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(Emmaus, Alessandro Baricco – Feltrinelli 2009, euro 13)

Torino, anni ’70. Da un lato Luca, il Santo, Bobby e la voce narrante; dall’altro Andre ed il suo mondo. Da un lato, la normalità piccolo-borghese delle lotte quotidiane verso la conquista di una felicità delineata dai precetti cattolico-cristiani; dall’altro la sperimentazione dell’eccesso caratterizzata da una aristocratica tragicità. Da un lato regole, confini ed espiazioni; dall’altro possibilità, estensioni e perdizioni.

Due mondi diversi, distanti eppure così vicini, che non si riconoscono pur facendosi negli stessi luoghi, camminando sulla stessa strada. Questo è Emmaus, l’ultimo romanzo di Alessandro Baricco: 144 pagine che riproducono, rigo dopo rigo, quell’incapacità (o impossibilità?) di riconoscere raccontata dal Vangelo di Luca nell’episodio da cui il libro prende in prestito il titolo. E, a vederlo, il romanzo di Baricco, povero, spoglio, semplice, pulito, bianco, sembra proprio un vangelo. Non un colore (a parte il rosso del titolo) né una foto ad abbellire in qualche modo la copertina del romanzo, rigorosamente di carta, ruvida, antica.

La scrittura, scorrevole e lineare, si fa leggere volentieri – anche in un solo giorno – mentre racconta della stessa inconsapevole adolescenza di due mondi diversi: uno, quello cattolico, a cui non bastano le sue regole per non perdersi; l’altro, quello tragico dell’alta borghesia laica, a cui non basta perdersi per trovare delle regole. Entrambi, dispersi nella imprevedibile mappa del vivere, otterranno le risposte alle loro domande. Il prezzo che pagheranno sarà lo stesso: il tempo, l’unico, in cui furono davvero vivi senza saperlo. Perché “abbiamo tutti sedici, diciassette anni – ma senza saperlo veramente, è l’unica età che possiamo immaginare: a stento sappiamo il passato”.

Lo stile di Baricco è riconoscibile sin dal primo rigo del prologo, anche se tutti si aspettavano un Baricco diverso dal solito. A parte qualche improvvisazione grammaticale e qualche gioco di punteggiatura, Baricco è sempre più simile a se stesso: molto resta implicito, nascosto tra le righe che mantengono una tensione lirica (a volte) estenuante, quasi esasperante. Personaggi poco definiti, quasi aleatori e molto metafisici, come totalmente abbandonati nelle mani dell’immaginazione del lettore, abitano ambienti concreti e anche crudeli; un contrasto narrativo che riesce ad esaltare le caratteristiche di entrambe le parti in maniera ancora più evidente.

Il romanzo non spiega, non giudica, non ammonisce - almeno, cerca di non farlo. Si limita a raccontare una storia: la storia di un gruppo di adolescenti, così diversi tra loro e che si ritroveranno diversi da loro stessi quando ripercorreranno la loro storia – chi di loro potrà ancora farlo.

Emmaus è un bel romanzo, scritto indubitabilmente bene, ma di cui bisogna fidarsi poco. Come tutte le cose che nascondono dietro il paralume della bellezza l’ombra di qualche menzogna.

Raccontami la notte in cui sono nato è l’ultimo lavoro di Paolo Di Paolo, che costringe, piega il lettore, alla riflessione sin dal titolo- dalla copertina.

Più che un libro o un semplice racconto, Raccontami la notte in cui sono nato è un pretesto – moderno come la storia da cui prende spunto della vita in vendita su eBay di Nicael Holt – per porsi una domanda antica come l’uomo: perché esisto? Di Paolo non cerca, con la sua storia, di rispondere a questa domanda. Suggerisce, invece, un percorso da battere a chi, se non una risposta, almeno un motivo – una causa – vuole incontrarlo. E da dove partire se non proprio da lì? dalla notte in cui si è nati.

