l’AIDS, molte malformazioni; potemmo guarire in poco tempo ed in maniera per nulla invasiva e con risultati ottimi le ferite da arma da fuoco e i danni riportati a seguito dei più svariati incidenti. Riuscimmo ad evitare in gran parte dei casi i trapianti e fummo in grado di offrire una soluzione persino per la calvizie. Nel giro di poco più di un decennio, l’umanità intera fu travolta da un cambiamento epocale che obbligò a rivedere tutti i principi che per millenni avevano rappresentato le fondamenta dell’esistenza stessa: l’uomo, tronfio della sua recente vittoria dell’eterna guerra contro il tempo, poteva ora buttarsi alle spalle secoli e secoli di speculazioni filosofiche e scientifiche, diventate improvvisamente vecchie mitologie superstiziose. Finalmente, l’uomo cominciò a vivere proprio quando imparò a non morire più.

Nacquero centri di rigenerazione cellulare come funghi che presto rimpiazzarono le famose e tanto amate SPA dei week-end tutti salute, relax e un pizzico di posticcio romanticismo. La popolazione mondiale aumentò a livello esponenziale, raddoppiando. Cosa che andò a beneficiò dell’economia, della produzione e dell’occupazione globlali. Rispetto al nuovo boom economico, quello precedente degli anni ’80 e quello ancora anteriore degli anni immediatamente successivi al dopo-guerra sembrarono una svista sinusoidale di un grafico incomprensibile. Però, mentre l’uomo impiegava tutte le sue energie per non morire, frastornato da una specie di apoteosi della vita, non si accorse che la vita stava per trasformarsi da problema acuto a cronico.

Il mondo non era fatto per ospitare così tanta gente, a cui se ne sarebbe aggiunta altra con il passare del tempo. La situazione si criticizzò sotto gli occhi di tutti senza che nessuno potesse davvero fare qualcosa di sensato in così breve tempo. Iniziarono a scoppiare i primi focolai tra Paesi vicini e con pochi mezzi di sostentamento. Focolai che si ingigantirono alla velocità della luce, estendendosi come i cerchi concentrici che si formano dopo aver lanciato un sasso in uno stagno. Quel sasso lo avevo lanciato io trent’anni prima, in preda ad un delirio di onnipotenza che non mi apparteneva.

Si pensò così di limitare l’utilizzo delle pratiche di rigenerazione prima solo ai Paesi più ricchi, poi solo ai più ricchi dei vari Paesi. Ma non fu una buona idea e questa scelta non portò che ad un inasprimento dei conflitti che, ora, erano anche civili.

Disorientato dalla confusione totale nella quale mi ostinavo a vivere e schiacciato dal peso del mio delirio di onnipotenza ora divenuto asfissiante senso di colpa, non riuscii a dire una sola parola quando mia moglie mi annunciò la sua gravidanza. Non sorrisi, non piansi, non mi entusiasmai, non mi inquietai. Nulla, non fui in grado di fare assolutamente nulla.

Quando mi chiamò per dirmi che era in ospedale, mi precipitai al reparto maternità solo perché così avevo visto fare nei film e intorno a me, ma privo di qualsiasi urgenza di arrivare a destinazione. Mia moglie mi accolse con un sorriso stanco e mi tese la mano dal lettino sulla quale era stata fatta stendere. Io gliela presi nella mia, ringraziando dio di avere qualcosa su cui spingere il mio sguardo che non fossero i suoi occhi. Mi tranquillizzò dicendomi che andava tutto bene e che presto saremmo stati in tre, forse credendo che lo sconvolgimento che emanava dal mio viso fosse in qualche modo legato al suo essere in procinto di partorire una nuova vita, la nostra nuova vita. Io le sorrisi falsamente ed anuii. Poi, le dissi che dovevo urgentemente raggiungere il laboratorio per delle gravissime questioni emerse che non avevano potuto spiegarmi al telefono a cui ero stato attaccato per tutto il tragitto fino a raggiungerla: dovevo assolutamente andare via da lì. Lei mi disse che capiva, che non dovevo preoccuparmi e che sarebbe andato tutto a posto: ci saremmo visti più tardi. Uscii dall’ospedale, questa volta con urgenza. Non sarei riuscito a rimanere lì un solo secondo in più. Chiamai un taxi e mi feci riportare a casa.


Sorseggiando il mio caffè caldo, pensavo che non sarei mai riuscito a sostenere lo sguardo accusatore di mio figlio che mi rinfacciava di avergli dato la vita in quel mondo. Non avrei mai sopportato il peso di una nuova colpa, dovuta ad un altro errore di valutazione di chi non è capace di tenere conto delle conseguenze dei propri atti. Come avrei potuto spiegare a mio figlio che la terribile vita che si accingeva a vivere, senza peraltro averla chiesta, era solo ed esclusivamente colpa mia e della mia leggerezza? Come avrei potuto vivere con davanti agli occhi la quotidiana scena del capo di mio figlio ripetutamente piegato sotto la sferza lancinante delle mie colpe?

Fui così codardo da rispondere alle mie domande gettandomi nel vuoto dall’enorme squarcio della parete della mia sala da pranzo.

Suppongo che anche questo mio gesto non otterrà né il perdono né tantomeno la comprensione di mio figlio. In compenso, io non sarò lì ad offrirgli il petto su cui puntare il suo dito.

D’altronde, volevo solo morire in pace.


(Topi come lucertole: togli un gene e ricresce la coda, Corriere.it)

Nome: Monica. Cognome: Gallone. Età: 28 anni.

Da due lavora come custode responsabile del museo corinzio di Palandrino, un piccolo paese ai confini tra Lazio, Umbria e Toscana, dove il modo di parlare della gente è l’espressione più evidente della loro ricerca di identità ancora in corso.

