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Se la Letteratura diventa un luogo comune

Helene Hegemann – nuova stella del panorama letterario berlinese e autrice del già best-seller Axolotl Roadkill – ha ammesso di aver scritto il “suo” romanzo “saccheggiando” la rete qui e lì, dopo essere stata accusata di plagio da Deef Pirmasen, autore di un romanzo online a cui la Hegemann più si è “ispirata“. Ma è davvero questa la notizia? A mio modo di vedere, assolutamente no.

Dietro questa storia, c’è molto più di una ragazzina (l’autrice ha solo diciassette anni) smaniosa di atteggiarsi all’ultima Virginia Wolf made in Berlin. Avranno pure un ruolo la casa editrice, gli editor e la critica, o no? Che dire, poi, dell’artificio derivante dal famoso “effetto esposizione“, meglio conosciuto come “effetto museo“, tanto studiato dai sociologi: centrerà pur qualcosa, o no?

Dico questo perché credo che questa storia vada al di là della vicenda in sé. Ad esempio, potrebbe rappresentare il lassismo di una critica che ha smesso, come parte di quella italiana, di leggere i libri che recensisce. Oppure, se così non fosse, potrebbe voler dire che il web è pieno di scrittori geniali e incompresi almeno tanto quanto sconosciuti. Se neanche si fosse d’accordo su questo, l’unica cosa che mi rimane da pensare è che abbiamo seriamente bisogno di rivedere i canoni estetici e stilistici con cui siamo soliti approcciarci alla Letteratura. Perché, allo stato attuale delle cose, un buon romanzo è quello che vende più copie, il Best-Seller appunto. Che è un po’ come dire che il buon scrittore è quello che scrive più libri. Ma così, sappiamo benissimo tutti non essere.

La Letteratura sta rischiando di morire schiacciata dal peso dell’invadenza di una narrativa spicciola, il cui unico pregio è quello di adeguarsi perfettamente ai gusti estetici del mercato corrente. Una letteratura (e non Letteratura) come questa non è più in grado di offrire nulla al mondo che la accoglie. Anzi: dal mondo essa prende gli elementi che non è più capace di creare, reinventare, proporre, e si limita a raccontarli, a volte con romanticismo e buonismo altre con piglio più lucido e sadico, riempiendo pagine e pagine di retorica e messaggi edificanti non richiesti, perdipiù scritti male. E ci ritroviamo pieni di “fiction” in biblioteca così come in TV. Come se la vita che abbiamo, così com’è, ci piacesse così tanto che sentiamo la necessità di ripetercela, rivivendola ogni volta nelle pagine di un libro. Oppure è la definitiva sconfitta dell’immaginazione, la bandiera della realtà piantata nella testa cava del sogno. Realtà a cui sempre più uomini sembrano adeguarsi con sempre maggiore facilità e velocità, perché, in fin dei conti, è quel che c’è. Ma dov’è quella Letteratura che re-inventa la realtà? Dove quella che ri-pensa l’uomo e la sua inutile presenza su questo mondo?

Della Hegemann mi hanno colpito molto le due dichiarazioni/giustificazioni rilasciate  in risposta alle critiche giunte un po’ da tutte le parti. La prima è “L’originalità in ogni caso non esiste più, solo l’autenticità”, come dire: la Letteratura è morta, non possiamo che ripeterci e sperare di vedere il nostro nome sotto il titolo di un romanzo che non abbiamo scritto. La seconda è “Credo che il mio comportamento e il modo di lavorare sia stato del tutto legittimo; non mi faccio rimproveri, ciò può dipendere anche dall’ambiente dal quale provengo e nel quale si cerca l’ispirazione un po’ dappertutto”, definendo gli scrittori (futuri o attuali) del suo ambiente (quindi anche della sua generazione) come degli amanti del decoupage.

Tra le due, ciò che più mi spaventa è la possibilità che possa aver ragione, anche alla luce di alcuni “best-sellers” che hanno abitato e tutt’ora abitano gli scaffali delle nostre librerie.

Luigi B.

La narrativa italiana: che andassero tutti al diavolo.

Su Culture Club è stato pubblicato l’ennesimo post “cattivo” di Mario Fortunato.La sua vena (giustamente) polemica si è scagliata, questa volta, contro una “curiosa discussione” che sta avendo luogo da qualche settimana sulle pagine culturali di Repubblica.

L’oggetto del dibattito è: “perché manca ai nostri anni il grande romanzo italiano?” Un quesito retorico e sterile almeno quanto capzioso e inutile. Una prima risposta potrebbe essere: perché i narratori italiani non sono degli Scrittori, ma degli scrivani che riempiono le pagine culturali dei giornali con dibattiti da intellettualoidi piccolo borghesi, più istruiti sul perlage dorato delle tipiche bevande da conferenza che sulla letteratura. Avrei potuto rispondere anche: “perché non hanno letto me”, ma poi mi è sembrato eccessivo, anche se paradigmatico ed esemplificativo della condizione editorial-culturale italiana.