“Vivere è dimenticarsi di essere nati e perché”, dice Di Paolo ad un certo punto della storia, sottolineando la necessità di ricordare e di ricordarsi. Ma solo verso la fine, solo dopo che Lucien si accorge che “la memoria non si condivide” e che “perdiamo ciò che altri conservano: anche di noi”. Solo dopo che lo studente modello e giornalista ventenne si ricorda di essere stato giornalista quindicenne e infinite altre cose, infiniti altri Io di cui, ora, sente “un improvviso carico di tenerezza”. Solo dopo aver rovistato nello scatolone della memoria, Lucien può rendersi conto che il resto che gli manca, che va cercando, che vuole essere, in realtà lo è già stato. Sono i “minuscoli anni, senza peso nella storia dell’universo” a dirgli: “ci siamo stati, siamo passati e sei passato anche tu”.

Raccontami la notte in cui sono nato è questo e tanto altro ancora. Lo stile pulito ed elegante dell’Autore, fresco e genuino come il modo con il quale egli si pone di fronte al mondo e a se stesso, gli permette di parlare allo stesso modo di dove vanno gli anni, quando si dimenticano crescendo, e delle ragazze e “il segreto inattingibile delle loro fiche”, argomenti profondamente differenti tra loro ma che non spezzano il “filo del discorso” che l’Autore tende tra sé e il lettore sin dalla prima pagina. Filippo, la Signorina F., Manolo, Rossella, la nonna, le cugine stronze, fanno da sfondo ed offrono i contorni ad una storia che, senza di essi, sarebbe potuta essere la trasposizione su carta del flusso di coscienza di una crisi post-adolescenziale ed i suoi fantasmi, che tuttavia non mancano (Magritte, Perec). Invece i contorni reali di questa storia fanno sì che essa appartenga non solo a chi la scrive ma anche a chi la legge, senza per questo annullare l’unicità di ogni individuo scritta nelle sue radici, il patto che lega inseparabilmente ogni essere a se stesso ed alla propria identità, che pure viene affrontata dallo scrittore ( “è cambiato tutto, però io sono rimasto lo stesso”).

Nonostante il lavoro di Di Paolo non contenga la risposta, ma una risposta alle domande sulla vita, resta una valida porta da aprire se siete preoccupati, se sentite che vi manca “anche solo una storia”. Quella storia potrebbe essere questa, perché “questa storia non è finita, questa storia ricomincia sempre”.

Raccontami la notte in cui sono nato è l’ultimo lavoro di Paolo Di Paolo, che costringe, piega il lettore, alla riflessione sin dal titolo- dalla copertina.

Più che un libro o un semplice racconto, Raccontami la notte in cui sono nato è un pretesto – moderno come la storia da cui prende spunto della vita in vendita su eBay di Nicael Holt – per porsi una domanda antica come l’uomo: perché esisto? Di Paolo non cerca, con la sua storia, di rispondere a questa domanda. Suggerisce, invece, un percorso da battere a chi, se non una risposta, almeno un motivo – una causa – vuole incontrarlo. E da dove partire se non proprio da lì? dalla notte in cui si è nati.

“Vivere è dimenticarsi di essere nati e perché”, dice Di Paolo ad un certo punto della storia, sottolineando la necessità di ricordare e di ricordarsi. Ma solo verso la fine, solo dopo che Lucien si accorge che “la memoria non si condivide” e che “perdiamo ciò che altri conservano: anche di noi”. Solo dopo che lo studente modello e giornalista ventenne si ricorda di essere stato giornalista quindicenne e infinite altre cose, infiniti altri Io di cui, ora, sente “un improvviso carico di tenerezza”. Solo dopo aver rovistato nello scatolone della memoria, Lucien può rendersi conto che il resto che gli manca, che va cercando, che vuole essere, in realtà lo è già stato. Sono i “minuscoli anni, senza peso nella storia dell’universo” a dirgli: “ci siamo stati, siamo passati e sei passato anche tu”.