Una vita passata a seguire l’ordine naturale delle cose e ad eseguire gli ordini dettati dagli altri e da un contesto capace di schiacciare le persone, nonostante la sua piccolezza. O, forse, proprio per questo: il paese è piccolo, la gente mormora. Due multe – una per aver saltato un rosso ed una per divieto di sosta, una fregatura assicurativa in corpo due e il mancato accesso ad un concorso pubblico per aver scritto il cognome al posto del nome sul modulo di presentazione.

- Mio Dio, ma è assurdo!

- No signorina, sono le regole.

- Ma lei si rende conto dell’assurdità della situazione? Capisco che esiste una norma, ma la sua applicazione andrebbe interpretata a seconda dei casi!

- Signorina, purtroppo non è possibile. La legge è la legge e se dovessimo interpretarla caso per caso saremmo sommersi dai ricorsi e non si farebbe più nulla.

Quando tornò a casa, ad accoglierla vi furono il volto freddo della madre e lo sguardo del padre, tipico di chi si trovi (suo malgrado) di fronte ad un essere chiaramente inferiore. Geometra – ma lui, in fondo, si sente un ingegnere – da anni lavora al comune del paesotto, dove un amico ha un amico il cui cugino lavora nell’ufficio accanto a quello dell’Assessore ai Beni Culturali, il quale si è detto disposto a considerare la possibilità di includere nello staff del museo corinzio, come custode responsabile, qualcuno che sia “affidabile e rispettoso delle regole”. Contratto a progetto rinnovabile fino a prova contraria, 800 euro lordi al mese, dalle 10 alle 18. Tutti i giorni, tranne il giovedì. Postazione: un banchetto semicircolare all’ingresso dove attendere gli sporadici visitatori, rigorosamente in piedi e in divisa.

Da due anni, tra una brochure e un “mi dispiace, i sotterranei non sono al momento accessibili”, Monica riflette sulla inutilità della sua vita nei tempi morti delle sue giornate che occupano quasi tutto lo spazio. Così, giorno per giorno, Monica inizia a percepire il museo corinzio come un prolungamento della sua identità, come qualcosa che potesse giustificare la sua presenza nel mondo, almeno ai suoi occhi e a quelli dei visitatori che, il più delle volte, sorvolano sui volantini illustrativi in bella mostra sul banchetto e sui suoi “Arrivederci” smaglianti. Ultimamente, aveva sviluppato una certa intransigenza, la cui manifestazione era direttamente proporzionale al disinteresse che non aveva ancora capito bene se fosse del mondo verso di lei o suo nei confronti del mondo. Tutto le sembrava sospeso, appeso ad una confusione aleatoria che permeava tutti gli interstizi del suo tempo. Il rispetto delle regole erano diventate l’unico modo che aveva incontrato per capirci qualcosa. Eppure ancora non riusciva a scacciare quella permanente sensazione di inutilità, che si faceva più forte soprattutto quando nel museo entravano signori con cappelli bizzari e una pipa appesa alle labbra, o signore benvestite affatto meravigliate da un luogo tanto simile alle loro case. Le facce annoiate degli studenti in gita le facevano perdere le staffe. Ma chi davvero non riusciva a sopportare erano i cinesi con le loro reflex da 800 euro: il suo stipendio, tasse incluse. “Ma non mangiavano solo riso, questi?”, si chiedeva mentre li guardava fare inchini a destra e a manca.

Non aveva un uomo che la portasse fuori a cena per poi riaccompagnarla a casa con negli occhi la speranza di sentirsi dire “Vuoi salire?”. Il padre non si era mai accorto dei momenti in cui avrebbe potuto dichiararsi orgoglioso di lei e la piccolezza della madre era talmente evidente da averne conquistato i lineamenti del volto. “Nessuno può essere importante per sé”, pensava mentre chiudeva le porte del museo e si dirigeva verso la fermata dell’autobus – una macchina non avrebbe potuto permettersela. Ma fuori del museo era diverso: c’erano altre regole, quelle che lei non era mai riuscita a capire o a controllare. E il viaggiare in piedi sia all’andata che al ritorno ne era una prova. “Se gli altri non si accorgono di qualcuno, quel qualcuno non esiste” – la chiave nella toppa, finalmente a casa. Una doccia, cena e poi a dormire, ché domani è un altro giorno.

Quando seppe del concerto d’archi per la celebrazione dei cento anni d’apertura del museo, qualcosa in Monica cambiò. Le si accese come una speranza: quella di esistere per qualche sconosciuto, almeno un paio d’ore.  Quella mattina si vestì di fronte allo specchio: la divisa era la stessa di tutti i giorni, eppure era diversa, perché oggi sarebbe stata un punto di riferimento per gli ospiti. Si truccò, per l’occasione, gli occhi e le gote con un tocco di fard. Prese l’autobus in anticipo, per evitare che la folla dell’ora di punta le sgualcisse la giacca. Aveva il volto colmo di una solennità che non aveva ancora conosciuto fino a quel momento. Giunta al museo, entrò iniziando a dare disposizioni con la serietà di una vera professionista. Tutto era pronto e doveva essere perfetto. Ricevette una chiamata che la avvertiva di una posticipazione del concerto: dalle 16 alle 17. Lei ci rimase male. Disse che non era così che era abituata a fare le cose e che degli ospiti non potevano decidere il menù dell’oste. Tra l’altro, il museo avrebbe chiuso alle 18, essendo domenica. Dall’altro lato del telefono, una voce imbarazzata si scusò dell’accaduto e assicurò che tutto si sarebbe svolto entro il rispetto degli orari prestabiliti.

