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Urtext: la lettura come fenomenologia

Biagio Cepollaro,aldilàdelbianco-3,2009

Quattro premesse

1.

Il reale non è la realtà. Esso non si caratterizza per nessun tratto peculiare o registro etico determinato: semplicemente è, ed essendo ci convoca sul piano dell’essere.

Il reale è inemendabile ed arbitrario nella misura in cui la sua ipseità[1]si concretizza in una immanenza che non possiede futuro né passato, perché non ha memoria né prospettiva – non è narrativa.

Il reale non riguarda nessuno ed è, perciò, un sapere senza soggetto, ovvero senza legge: manca, cioè, di quella «costanza del mutamento nella necessità del suo corso»[2] che configura l’orizzonte entro il quale i fatti si manifestano con chiarezza come i fatti che sono.

2.

La realtà non è il reale. Essa è la sua rappresentazione. Ciò non implica necessariamente una perfetta aderenza tra le due istanze.
Al contrario, la realtà, a differenza del reale, si caratterizza per la sua convenzionalità ed autoreferenzialità nella misura in cui la verità che configura possiede struttura di finzione: è la ipostatizzazione di un simulacro[3] privo di referente esterno, prodotto dell’incontro-scontro del sapere del reale con il soggetto che ne fa esperienza.

Del reale che non ci riguarda non si può dire nulla tranne il fatto che esso è, esiste e accade, e accadendo ci incarna al di là di ogni ragionevole motivo.
Della realtà, invece, si può dire molto nella misura in cui ci riguarda come soggetti dell’esperienza del reale.

3.

L’esperienza non è l’esperimento. Essa non è riducibile al fenomeno scomponibile in elementi osservabili e decifrabili a posteriori; è invece l’incarnazione del principio di indeterminazione heisenberghiano, parafrasando il quale è possibile affermare che quanto più precisa la misura del fatto tanto più debole il suo vissuto.

L’esperienza non è l’esperimento perché, mentre quest’ultimo prescrive una oggettività che esclude per forza di cose il soggetto, la prima corrisponde al luogo in cui il reale dà origine al soggetto per partenogenesi.

L’esperienza, allora, rappresenta, etimologicamente, non uno stato ma un attraversamento e, sostanzialmente, non un oggetto ma una traccia di quell’attraversamento che, depositandosi, determina la epifania del soggetto che si manifesta sotto forma di narrazione simbolica: vi è esperienza solo in presenza di un soggetto.

4.

Il soggetto non è l’oggetto poiché, essendo il depositario del sapere, non può mai essere oggetto di conoscenza. In tal senso, il soggetto si configura come una antinomia poiché, adattando in qualche modo il paradosso di Russell, di esso è possibile dire che è l’insieme di tutti i saperi che non contengono se stessi[4].

Il soggetto è – in sé e per sé – una referenza vuota: è un’essenza assente che esiste solo nella misura in cui, convocato sul piano dell’essere dal reale, si identifica per necessità con un significante, introducendosi in tal modo all’interno della narrazione simbolica che gli preesiste.

Il soggetto, dunque, non manipola i significanti, ma da essi si fa rappresentare. In ciò consiste la autoreferenzialità del senso della sua realtà che non appartiene all’ordine dell’esperienza, pur derivando da essa.

Per questa ragione, esiste sempre uno scarto irriducibile tra reale e senso. Ed è proprio in tale scarto, in tale carenza, in tale vuoto che dimora il soggetto.
Questo è l’unico sapere a cui il soggetto può accedere senza tralignare.

Il soggetto non è nemmeno l’io. Il primo, infatti, è un eccesso dell’essere che determina un vuoto, una mancanza a essere, e che perciò si fonda sul desiderio – un desiderio che è, però, senza oggetto. Il secondo, invece, è il risultato dell’identificazione del primo con un significante che assume in tal modo la funzione di oggetto (del desiderio).

Quando il soggetto si nasconde dietro l’io assume su di sé la dialettica della mancanza, quella in cui il desiderio configura l’oggetto che illusoriamente colmerebbe la sua mancanza, ammettendo solo una carenza funzionale occultandone, così, il carattere costitutivo: se c’è un oggetto possibile, la carenza non può essere essenziale.

Posta in questi termini, la realtà risulta essere il prodotto dell’identificazione con un significante di un soggetto che cerca di colmare la mancanza a essere che lo fonda. In altre parole, la realtà, essendo il soddisfacimento di un desiderio, è un modo di godere.

Per le stesse ragioni, la storia non rappresenta più una concatenazione di eventi dettati da una necessità storica, piuttosto essa è la narrazione simbolica dei differenti modi di godere del soggetto umano che ha agito identificandosi con un senso, di era in era differente, per colmare la propria mancanza a essere. Continue reading Urtext: la lettura come fenomenologia