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Uccidete la democrazia!: Cremagnini, Deaglio e i brogli del 2006

Uccidete la democrazia!

 

 

(Avviso: non so per quale motivo mi si sovrappone un altro video in home page. Per vedere Uccidete la democrazia cliccate sul titolo dell’articolo per andare nella pagina del post.)

 

Beppe Cremagnani e Enrico Deaglio, con la regia di Ruben H. Oliva, hanno pensato e prodotto “Uccidete la democrazia!”, un film che si concentra sulle polemiche riguardo le elezioni politiche dell’Aprile 2006, cercando di dare fondamento alle accuse di brogli ipotizzate dalla notte stessa dei risultati elettorali. Un film-inchiesta-documentario che ricostruisce vari pezzetti di quanto accaduto prima, durante e dopo quelle fatidiche elezioni, in parte con spezzoni di riprese televisive, interviste e filmati e in parte con riproduzioni scenografiche “essenziali” ed attori decisamente non professionisti.

Senza badare troppo alla forma, di contenuti ce ne sono da vendere. Anche perchè “Uccidete la democrazia!” è un docu-film di ampio respiro non solo giornalistico ma anche storico, capace di ripercorrere i pezzi più importanti della storia della nostra Repubblica, indispensabili per poter vedere gli eventi come risultati di una serie di concause che, viste isolatamente, possono sembrare solo coincidenze. Uno spasso per chi ama porsi questioni e cercare di darsi delle risposte, ed uno spasso anche per chi ama definire tale atteggiamento come “complottismo”.

Chiunque voi siate a guardare questo film, resta incontrovertibile il fatto che “noi votiamo ma non eleggiamo”. E questo dovrebbe farci riflettere.

(Il documentario è su Arcoiristv)

Rifiuti Connection: Repubblica, ora le domande le faccio io.

La Lucania, meglio conosciuta come Basilicata, è una regione quasi sconosciuta, se si escludono le sporadiche menzioni sui giornali della città di Potenza durante lo scandalo Why Not di Woodcock. Pare, infatti, che non sia sufficiente essere la patria delle ecomafie per ottenere sufficiente visibilità sui giornali e media “ufficiali”.

Molti italiani forse non sanno di avere, all’interno della loro Nazione, la discarica “ufficiosa” di tutto il Paese, mezza Europa e molti degli Stati dell’est e dell’Africa neo-coloniale. Rifiuti altamente tossici sono stati riversati su un vasto territorio di questa regione già piccola, sia legalmente attraverso permessi e concessioni spregiudicati, sia illegalmente, trasformando molta parte del territorio in discariche abusive e prive di controllo. A ciò va aggiunto l’elevato livello di malattie tumorali presenti nella popolazione, in totale controtendenza ai dati a livello nazionale.

La Tecnoparco S.p.A. è la società che gestisce la maggior parte del business dei rifiuti in Basilicata. Il 40% di questa società è pubblica ed appartiene al Consorzio per lo Sviluppo Industriale della Regione Basilicata. Un 20% è di proprietà della Finpar, una società finanziaria. Un altro 20% è di Veolia, un’altra società che si occupa di rifiuti. Il 20% di proprietà più interessante appartiene a Sorgenia S.p.A., una società facente parte del gruppo Cir-De Benedetti, a cui fa capo il quotidiano nazionale La Repubblica.

La Tecnoparco S.p.A. non solo risulta essere il principale responsabile dei danni ambientali e fisici arrecati a questa regione, ma è sorprendentemente anche la società incaricata a risolvere i problemi da essa stessa creati. Ora, Vanguard, pur essendo un gran produttore di inchieste fatte molto bene, non credo sia l’unico ad essere in possesso di tali informazioni, in circolazione da molto tempo su vari media non tradizionali. Detto ciò, dottor De Benedetti, le chiedo:

1. Quando ritiene sia opportuno portare alla luce fatti di tale importanza sulle pagine dei suoi giornali?

2. Che ruolo ha lei nella gestione della Sorgenia, società facente parte del suo gruppo e correa dei fatti presentati nell’inchiesta?

3. È a conoscenza di tali evidenze? e se si, da quanto tempo?