Alle 17.20 il gruppo dei musicisti non ancora era al completo. Nel frattempo Monica si era prodigata per gli arrivati: aveva indicato agli spettatori dove sedersi, dividendo l’afflusso in due code allineate ai lati opposti della sala e aveva accolto i musicisti con un “Buonasera, da questa parte”. I musicisti la seguirono continuando a parlare tra loro e, quando dovette allontanarsi per un battibecco di una unita famiglia divisa dalle postazioni assegnate, si sentì assicurare con benevolenza di non preoccuparsi “sappiamo già come disporci”. Nessuno le aveva ancora detto “Buonasera”.

Durante il concerto non riusciva a decidere se fossero più fuoriluogo i frack dei suonatori o le pellicce delle signore che ascoltavano senza capire. Nemmeno lei capiva ciò che non stava ascoltando, immersa com’era nel suo ruolo rivestito da tanta responsabilità. E cosa potevano saperne loro, i suonatori con i loro violini, le signore nelle loro pellicce e i mariti con la pipa appesa a quella faccia stupida. Si accorgevano solo ora dell’esistenza di quel museo che li stava ospitando tutti e che avrebbero avuto l’accortezza di dimenticarlo appena fuori. Eppure, se ora tutti questi signori imbellettati sono qui è perché questo museo esiste, è esistito prima che loro arrivassero ad occuparne le poltrone con i loro culi flaccidi ed esisterà anche dopo, liberato da quell’odore di profumi costosi, tabacco speziato e naftalina. Così come lei, Monica, il custode responsabile che ha reso possibile all’intellighenzia di passaggio di assistere ad un concerto di musica barocca con il proprio lavoro sottopagato, rimandando le ferie che non avrebbe comunque potuto permettersi, lavorando con l’influenza per mancanza di sostituti. Tutto questo per loro, perché degli sconosciuti ingrati e irrispettosi potessero assistere, ora, ad uno stupido concerto che la farà tornare a casa tardi, di domenica, senza che nessuno di loro se ne dispiaccia almeno un po’.

Doveva fare qualcosa. Il suo sacrificio non poteva consumarsi invano. Se esisteva un modo per farsi ricordare, per esistere, era giunto il momento di provarlo. Alle 18 in punto Monica si allontanò dal suo banchetto. Attraversò il passiglio che le file delle sedie, a destra e a sinistra, avevano formato al centro della sala. Su quel tappeto rosso si sentiva una regina, anche se nessuno le diede molta importanza. Gli sguardi si distolsero dalla piccola banda di suonatori siolo quando, con una eclatante dimostrazione di onnipotenza, Monica scavalcò i cordoni di velluto rosso che dividevano lo spettacolo dagli spettatori. Con un gesto plateale ed osceno, dimostrò a tutti la superiorità della regia, a cui è permesso di entrare e uscire dallo spettacolo che sente proprio e di cui tutti non sono che attori o spettatori. Monica si avvicinò ai musicisti impedendo loro di continuare nella loro performance. Poi, si diresse alla balaustra, avvicinò le labbra al microfono e disse: “Il museo chiude alle 18. Tutti i visitatori sono pregati di dirigersi verso l’uscita. Grazie.”

Non si era mai sentita così viva.

(Concerto interrotto al Pantheon: il ministero si scusa con Alemanno, Corriere della Sera)

(di Antonio Scavone su La dimora del tempo sospeso)

Tell me who is my devil, Emilio Merlina (2010)