Raccontami la notte in cui sono nato è questo e tanto altro ancora. Lo stile pulito ed elegante dell’Autore, fresco e genuino come il modo con il quale egli si pone di fronte al mondo e a se stesso, gli permette di parlare allo stesso modo di dove vanno gli anni, quando si dimenticano crescendo, e delle ragazze e “il segreto inattingibile delle loro fiche”, argomenti profondamente differenti tra loro ma che non spezzano il “filo del discorso” che l’Autore tende tra sé e il lettore sin dalla prima pagina. Filippo, la Signorina F., Manolo, Rossella, la nonna, le cugine stronze, fanno da sfondo ed offrono i contorni ad una storia che, senza di essi, sarebbe potuta essere la trasposizione su carta del flusso di coscienza di una crisi post-adolescenziale ed i suoi fantasmi, che tuttavia non mancano (Magritte, Perec). Invece i contorni reali di questa storia fanno sì che essa appartenga non solo a chi la scrive ma anche a chi la legge, senza per questo annullare l’unicità di ogni individuo scritta nelle sue radici, il patto che lega inseparabilmente ogni essere a se stesso ed alla propria identità, che pure viene affrontata dallo scrittore ( “è cambiato tutto, però io sono rimasto lo stesso”).

Nonostante il lavoro di Di Paolo non contenga la risposta, ma una risposta alle domande sulla vita, resta una valida porta da aprire se siete preoccupati, se sentite che vi manca “anche solo una storia”. Quella storia potrebbe essere questa, perché “questa storia non è finita, questa storia ricomincia sempre”.

Raccontami la notte in cui sono nato è l’ultimo lavoro di Paolo Di Paolo, che costringe, piega il lettore, alla riflessione sin dal titolo- dalla copertina.

Più che un libro o un semplice racconto, Raccontami la notte in cui sono nato è un pretesto – moderno come la storia da cui prende spunto della vita in vendita su eBay di Nicael Holt – per porsi una domanda antica come l’uomo: perché esisto? Di Paolo non cerca, con la sua storia, di rispondere a questa domanda. Suggerisce, invece, un percorso da battere a chi, se non una risposta, almeno un motivo – una causa – vuole incontrarlo. E da dove partire se non proprio da lì? dalla notte in cui si è nati.

“Vivere è dimenticarsi di essere nati e perché”, dice Di Paolo ad un certo punto della storia, sottolineando la necessità di ricordare e di ricordarsi. Ma solo verso la fine, solo dopo che Lucien si accorge che “la memoria non si condivide” e che “perdiamo ciò che altri conservano: anche di noi”. Solo dopo che lo studente modello e giornalista ventenne si ricorda di essere stato giornalista quindicenne e infinite altre cose, infiniti altri Io di cui, ora, sente “un improvviso carico di tenerezza”. Solo dopo aver rovistato nello scatolone della memoria, Lucien può rendersi conto che il resto che gli manca, che va cercando, che vuole essere, in realtà lo è già stato. Sono i “minuscoli anni, senza peso nella storia dell’universo” a dirgli: “ci siamo stati, siamo passati e sei passato anche tu”.

Raccontami la notte in cui sono nato è questo e tanto altro ancora. Lo stile pulito ed elegante dell’Autore, fresco e genuino come il modo con il quale egli si pone di fronte al mondo e a se stesso, gli permette di parlare allo stesso modo di dove vanno gli anni, quando si dimenticano crescendo, e delle ragazze e “il segreto inattingibile delle loro fiche”, argomenti profondamente differenti tra loro ma che non spezzano il “filo del discorso” che l’Autore tende tra sé e il lettore sin dalla prima pagina. Filippo, la Signorina F., Manolo, Rossella, la nonna, le cugine stronze, fanno da sfondo ed offrono i contorni ad una storia che, senza di essi, sarebbe potuta essere la trasposizione su carta del flusso di coscienza di una crisi post-adolescenziale ed i suoi fantasmi, che tuttavia non mancano (Magritte, Perec). Invece i contorni reali di questa storia fanno sì che essa appartenga non solo a chi la scrive ma anche a chi la legge, senza per questo annullare l’unicità di ogni individuo scritta nelle sue radici, il patto che lega inseparabilmente ogni essere a se stesso ed alla propria identità, che pure viene affrontata dallo scrittore ( “è cambiato tutto, però io sono rimasto lo stesso”).

Nonostante il lavoro di Di Paolo non contenga la risposta, ma una risposta alle domande sulla vita, resta una valida porta da aprire se siete preoccupati, se sentite che vi manca “anche solo una storia”. Quella storia potrebbe essere questa, perché “questa storia non è finita, questa storia ricomincia sempre”.