4. Quali sono le azioni che ritiene necessarie per porre fine a questo abuso irresponsabile del territorio e dei suoi abitanti?

5. Quali misure punitive prenderà in considerazione contro i diretti responsabili della gestione di questa faccenda, se ve ne sono?

6. Quali misure preventive adotterà perchè non accada di nuovo che una sua impresa venga coinvolta in scandali di tale portata?

7. Crede che il conflitto di interessi che la vede protagonista in questa vicenda abbia determinato le sue scelte editoriali a riguardo o resta convinto del fatto che il conflitto di interessi sia solo di Silvio Berlusconi?

8. Possedendo una società che si occupa di rifiuti, perchè da Napoli non ha pensato di fare un salto in Basilicata?

9. Può affermare di essere una persona onesta?

10. Prima di porre domande a terzi (che io personalmente ho condiviso e per cui attendo ancora una risposta) ha mai posto delle domande a se stesso?


Resto in ansiosa attesa.

Allarme schizofrenia alla direzione della Luiss. Pier Luigi Celli: due uomini in un solo direttore. Quale dei due mente?

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Pier Luigi Celli, classe 1942, narratore, saggista, ex Direttore Risorse Umane dell’ENI dal 1985 al 1993, manager partecipe dello start-up di Omnitel e Wind, direttore Personale e Organizzazione in Enel dal 1996 al 1998, ex direttore Rai, membro dei consigli di amministrazione di Lottomatica, Hera SpA e Messaggerie Libri e attualmente Direttore generale dell’università Luiss Guido Carli di Roma ha scritto una toccante e accorata lettera pubblicata oggi su Repubblica in cui afferma:


“Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E’ anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d’altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l’unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.”


Nel 2008, in un libro che titola “Comandare è fottere – Manuale politicamente scorretto per apiranti carrieristi di successo” lo stesso uomo afferma a pagina 62:


“Scalare la carriera richiede determinazione, una buona prestanza di carattere e l’attitudine a utilizzare tutte le occasioni per affermare sè stessi, la propria visione del mondo, il proprio dominio strumentale delle regole, la propria distanza dagli altri. Nel salire verticalmente, come è inevitabile se si vuole risparmiare tempo, non sono previsti alleati”.


Secondo voi, quale dei due mente?


“Figlio mio, abbiamo fallito: appena puoi, lascia questo Paese” – Lettera aperta a una lettera aperta

Pier Luigi Celli, ex Direttore Generale della Rai e attuale Direttore Generale della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali (Luiss), pubblica su Repubblica una lettera aperta rivolta al figlio, nella quale descrive un’Italia “divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti”; un Paese in cui “se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.”

Per queste valide ragioni, seppur “col cuore che soffre più che mai”, Pier Luigi Celli sente di consigliare al figlio di prendere “la strada dell’estero”, scegliendo di andare “dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”, un luogo in cui possa vivere “senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.”

Caro Pier Luigi, ho letto con apprensione la sua lettera pubblicata su Repubblica per almeno tre ragioni: ho condiviso quello che ha scritto (anche se non del tutto e soprattutto non dal suo pulpito), ho immaginato la sua sofferenza come fosse quella di mio padre (che non è Direttore della Luiss), sono uno dei tanti emigrati all’estero.

Nonostante ciò – se mi è concesso – credo che lei abbia dimenticato di dire una cosa importante: dove lo manda suo figlio? Qual è questo luogo, che a me sembra più vicino alla fantascienza che alla realtà, in cui “ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”?

La mia non è una critica, nè vuole essere uno sfogo del più basso pessimismo disfattista. Le parlo, però, come un figlio e come un emigrato che fino ad ora ha vissuto a New York, a Londra e che ora vive a Madrid. E le assicuro che, come si suol dire, “ogni mondo è Paese”.

Se ho ragione io, il suo consiglio sembra suggerire di andarsi a cercare “il meno peggio”, una rinuncia di una parte di se stessi per “un riconoscimento personale”, una soluzione “fortemente individualista”, che sono poi gli stessi atteggiamenti che a suo avviso hanno fatto fallire il progetto di un’Italia migliore. Se invece – come spero – ho torto, la prego di dirmi un luogo dove poter vivere tranquillo, senza svegliarmi al mattino chiedendomi chi sarà il prossimo a fregarmi, chi sarà colui che oggi approfitterà di me, chi sarà l’ennesimo arrampicatore che mi userà come uno scalino. O, ancora peggio, chi sarà oggi la mia vittima, prima che io sia la sua.