Lavoro a nero in una ricevitoria del lotto, il principale mi ha messo le mani addosso, ci sono andata a letto, la moglie ci ha scoperti, sono stata licenziata. A casa non trovo di meglio, dopo il divorzio mia madre si è messa con uno scansafatiche, dice che è malato di cuore e non può lavorare, io dico che è un opportunista. Lei non lo ama, lo sopporta, le fa compagnia, le rispondo che “Il marito della parrucchiera” lo hanno già fatto ed era troppo sdolcinato, mi ribatte che non posso capire io che un uomo lo concepisco solo come uno che ti mantiene. Forse ha ragione, è che a ventinove anni suonati, quindi trenta, non ho ancora terra da camminare e cielo da vedere come si dice di solito.  Non ho mai voluto fare qualcosa che mi piacesse davvero perché qualcosa che mi piacesse o che tuttora mi piaccia davvero non c’è mai stata. E se c’è stata era di poco conto.
Mia madre ha cominciato da sciampista, poi manicurista, infine parrucchiera e si mise in proprio a vent’anni, rilevando un salone da barbiere di un suo zio: col tempo e con sacrifici ristrutturò quel salone abbastanza squallido, lo chiamò col suo nome, “Acconciature Caterina”, cominciò a guadagnare, sposò mio padre a ventott’anni, mi ebbe a ventinove, ha divorziato tre anni fa, ora ne ha cinquantanove. Sono figlia unica, un altro figlio le morì di parto e da allora mia madre scoprì che non poteva più avere bambini, si amareggiò in silenzio, in solitudine, tirando avanti come ha sempre fatto: con coraggio e aspettative. Al suo posto mi sarei lasciata andare, se non altro per prendermi una pausa di riflessione ma Caterina la parrucchiera non si perse d’animo: siamo fatte in modo diverso.
Anche il divorzio da suo marito è stato vissuto con naturalezza e praticità, è come quando si perde un treno, è inutile disperarti, devi semplicemente aspettarne un altro. Forse mi sarei comportata anch’io così.
Con mio padre non c’è mai stata una grande intesa: beveva e giocava: il sistema migliore per mandare in rovina un bar al corso: i clienti abituali lo abbandonarono e anche quelli di passaggio passavano oltre, non si fermavano più al “Bar del Corso”. Forse avrei dovuto sposare Gino il barista che in pratica gestiva l’attività di mio padre quando mio padre era ubriaco ma Gino aveva altro per la testa, non certo me, non gli piacevo e non mi ha mai molestata, per lui non esistevo. Difatti, prima che il bar del corso andasse in malora, Gino si licenziò e ora lavora in una pasticceria dalle parti della stazione e si dice che l’abbia pure comprata. Come ci sia riuscito me lo sono sempre chiesto ma senza darmi risposte, forse rubava a mio padre, chissà. Dal canto suo, mio padre ci restò male quando Gino si licenziò e quella fu la sua ultima sbronza: mamma si era già separata e sapemmo che l’avevano ricoverato in una clinica specialistica per disintossicarlo, aveva un fegato così, e ci è rimasto un bel po’ di tempo.
Quando fu dimesso se ne andò a vivere con i fratelli, grossisti di orto-frutta, e fu piazzato in ufficio a rispondere alle telefonate, fare un po’ il guardiano, stare lì come il fantoccio sorridente e innaturale di Mc Donald’s: non beve più ma continua a giocare.
Una famiglia particolare, la mia, senz’altro: quando ci penso mi dico che le cose erano scritte immodificabili da qualche parte, cioè che erano destinate. Sarò passionale ma credo che, in fondo, sia tutta colpa del destino, hai voglia a ribellarti, non ci riesci perché quando tutto è contro di te vuol dire una cosa sola: che il destino non ti vuole, ti ha scaricata, non rientri nei suoi giochi, insomma sei nessuna.
E dire che un pensierino col principale della ricevitoria l’avevo fatto: la moglie ha il diabete e soffre di tiroide, poteva sparire da un momento all’altro e invece è sparito lui: è rimasto scioccato, non si aspettava di essere scoperto.  Avevo pensato di tenermelo un po’, di godermi un po’ la vita, di sera per esempio, bar cinema ristorante, due-tre bottarelle gliel’avrei fatte dare ma almeno potevo pensare con più tranquillità non dico al mio avvenire ma al mio futuro, al mio futuro prossimo. Svanito anche quello, per il momento. Personalmente sono dell’idea che, in certi casi, futuro e presente siano la stessa cosa, falsi o trascurabili. Stavo per vincere la selezione per il “Grande Fratello” ma una tamarra che parlava spagnolo mi ha eliminata: un tizio della produzione s’è preso il numero del mio cellulare, ha detto che mi chiamerà per un altro programma, ho capito qual era l’altro programma ma lui non mi ha chiamata. Se non è destino, questo.
Ora sto qui, con una diecina di ragazze e ragazzi più giovani di me per un’offerta di lavoro nello studio di un commercialista. Ho buone possibilità perché, tutto sommato, un diploma l’ho conseguito in tecnica finanziaria e so sbrigarmela alquanto con le dichiarazioni Iva e quelle dei redditi: solo che mi sembra tutto così assurdo e facile.
Sì, è assurdo perché sarebbe un controsenso con quello che penso sul destino ingrato ed è facile perché, se era scritto così nel grande libro delle opportunità, mi rammarico di non averlo intuìto prima, di non aver preso l’occasione al volo quando si è presentata. Con qualche difficoltà devo ammettere che ne avevo avute di occasioni ma le ho sempre sprecate, e quindi perdute, perché le ritenevo, già allora e stupidamente, troppo facili, troppo semplici, troppo comode. Quando si dice il senno di poi.
Mamma mi ha detto di provare comunque, sempre meglio che starsene a casa alla finestra.
Ho superato la selezione, ma questo lo sapevo già, mi conosco e so quanto valgo e comincio subito a lavorare: il dottor Zaccaria, il commercialista, mi assegna subito alla verifica e alla contabilità delle aliquote Iva, una montagna di dichiarazioni più o meno tutte manipolate, mi fa capire che c’è da sudare ma che “il compenso ne risentirà positivamente”. Quando dicono così significa che sarai pagata come la commessa di un negozio ma che, se ci saprai fare, potresti portare a casa un’ottima paga. È tutto in quel “Se ci saprai fare”: io ci so fare ma da un po’ di tempo a questa parte mi secca molto saperci fare, cioè snaturare la mia indole fatalistica, primeggiare carognescamente sui miei colleghi di lavoro e dare quindi di me la solita immagine della “stronza” che pensa solo a far soldi e sfruttare il meglio di sé per i soldi che riuscirà ad accaparrarsi. Detto questo, non mi meraviglio più di tanto né di me stessa né di quello che gli altri pensano e penseranno di me: devo badare a ricostruirmi, o comunque a non deframmentarmi ancora di più, come diceva un mio ex-fidanzato malato di computer.
L’orario di lavoro è quello di tutti gli uffici, nove-diciassette, dieci minuti per il panino, il salario è quello di una co-cottina, come lo chiamo io, ma in compenso ho una stanza tutta per me con scrivania, telefono, personal e chiavi del bagno. C’è persino una finestra che dà su uno scorcio di mare e questo, devo dire, mi tranquillizza e mi riempie e non perché sia un’illusa persa nei suoi sogni ma perché, semplicemente, rifletto, considero, ordino i pensieri della mia vita, le vetrine dei negozi, la gente alla fermata dell’autobus, quello che càpita.