Ci si chiede chi sia (o debba essere) il “nuovo narratore italiano”. Fatto che, più che essere l’espressione di un interesse filologico-letterario, indica l’assenza – e il bisogno – di un luogo culturale (in termini sociologici, geografici e fisici della persona) in cui poter trovare quegli elementi di confronto indispensabili a chi è in cerca della propria identità. Ma di questo non sono sicuro se ne siano resi conto; probabilmente tutto viaggia sui binari sotterranei del subconscio sociale. Che se così fosse sarebbe auspicabile, visto che tutti i più forti ribaltamenti storici non hanno mai attraversato la soglia della coscienza della popolazione un passo alla volta, ma con un gran balzo.

Fortunato dice che la questione è mal posta. E ha ragione. Si chiede:

“che cosa significa l’aggettivo “nuovo”? Che cosa vuol dire circoscrivere la fisionomia dei “nuovi narratori italiani”? Nuovi rispetto a cosa? Il concetto di novità direi che è pertinente al giornalismo, non alla letteratura. Che per definizione non è nuova né vecchia, ma casomai buona o cattiva.”

Ecco svelato l’arcano: forse il problema sta proprio nel fatto di aver disimparato a scoprire il bello per apprendere a  cercare il nuovo. Il nuovo a spese del bello, un giudizio funzionale sostituito ad uno estetico.La realtà sopraffattoria ha invaso, ormai, ogni campo. E nella letteratura questo è riscontrabile sia in chi scrive che in chi pubblica. La visione del mondo inglobante piuttosto che globalizzato ha invaso campi che fino al secolo scorso furono in grado di autodeterminarsi senza aver bisogno di supporti identitari esterni, se non per rifiutarli proponendosi come alternativa. Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad una Letteratura (e un’ arte in genere) completamente invischiata nel meccanismo “produci-consuma-crepa” che crea casi letterari della durata di un fuoco di paglia, capaci di sconvolgere, di stupire, di attirare l’attenzione fintanto che non arrivi qualcos’altro di simile ma diverso a distoglierla. Insomma: una letteratura senza più il gusto del classico. Non può esserci nulla che sorprenda particolarmente perché non c’è nulla che si estranei dalla realtà e la rinneghi, come è giusto che la letteratura e l’arte in genere facciano. Invece l’arte e la letteratura sono diventate anch’esse appendici della realtà. E se la realtà non sorprende o affascina nessuno, figuriamoci quel che può suscitare una sua appendice.

La seconda questione dibattuta è: “perché non c’è oggi il grande romanzo italiano?” La prima cosa che verrebbe da dare come risposta è “perché nessuno lo scrive”, scaricando il barile della responsabilità a quelli del mestiere (o del settore, bisognerebbe dire). Potrebbe, però, anche darsi che nessuno questo “grande romanzo italiano” lo abbia letto. O peggio, che nessuno sia stato in grado di riconoscerlo. Che nessuno lo abbia ancora letto, viste le condizioni in cui versa l’editoria italiana, è una possibilità piuttosto plausibile: tutti rannicchiati nella loro piccola torre d’avorio da dove nemmeno fanno più lo sforzo di affacciarsi, di tanto in tanto, a vedere se ancora qualche impudente sfaccendato è li che aspetta con un manoscritto sotto l’ascella. Quando poi vedo che anche gli esperti del settore parlano di nuovo anziché di bello, segno di una assuefazione (quando non assoggettamento) alle smanie consumistiche del sistema di mercato, mi chiedo se non sia altrettanto possibile che il capolavoro gli sia passato tra le mani senza che se ne siano accorti. Non è difficile che a chi cerchi il nuovo possa sfuggire il bello.

La letteratura ha perso il gusto (e la capacità) della mistificazione della realtà, rinnegandone l’autorità che le deriva dalla fattualità, proponendosi come alternativa possibile. Dopo il 1969 scrivere una poesia alla luna non ha avuto più senso: questo è il prezzo che paghiamo alla nostra attitudine a rendere reale il possibile, giudicando inutile ciò che non possiamo realizzare.

Il grande romanzo, o quello che loro chiamano nuovo, o il capolavoro è chiuso in un libro bello e inutile. Ma in un tempo quale quello in cui viviamo una cosa semplicemente bella e inutile non serve a nessuno e nessuno è più in grado di vederla. La razionalità a tutti i costi del folle positivismo della nostra epoca si sforza di spiegare tutto senza comprendere in fondo un cazzo. E questo ci impedisce di capire e di sapere che tutti potremmo semplicemente limitarci ad essere belli e inutili.