Caro Pier Luigi, non ha fallito solo lei e gli altri padri che non sono riusciti ad evitare questa Italia. Hanno fallito tutti. E ciò che è peggio è che continuiamo a fallire tutti: perseveriamo in una vita ogni giorno più vicina al paradosso, impotenti (o indolenti?) di fronte al più grande equivoco della Storia che sono i nostri valori “moderni” (vedi Copertina del suo “Manuale”) che inspiegabilmente continuiamo a conservare e a difendere, come fossimo tutti affetti da una terribile sindrome di Stoccolma.

Come lei stesso ha suggerito a suo figlio, anche io mi preparo comunque a soffrire. Spero solo che sia per qualcosa di diverso da quello per cui ha sofferto lei.


Presidente, ritiri quella norma del privilegio – Sostieni l’appello di Saviano contro la legge sul processo breve

SIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul “processo breve” e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischioè che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

Con il “processo breve” saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloceè condiviso da tutti. Ma l’unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

Ritiri la legge sul processo breve. Nonè una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E’ una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.

FIRMA L’APPELLO

Ultimi ritocchi per il No-Processo-Day

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La maggioranza sta terminando la messa a punto dell’ultima porcata: la legge del processo morto. Forte del passato appoggio alle precedenti porcate da parte del Presidente della Repubblica, nemmeno si pongono il problema dell’incostituzionalità: sicuramente non incontreranno ostacoli e tutto filerà liscio, prima con la fiducia e poi con la firma di Napolitano, soprattutto dopo la ramanzina di Vespiana memoria che il Premier fece al Capo dello Stato per il risultato negativo che il Lodo Alfano ottenne al giudizio della Commissione Costituzionale.

Se è vero, come sembra che sia, che la legge sul processo breve non incontrerà ostacoli, sarà davvero una svolta nella giustizia italiana: se fin’ora ci si è preoccupati che la legge fosse uguale per tutti, dopo la legge-porcata verrà approvata, bisognerà iniziare ad assicurarsi che la legge non sia uguale per troppi. Una questione che la maggioranza (e non solo, vedi Casini) sta utilizzando come arma ricattatoria. Ormai lo dicono senza timore e peli sulla lingua: se non volete che la stragrande maggioranza dei processi in atto venga mandata a puttane, fate in modo di mandare a puttane solo quelli del Premer (che di puttane se ne intende).

Un timore che preoccupa l’ex Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, il quale – dalle colonne di Repubblica – fa sapere che

“Io non do consigli a nessuno, meno che mai a chi mi ha succeduto al Quirinale. Ma il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione. Se una legge non va non si firma. E non si deve usare come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta, il presidente è poi costretto a firmarla. Intanto non si promulghi la legge in prima lettura: la Costituzione prevede espressamente questa prerogativa presidenziale. La si usi: è un modo per lanciare un segnale forte, a chi vuole alterare le regole, al Parlamento e all’opinione pubblica”. Ciampi non nomina Napolitano, ma fa un riferimento implicito a Francesco Saverio Borrelli: “Credo che per chi ha a cuore le istituzioni, oggi, l’unica regola da rispettare sia quella del “quantum potes”: fai ciò che puoi. Detto altrimenti: resisti”.

Insomma, come dire: Napolitano, non firmerai mica anche questa? Ha ragione Berlusconi: maledetti comunisti.

Accade a Berluscolandia – Intro

Berluscolandia è un meraviglioso Regno di Eurolandia. Con un po’ di fantasia, lo si potrebbe immaginare come una donna nuda (e non a caso nuda) che corre scalza in una pozzanghera, con la chioma mossa dal vento, mentre gioca con una pallina e una barchetta. La pozzanghera si chiama Mare Mediterraneo ed è un po’ più grande e più profondo di una pozzanghera, anche se è sporco uguale. La chioma al vento della fanciulla sono i confini frastagliati delle Alpi. La pallina e la barchetta sono due pezzetti di terra staccatisi moltissimo tempo fa dal resto della penisola e che si chiamano Mafiolandia e Viplandia.