Oggi, per esempio, ero così profondamente assorta in queste non so come chiamarle che il dottor Zaccaria, entrando all’improvviso nella stanza e pensando che stessi risolvendo una questione di grande complessità, si è scusato e si è ritirato in fretta, come se avesse interrotto l’avvio positivo al superamento di un problema. No, non c’era niente da superare: erano le mie riflessioni senza capo e senza coda che mi avevano fatto assumere quell’atteggiamento così enigmatico e profondo. Guardavo gli oggetti sulla scrivania, il davanzale della finestra, la pianta di ficus, le sedie di similpelle nere, le cassettiere, gli stipi delle pratiche: guardavo e non mi capacitavo di essere in questa stanza, di esserci davvero, con la mia mente e il mio corpo: mi sono sentita un’estranea, questa è la verità.  Ed è una verità che non ti accende.
Poi passa, come tutte le cose che vogliono comunicarti dei significati ma non si capisce mai che senso abbiano o possano avere quelle immagini che si susseguono casualmente o quei pensieri che finiscono subito, appena abbozzati.  Dovrei andare più a fondo, è chiaro, ma non sapendo qual è il fondo, oppure sapendolo fin troppo bene, preferisco restare nell’incertezza, che non mi aiuta ma non mi fa neppure precipitare verso la deriva. Forse “deriva” è esagerato come termine ma per esperienza so che non lo è come prospettiva.
Comunque passa, deve passare e infatti mi risveglio da questa specie di trance e mi dedico ai calcoli delle aliquote, come se non fosse successo niente e niente è successo, poi.
C’è un tale che lavora nella stanza degli archivi, un certo Rosati, un uomo sulla cinquantina, belloccio, dai modi affettati, veste sempre un rigato blu con panciotto: stasera mi ha chiesto se poteva accompagnarmi a casa, mi ha detto che mi aveva subito notata, che le sembravo una persona in gamba: insomma ci ha provato ma l’ho bloccato subito: che stasera avevo altri impegni e lui, per rabbonirmi, mi ha detto di avere “intenzioni serie”… Se “deriva” è esagerato, “intenzioni serie” è antico e ambiguo come termine e come approccio. Non l’ho sentita neanche da mia madre quasi sessantenne questa frase così ampollosa: mi sembra un linguaggio da puttaniere. Le intenzioni serie sono quelle degli annunci matrimoniali ma anche quelle nascondono, come nel mio caso, le “intenzioni vere”, che per presentarsi come tali hanno bisogno di questo giro di parole per dire semplicemente: “Perché non vieni a letto con me?”.
Andare a letto con lui/andarci insieme: c’è una sottile differenza. Col principale della ricevitoria è stato diverso: l’ho voluto, l’ho deciso, inseguendo maldestramente, o come una stupida, un proposito di tranquillità, o di comodità per così dire. Non si sarebbe mai realizzato questo mio progetto, è ovvio, ma mi ero illusa per un po’, mi ero data una scadenza finché, magari, non mi sarei annoiata di avere una storia tanto improponibile. Con l’uomo del panciotto, con Rosati, con le “intenzioni serie” di questo Rosati, mi sono subito tirata fuori da complicazioni e smanie: puoi decidere di essere una donna che piace ma non una donna di piacere.
Sono tornata a casa, ho trovato la cena pronta e un biglietto di mamma che mi avvertiva di essere andata dalla sua amica Adele, malata da tempo.
Il telefono squilla ed è inspiegabilmente Rosati, che si scusa e si aspetta “il mio perdono”. Questo è troppo! Dopo le intenzioni serie, adesso il perdono?! È troppo ed è tipico degli uomini che non accettano un rifiuto. Gli dico che non ho nessuna voglia né di parlargli, né di vederlo, né di perdonarlo. Lui ribatte soltanto “Va bene” e gli sbatto il telefono in faccia.
Sono andata in cucina, ho acceso il televisore e ho cominciato a cenare: petti di pollo impanati e fritti e insalata verde. Risquilla il telefono: no, è il citofono. Stento a crederci: Rosati è qui, sotto casa. Mi ha seguita e mi perseguita: quando ho chiesto chi fosse, ha detto che si sarebbe sentito ancora peggio se non l’avessi perdonato.
– Si può sapere che cosa vuole da me?
– Mi sono innamorato di lei.
– Sì, domani!
E ho riattaccato. Comincio a star male, non trovo le parole e i pensieri per risollevarmi. Ritorno in cucina a finire la cena e mangio con rabbia, come se volessi masticare stizza e disappunto, sorpresa e fastidio. Spengo il televisore e resto in attesa: non so di che, forse di un altro trillo del citofono, o di qualcosa, qualsiasi cosa, che mi proietti… già, dove dovrebbe proiettarmi questa cosa qualsiasi che dovrebbe succedere e che, in parte, è già successa? Alzo la cornetta del citofono e chiedo se stia ancora lì.
– Sì.
– Salga, secondo piano, interno cinque.
E ora? Che faccio, che dico, come mi comporto? E se fosse un maniaco, uno stupratore, un assassino? Ne succedono tante, di queste storie tristi, alla tivvù e sui giornali: dunque, sto per diventare una vittima sprovveduta e compiacente? Sprovveduta lo sono ma il sacrificio vorrei evitarmelo… E sta salendo, gliel’ho permesso: cos’altro dovrò permettergli?
Il campanello dell’ingresso mi scuote: devo decidere. Mi avvicino alla porta con passi felpati, guardo dallo spioncino, lo vedo e gli domando se ha sempre quelle sue intenzioni serie. “Certo, può fidarsi” mi risponde con un breve inchino, apro la porta e lo faccio entrare: è zuppo d’acqua, il suo rigato blu è infeltrito, i suoi capelli luccicano d’argento tanto sono bagnati.
Che strano, pioveva e non me n’ero accorta. Rosati si scusa per essersi presentato così, all’improvviso e malconcio per la pioggia. Si asciuga la fronte e i capelli con un fazzoletto, si dà dei colpi sull’abito per affossare e stemperare le chiazze d’acqua che invece ristagnano e mi dice che, per l’entusiasmo, ha fatto le scale di corsa.
– Entusiasmo per cosa?
– Perché mi ha fatto salire.
Gli ribatto senza pensarci che tra poco tornerà mia madre, tanto per frenare la sua eccitazione, e lui mi risponde con un “Bene” ancora più caloroso, che deve rinfocolare probabilmente la sua dignità e il suo decoro.
– Vuole bere qualcosa, un cognac?
– Magari un poco d’acqua, dopo quella che ho preso.
Lo introduco in salotto, lo invito a sedersi e vado a prendere il bicchiere d’acqua in cucina. Che ci fa un uomo come Rosati, che parla all’antica, che se n’è stato per strada sotto la pioggia, con una donna più giovane di lui di vent’anni? E che ci fa questa donna con un uomo cortese e sfuggente come Rosati?
