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Dopo Roma città aperta (1945), Roberto Rossellini realizza l’anno successivo Paisà, la seconda pellicola della cosiddetta “trilogia della guerra”. Presentato nel 1947 alla prima Mostra di Venezia del dopoguerra, Paisà consiste di sei distinti episodi che descrivono l’arrivo degli alleati in territorio italiano, partendo dalla Sicilia e risalendo l’Italia passando per Napoli, Roma, Firenze, Appennino Emiliano fino a Porto Tolle, presso la linea gotica.
Proprio per la sua struttura ad episodi, la stesura del soggetto impegna molti autori, tra cui Victor Haines, Marcello Pagliero, Sergio Amidei, Federico Fellini, Vasco Pratolini e lo stesso Rossellini, mentre la sceneggiatura la scrivono solo Rossellini e Fellini. La pellicola, come quella che la precedette, fu girata prevalentemente utilizzando attori non professionisti e con grande scarsità di materiali e di risorse economiche.
Mentre con Roma città aperta Rossellini descrive l’occupazione nazista, con Paisà il regista racconta della liberazione. Ma a differenza di Roma città aperta, con Paisà Rossellini decide di abbandonare la narrazione del particolare, dell’individuale, estendendo il suo racconto a tutta la penisola. Come se, con la pellicola che porta impressa la seconda più grande opera del cinema realista italiano, avesse cercato di unire finalmente tutti i suoi connazionali in un simbolico grande abbraccio.

Come tutte le opere del grande Maestro, anche Paisà è impregnato dal grande umanismo rosselliniano, che vede tutti gli uomini accomunati dallo stesso destino, dalle stesse sofferenze e dagli stessi desideri, pur nella loro evidente diversità. È forse anche questo che Rossellini ha voluto comunicare sin dalla scelta del titolo, strutturando simbolicamente il suo film in distinti episodi che, nonostante siano ambientati in contesti profondamente diversi (Sicilia separatista, Napoli ladrona, Roma e Firenze sconvolte dalle rappresagli, un convento e una landa sperduta nei presi di Comacchio) e con personaggi altrettanto lontani tra loro, suonano all’unisono in perfetto accordo tra loro, come diversi strumenti di una stessa orchestra, come distinte voci di uno stesso coro.
Un coro che Rossellini lascia cantare senza dirigere, semplicemente ponendosi all’ascolto e registrandone i suoni, i messaggi, che poi metterà assieme per poterli riprodurre. Un atteggiamento da inventore del realismo, secco, quasi asettico, spesso duro e crudele come solo la realtà – soprattutto di quel momento storico – può essere. La sua presenza come regista si nota solo per l’utilizzo delle cineprese in contesti che più che rappresentare la realtà sembrano esserne parte. La presenza della voce narrante di Giulio Panicali, le inquadrature tecniche, semplici e nette, prive di qualsiasi artificio cinematografico o scenico, mostrano l’approccio documentaristico alla narrazione della storia-che-si-fa, che contemporaneamente accade davanti agli occhi degli spettatori di fronte allo schermo gigante del cinema e fuori, davanti a quegli stessi occhi. Molto meno romanzate rispetto a Roma città aperta, le storie di Paisà raccontano privandosi di qualsiasi slancio estetico o sentimentalistico. Eppure, nonostante questa asetticità quasi ostentata, queste stesse storie riescono a commuovere e a coinvolgere come se le si stesse vivendo in prima persona perchè piene di umanità. Quella umanità che viene fuori soprattutto nelle situazioni più disperate, che ci fa piccoli e grandi allo stesso tempo, e che ogni uomo non può non riconoscere e sentirsene parte.
Su quella stessa umanità che ha permesso agli uomini di far fronte agli abomini degli uomini, Rossellini punta la sua cinepresa e la sua speranza, indicandola come il punto da cui partire per ricominciare ad essere migliori.
Vincitore di un cospicuo numero di premi cinematografici, tra cui 3 Nastri d’argento (musiche, film e regia) e la coppa Anica alla XI Mostra di Venezia del 1946.
È il 1947, Agosto. Roberto Rossellini arriva in mezzo a ciò che resta di Berlino; con la sua troupe e l’attrezzatura necessaria passeggia tra le macerie di quella che, fino ad un paio di anni prima, era stata la capitale del naziolnalsocialismo, per girare le scene di ciò che diventerá Germania Anno Zero nel febbraio 1948.
La storia è quella di Edmund Koeler, un ragazzino di appena tredici anni che vive di espedienti in una desolante Berlino del dopoguerra. Con il padre costretto a letto da una grave invalidità, il fratello disertore e ricercato come ex nazista e la sorella che si guadagna favori e regali prostituendosi con i soldati delle truppe alleate, Edmund si aggira per i palazzi distrutti in cerca di cibo e di lavoro di qualsiasi genere per sostentare la famiglia, che vive tutta assieme nell’unica stanza di un appartamento di proprietà altrui.
Roma, 1944. Il regime fascista è caduto, gli Alleati sono sbarcati in Italia ma non sono ancora giunti nella capitale, dove il persistere delle repressioni nazifasciste e l’attività sabotativa dei resistenti non fanno che peggiorare le già difficili condizioni di una popolazione ormai privata di tutto dalla estenuante guerra.
La confusione giunta a seguito della ritirata dei tedeschi e la povertà ereditata da cinque anni di guerra e poi di occupazione, furono le principali cause della scarsa disponibilità delle strutture e del materiale tecnico, compresa la pellicola. Rossellini e la sua equipe furono costretti ad improvvisare le riprese di alcuni interni nel vecchio Teatro Capitani, in via degli Avignonesi 32, in prossimità del Tritone, mentre gli studi di Cinecittà venivano utilizzati come rifugio per gli sfollati.
Come lo stesso regista affermò, “lo spirito da cui è originata la trama é storico”. La pellicola si ispira, infatti, alla storia reale di don Luigi Morosini – rielaborata da Sergio Armidei e Alberto Consiglio e sceneggiata dal regista con Amidei, Federico Fellini e Celeste Negarville – collaboratore antifascista della resistenza e per questo fucilato da uno degli ultimi plotoni nazisti ancora presenti nella capitale. L’intento, invece, fu quello di raccontare ai superstiti, attraverso le vicende private di personaggi della Roma popolana, la storia ancora recente della lotta, delle sofferenze e dei sacrifici degli Italiani che vissero la Nazione della guerra e dell’occupazione.
Ed è proprio questa testimonianza dell’ovvio a rendere Roma Città Aperta così speciale. A differenza dei film con una impostazione storica contemporanei, dove è la memoria a rappresentare la loro raison d’etre, in Roma Città Aperta è il desiderio di mettere gli uomini al cospetto della realtà così com’è, in contrasto a una tradizione di ipocrisia fascista durata vent’anni, a far nascere nel regista l’esigenza della riproduzione di un pezzo di storia tanto recente da non aver bisogno di impegnative scenografie per raffigurare la Roma del post guerra. Lo slancio umanista di Rossellini si cela dietro ogni singolo fotogramma della pellicola che si serve della storia del singolo per parlare all’umanità. La scena emblematica dei bambini spettatori della fucilazione del loro parroco, è fortemente simbolica nel rappresentare la morte di tutta una serie di valori (non solo cattolici) che caratterizzerà i tempi avvenire. In quest’ottica, la stessa scena suona come un monito alle generazioni future che, su quella terra ricoperta dal sangue dei corpi fucilati, costruiranno il loro avvenire. Un monito, purtroppo, rimasto inascoltato.





















