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Il silenzio-assenso degli innocenti

Slowforward pubblica il link di un articolo a firma di Vincenzo Ostuni, pubblicato sul Manifesto, il quale pone una serie di quesiti che richiedono risposte, possibilmente serie e che non mendichino giustificazioni imbellettate di retorica.

Il tema che affronta è delicato, come la responsabilità che ha il singolo nei risvolti storici di un popolo. Tema generico e di ampio respiro – peraltro già più volte affrontato in questo blog (qui e qui) – che viene affrontato da Ostuni a partire dal “caso Nori” per poi traslarsi sul “caso Saviano“.

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Ostuni si chiede se non sia il caso che Saviano, difensore del senso di giustizia per antonomasia attualmente in Italia, smetta una volta per tutte di pubblicare per la Mondadori, foraggiando in tal modo le tasche di quel Berlusconismo che da tempo ormai combatte a suon di petizioni e lettere aperte su Repubblica.

Personalmente mi sono già espresso, credo piuttosto chiaramente, in merito. Condivido a pieno le domande di Ostuni, attendo di sentire/leggere le risposte. Nel frattempo mi chiedo anche se la stessa responsabilità che qui è in discussione non appartenga solo agli scrittori ma anche ai lettori. Io credo di si.

Petizioni 2.0: Saviano e le proteste ai tempi di Facebook

 

E sempre a proposito di contesto, ieri è comparsa una intervista a Roberto Saviano su La Repubblica, con video messaggio annesso (sopra). L’uomo non ha certo bisogno di introduzioni, l’oggetto è il processo breve. Saviano commenta l’approvazione della legge al Senato affermando che “E’ una legge che una larga parte del Paese non approva” e che determinerà la morte di importanti processi come Spartacus, le morti sul lavoro, i vari crack degli ultimi anni e chi più ne ha più ne metta.

Saviano è indignatissimo – quasi gli trema la voce! – soprattutto perchè la petizione firmata da più di 500.000 persone per fermare la legge in questione non sembra sia servita a granchè. Sbollirà le ire con un seminario alla Normale di Pisa sulla criminalità organizzata.

Nel frattempo, chissà se gli verrà in mente di organizzare un’altra protesta, prima che la legge venga confermata alla Camera. Come per esempio: io, Roberto Saviano, non pubblicherò più i miei libri (gli unici al mondo che fanno tin-tin quando li sfogli) per la Mondadori. Ai “dissertori” si uniscono gli intellettuali-scrittori…

P.S.: chiunque stia leggendo il post maledicendomi con una bambolina voodo, prima che mi dia il colpo di grazia vorrei dirgli che non sono lo stronzo che pensa che io sia. Apprezzo molto Saviano ed il lavoro che fa mettendo in serio pericolo la sua vita e pagando pesanti conseguenze (anche se a lui tutto questo un po’ piace). Dico solo che nella società 2.0, io compreso, sembra ci si stia dimenticando di ciò che fa veramente la differenza nella realtà: i fatti. Ormai chiunque crede di aver contribuito un po’ a cambiare il mondo iscrivendosi alla fan page di Falcone (però poi vota PDL), oppure firmando una petizione contro lo scioglimento dei ghiacciai (e mentre lo fa ha i termosifoni a gasolio a palla e la finestra aperta). Le firme e le petizioni vanno bene, ma andrebbero accompagnate da fatti concreti. E, visto come stanno le cose, il successo di Facebook mi inizia a preoccupare.

Presidente, ritiri quella norma del privilegio – Sostieni l’appello di Saviano contro la legge sul processo breve

SIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul “processo breve” e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischioè che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

Con il “processo breve” saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloceè condiviso da tutti. Ma l’unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

Ritiri la legge sul processo breve. Nonè una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E’ una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.

FIRMA L’APPELLO