Quando torno in salotto e dico “Ecco l’acqua” lo trovo smanioso, insofferente, agitato. Gli chiedo cos’abbia e lui si porta una mano al petto, mi prega di scusarlo ancora una volta e di chiamare il 118. “Sono cardiopatico” aggiunge a fatica, massaggiandosi delicatamente il torace e il braccio sinistro. Lascio il bicchiere con l’acqua sul tavolino, chiamo il 118 e dico che c’è un’urgenza, un infarto per un uomo di cinquant’anni. Rosati vorrebbe parlare, forse sminuire e rassicurarmi per quello che mi ha sentito dire ma gli impongo di non fare sforzi inutili e di dirmi, piuttosto, chi devo avvertire. A gesti mi fa capire che vive da solo, non c’è nessuno da avvertire e cava di tasca un biglietto con un numero di telefono, di un secondo Rosati che abita in periferia, un fratello forse, lontano da qui. Poi scivola lentamente sulla poltrona per distendersi sul pavimento e continua a massaggiarsi lentamente il torace e guarda il soffitto, come chi aspetta che qualcosa accada, qualunque cosa, anche il nulla.
Rientra mia madre, compunta perché l’amica è spirata e quando scorge Rosati disteso sul pavimento, più morto che vivo, non riesce a capire, e d’altronde non potrebbe, la ragione di quella visita e la sorte di quel visitatore. Le dico solo che è un collega d’ufficio e che si è sentito male. Le mie parole non la persuadono e neppure l’arrivo degli infermieri e del medico del 118: vediamo Rosati che viene soccorso, gli fanno un’iniezione, lo attaccano ad una flebo, lo sollevano con cautela sulla barella, lo imbragano e lo portano via, dopo avermi chiesto ragguagli e identità dell’infartuato: mi preoccupo di consegnare al medico il biglietto del Rosati che vive lontano dal Rosati che vive da solo e che adesso, deluso e smarrito, trova il modo di mandarmi un saluto con uno sguardo fievole di gratitudine, come un lieve auspicio d’intesa.
Richiudo la porta, ritorno nel salotto e mi seggo davanti a mia madre ma non per spiegarle, semmai per farle intendere che sono stata presa alla sprovvista anche stavolta, che gli avevo dato solo un bicchiere d’acqua e che non aveva fatto in tempo neppure a berlo. Mia madre considera le mie parole come se facessero parte di un’altra storia o di una storia che si ripete sempre uguale, sempre inutilmente uguale. Mi dice che Adele, la sua amica malata, sembrava si fosse ripresa e che se n’è andata nel sonno, senza disturbare, senza soffrire, forse soddisfatta o serena di poter dormire sperdendosi nell’infinito. Poi mi dice che dovrei informarmi in ospedale per sapere di questo mio collega: le rispondo che lo farò ma non ora.
– Domani fanno trentanove anni da quando inaugurai “Acconciature Caterina”. Adele fu l’unica che mi incoraggiò. E mi fece coraggio anche quando mi separai da tuo padre.
– Che vuoi dire con questo?
Mamma fa un gesto come per dire semplicemente “Niente”, perché quando certe sensazioni finiscono non c’è più nulla da provare. D’istinto le contesto questa visione pessimistica di avvenimenti, persone e ricordi ma, in realtà, non saprei e non so cosa opporre. Abbiamo vissuto, stasera, due situazioni simili, che ci hanno viste spettatrici impassibili e passive, che ci fanno e forse ci faranno arrampicare sugli specchi alla ricerca di significati e soluzioni, sperando tuttavia in una via di fuga, una consolazione che possa distrarci infine da emozioni così spezzettate, così incerte.
Mamma coglie il senso delle mie riflessioni frammentarie e mi chiede se ho cenato. Annuisco ed evito di guardarla: so già cosa mi direbbero i suoi occhi, cosa mi trasmetterebbero: quel rimprovero debole e accorato sulla vita che ho sempre condotto, sulle opportunità che mi sono lasciata scappare, sulle scelte incompiute della mia inconcludente voglia di vivere. Una cosa non va con un’altra cosa, sia pure simile, come un myosotis non va con una rosa, anche se sono fiori: ma questi sono argomenti che mamma conosce bene, che ha praticato da sempre e che non riuscirò mai a farglieli accettare. Dopo tutto, le mie sono peregrinazioni gratuite e casuali, come quando fisso lo sguardo sugli oggetti, le persone, i colori e non ne tiro fuori niente che sia, poi, interessante e stimolante. Mi soffermo a guardare, a cogliere dal di fuori ciò che vedo e credo di far mio o di essere una parte positiva di quello che, purtroppo, non vado mai costruendo. Tanto per darmi un tono e per mostrare un abbozzo di riscatto, le chiedo dove si sia cacciato Roberto, il suo compagno di solitudine.
– È andato alle corse dei cavalli.
– A scommettere con i tuoi soldi, immagino.
– A scommettere con i miei soldi.
– E quando finiranno questi soldi che gli dài?
– Quando finirò di darglieli.
Lapidaria, laconica, caustica: siamo madre e figlia, no? Io passo per cinica e sconclusionata, lei è di fatto pratica e propositiva ma usiamo tutt’e due lo stesso distacco quando si tratta di interpretare la realtà e di reggerne il peso, solo che io appaio arida e senza slanci e lei viene sempre giudicata acuta e passionale.
Forse non è una questione di apparenza, forse la mia non è una maschera di comodo, forse sul serio lascio le cose sospese e pretendo poi di ricompattarle con la volontà che, oltre tutto, mi manca. Rosati stava per morire, una mezz’ora fa, e non ho fatto niente di meglio che chiamare l’ambulanza: l’avrò salvato probabilmente ma è stato lui a imbeccarmi, a dirmi cosa fare. Che cosa mi aspettavo? Di vederlo morire sotto i miei occhi? Adele, almeno, se n’è andata nel sonno e mamma non ha avuto il tempo e il modo di piangere l’amica ormai morta, ma io, che non avevo motivo di commuovermi per uno sconosciuto, l’avrei lasciato al suo destino come quando si lascia passare un autobus troppo affollato?
Mi contraddico e vorrei non farlo, mi pongo domande e non voglio trovare risposte, mi sento come quel famoso bicchiere che scatena speranza o smarrimento nel ritenerlo mezzo pieno o mezzo vuoto. Come il bicchiere che Rosati ha lasciato, che Rosati non ha bevuto: decido che tocca a me chiudere l’incidente, la circostanza di questa serata piovosa. Prendo il bicchiere e lo porto alle labbra: mamma mi guarda quasi con ammirazione, approvando il mio gesto che per metà è simbolico e per metà è occasionale. Mi osserva con la sagacia irriverente e beffarda che hanno le donne stanche di dover ricominciare sempre daccapo e mi chiede se le farò compagnia in cucina quando si preparerà la sua solita tisana. Le dico di sì e bevo l’acqua dal bicchiere di Rosati.
– Devi informarti in ospedale, per il tuo collega.
– Non ho chiesto quale fosse l’ospedale.
– Prova quello più vicino.
Mamma si alza, prende il bicchiere ormai vuoto e si avvìa in cucina. Cerco sull’elenco telefonico l’ospedale più vicino e mi dico che, in fondo, saprò tutto domani, in ufficio, dal dottor Zaccaria: saperlo adesso non farebbe crescere né il mio interesse né la mia indifferenza.
La vita è sempre più semplice di quel che sembra. Le cose sono sempre più sole e isolate. I sentimenti non hanno sempre bisogno di esprimersi, possono restare nascosti e non farsi scoprire. Avrei potuto dire tante altre parole ma non mi sono venute. Càpita.
Raggiungo mamma in cucina e le faccio compagnia mentre sorseggia la sua tisana. Non ho detto molto stasera. Non ho detto quello che forse Rosati si aspettava da me e non ho detto neppure come mi chiamo.