La capitale di Berluscolandia è Arcore, un piccolo villaggio situato a Nord del Regno, la cui superficie è quasi totalmente occupata dalla gigantesca residenza ufficiale dell’Imperatore, Villa Casati-Stampa, una meravigliosa struttura rinascimentale di enorme valore patrimoniale, acqustata dall’Imperatore per soli 500 milioni di lire (l’antica moneta del Regno) attraverso meccanismi non proprio insindacabili.

Nonostante Villa Casati-Stampa sia la residenza ufficiale del Regno e si trovi nella sua Capitale, è a tutti nota la preferenza dell’Imperatore per la sua residenza estiva, Villa La Certosa, a cui Egli dedica tutte le maggiori attenzioni e in cui è stato costruito anche il mausoleo all’interno del quale l’Imperatore otterrà degna sepoltura, assieme ai suoi più fedeli vassalli, quando il tempo lo richiederà. Tale residenza estiva assieme a tutti gli altri possedimenti terrieri e immobiliari dell’Imperatore in questa regione del regno raggiungono le dimensioni del doppio di Città del Vaticano o la metà del Principato di Monaco, un Regno confinante dove molti abitanti di Berluscolandia hanno scelto di spostare la loro residenza per questioni fiscali.

Il Regno di Berluscolandia è una democratura, come la definirebbe Max Liniger-Goumaz, ovvero una dittatura con le vesti di una democrazia. Infatti, a Berluscolandia, nonostante chi decide è sempre lo stesso gruppo di potere, tutto sembra svolgersi secondo le regole di qualsiasi buona democrazia: c’è la Repubblica ed il suo Presidente, la cui unica funzione è firmare le leggi proposte dalle camere altrimenti è incostituzionale; c’è il suffragio universale, dove tutti possono votare anche se sprovvisti degli strumenti necessari della conoscenza per un voto consapevole; c’è libertà di informazione ed espressione, anche se qualche giornalista è stato epurato, la maggior parte dei mezzi di informazione appartengono all’Imperatore e in molte città non ci si può riunire in più di tre in un parco dopo le nove di sera; c’è una costituzione, anche se è stata cambiata e cercano di cambiarla ad ogni riunione parlamentare e se non la cambiano è uguale perché tanto non ne rispettano i principi; ci sono vari partiti politici di diversi orientamenti, anche se tutti dicono le stesse cose con le stesse parole e spesso le discussioni parlamentari consistono in liti bipartisan su chi ha detto per primo cosa e in fin dei conti sono sempre tutti d’accordo.

Questa è, molto sommariamente, Berluscolandia: il Regno in cui vivo e di cui vi racconterò, a partire da oggi, tutte le avventure.


Nota: I racconti di questa rubrica sono una interpretazione assolutamente personale in chiave ironico-critica di fatti reali. Per quanto possibile, cercherò di asegnare a tutte le affermazioni che riporterò i link delle fonti ufficiali delle stesse. La vignetta è di quel genio malefico di Natangelo.



Il Mondo degli imbecilli.

La Monarchia è un gruppo di imbecilli che credono che esista un imbecille meno imbecille di loro per nascita ed eredità.
La Dittatura è un gruppo di imbecilli con il vizio di credersi dei geni












La Repubblica è un gruppo di imbecilli dove non si sa mai di chi è la colpa.
La Democrazia è un gruppo di imbecilli tutti uguali dove la colpa è sempre dell’imbecille di turno











La Oligarchia è un gruppo di imbecilli trattati da imbecilli da un gruppo più ristretto di imbecilli.
L’Anarchia è un gruppo di imbecilli che crede che degli imbecilli possano organizzarsi spontaneamente senza commettere imbecillità.












L’Autonomismo è un gruppo di imbecilli convinti che gruppi più piccoli di imbecilli siano meno imbecilli.
Le Organizzazioni Internazionali sono vari gruppi di imbecilli che parlano lingue diverse.











L’Ordine Mondiale è un grande gruppo di imbecilli.