Su Filosofipercaso, un mio racconto.

Grazie ad Antonella Foderaro per l’ospitalità.

Luigi

Fece qualcosa e lei rise di gusto, buttando indietro la testa. Poi lui le tagliò la gola.

Sembrava una abat-jour, quella testa appoggiata dritta sul tavolo in cucina, con la lunga chioma di capelli castani arruffati che scendevano fino ad annegare le punte nella pozza di sangue alla base del collo. Gli occhi sgranati color coca-cola e quelle labbra gonfie e rosa… Oh, era davvero la più bella puttana che avesse mai visto.

Era in piedi davanti al tavolo e la fissava, mentre alcune gocce di sangue non ancora rappreso colavano dal bordo del ripiano, scoppiando contro il pavimento. Il disco con Love Me Tender era ancora su, dalla finestra semiaperta entrava la brezza fresca.

 

 

Scese a comprare la scorta di vino rosso dall’indiano sotto casa. Era più caro del supermercato, ma rimaneva aperto fino a tardi la notte. Avevano fatto un patto: l’indiano gli avrebbe venduto il vino con uno sconto e lui non lo avrebbe denunciato al centro di immigrazione. L’indiano accettò.

Iniziò a farci la spesa perché era comodo: da quando si era rinchiuso in casa, in un esilio volontario dal mondo nel mondo, non sopportava più gli iper le piazze i bar: la gente. Né pro né contro, né dentro né fuori: aveva limitato il suo rapporto con la vita reale ai pochi metri quadri di un appartamento al quinto piano in un palazzo di periferia, dove viveva clandestinamente la sua vita.

Sempre più spesso, ascoltarsi parlare lo disorientava. Sentiva che quello che diceva gli apparteneva sempre meno quanto più diventava degli altri. Così, per evitare che le sue parole fossero quelle di tutti, evitava di pronunciarle.

Imparò a fidarsi solo della sua immaginazione quando scoprì che, a sua insaputa – per sopravvivere – qualcosa uccideva la Verità. Mai interrompere quella condizione di clandestinità: credeva di perdere i sogni, se ne fosse uscito.

Undicesimo comandamento:

Di notte

non si perdano

le stelle, come i sogni

non si dovrebbero

di giorno.

Aveva paura che il giorno li avrebbe uccisi, schiacciandoli come un’ombra contro l’asfalto che tutti avrebbero calpestato con quell’ottusa disinvoltura della quotidianità. Così, imparò a vivere in una stanza dove ciò che immaginava era molto più reale di ciò che accadeva al di la della finestra, sempre aperta sulla strada. Passava il tempo a sfilarsi i sogni dalla testa: con il pollice e l’indice li prendeva e se li faceva scivolare tra le dita, se li avvolgeva alla lingua o li faceva scorrere tra i denti, lasciava che gli pendessero da un orecchio, li confondeva tra i capelli, ne faceva una collana o una corda da saltare e, quando ne arrivavano altri, i primi li appendeva alla parete o li legava ai piedi di una sedia, ci imbottiva un cuscino.

Il pensiero di incontrarsi con qualcuno lo atterriva. Raccontargli dei suoi sogni appesi ai muri del suo appartamento avrebbe tolto loro la dignità che tra quelle pareti conservavano. Per non rinunciare a sé, aveva perduto l’affetto di chi gli stava intorno e l’amore, quando cercò di spiegarsi senza sembrare un pazzo.

Non potendo sapere che aria tirasse al di sopra del livello del tavolo che aveva in cucina, imparò a scoprire i luoghi dell’uomo che gli era dentro, di fronte a un vino rosso, le gambe penzoloni dalla sedia. Esplorazioni avventurose dei posti più reconditi della mente umana con cui riempiva le giornate vuote degli altri.

 

 

Ti piace il vino? Lei rispose superando la soglia del portone, tenuto aperto con la spalla, dando un paio di occhiate dietro di sé con scatti repentini della testa. Hai paura?, mentre salivano le scale. Lei sorrise, ma solo con le labbra. Bevve un sorso direttamente dalla bottiglia e aprì la porta di casa. Dovresti , disse mentre sfilava la chiave dalla toppa della porta aperta.  Sei una troia fortunata tu, lo sai? Almeno questo… Bevve un altro sorso e le passò la bottiglia. Lei accennò un nuovo, timido sorriso imbarazzato e bevve. Questo posto non esiste, ma oggi potrebbe con te. Li vedi i sogni appesi alle pareti? Bevve  E quei cuscini che brillano se li muovi sotto la luce della lampada, li vedi? Bevve. Lei fissava il pavimento con la faccia un po’ di lato, appoggiata sulla spalla. Con un piede si tolse una scarpa. Non li vedi, eh? Bevve. Sei solo una stupida puttana – si pulì con il braccio il vino che gli colava dalla bocca impastata – Ma stasera niente cazzi, stasera solo sogni. D’accordo? Le tese la bottiglia e lei fece un piccolo sorso guardando il soffitto scuro e senza lampadario.

Andò in cucina a prepararsi quella fetta di carne che stava marcendo in frigo da una settimana. Tornò e le si sedette di fronte a mangiare la sua bistecca. Proprio non li vedi, allora? Lei dondolava una scarpa nel vuoto con il piede: ora guardava la finestra, ma non fuori. Se non li vedi te li racconto, così puoi sentirli almeno.

Iniziò a raccontarle i sogni che per tanti anni aveva appeso alle pareti, uno ad uno e senza un ordine preciso, interrompendosi solo per bere dalla bottiglia o dal bicchiere. Ascolta bene questo, è il mio preferito. La voce gli si fece seria. Il viso, fin’ora contratto in una specie di smorfia tra lo sforzo e la rabbia, gli si appianò sotto le ciglia inarcatesi sugli occhi che ora guardavano tutto il vuoto che c’era nel vuoto. Lo raccontò di nuovo, e ancora una volta, e di nuovo ancora e ancora, riempiendo di lacrime il bicchiere che continuamente si svuotava. Poi, si pulì le labbra, schiarì la voce e si alzò.

Nessuno è all’altezza di certe cose, nemmeno tu. Dovrò tagliarti le gambe per questo. Lei continuò a fissare l’angolo del pavimento che era rimasta a guardare per tutto il tempo del racconto. Andò in cucina barcollando, era ubriaco. Tornò nella stanza con un coltello, le si avvicinò e cadde a terra cercando di sedersi accanto a lei sul letto troppo alto. Lei rise di gusto buttando indietro la testa.

 

 

Con le mani inzuppate di sangue, si avvicinò alla testa poggiata sul tavolo. Le aprì la bocca e la riempì di sperma.

Ed ora sgorghino parole a fiotti come flutti di figli di puttana tutti frutti riprodotti dalla stessa vergine e feconda parola madre e troia fecondata e tutti riproducano il mio canto osceno che queste orecchie sorde come il legno pieno delle teste che dividono ambulanti si ostinano a non vedere mendicando un po’ di vita ogni giorno d’ora in ora  che tutta assieme è una vergogna e poi rossi come fanno a tirar dritto a testa alta con l’imbarazzo che gli chinerebbe il capo in basso nell’abisso dentro il quale perderebbero la testa ma non sé se solo ci guardassero sguazzassero nel tempo come in una pozza di fango bianco che è la luce del mattino quando il giorno sgocciola sulla sera come un rubinetto nel buio la notte che non parla ma parla foss’anche per dir niente che è una settimana che non dormo per tener l’orecchio teso alla crepa del silenzio che si tende e non smette di dirmi altro che silenzio e non si sente niente a parte l’eco delle persone che muoiono quando spengono la sveglia il mattino ancora caldo sfornato come un pane da questo immenso inferno sempre acceso ad ardere i ricordi appesi come appendici ad un passato che non c’è stato mai se non hai avuto tempo per un racconto

Affannato, si accasciò a terra con la schiena appoggiata ai piedi della sedia. Lei non parlò e il suo silenzio lo uccise.

Luigi B.