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Chi ha torto, chi ha ragione – L’importanza dell’inutilità.

Dunque, funziona pressappoco così:

Per una serie di eventi fortuiti , assolutamente slegati dalla volontà del singolo, si viene al mondo senza avere alcuna possibilità di scegliersi il luogo, il tempo, il contesto, i genitori, il colore dei capelli. Non si sceglie nemmeno se venire al mondo o magari rimandare l’evento a data da destinarsi. Soprattutto, si viene al mondo senza motivo. Ora, che questo pensiero – come è ovvio che sia – non rientri tra i primi ad essere formulati dalla mente di un poppante dal momento in cui vede la luce, è sicuramente un peccato. Il fatto, però, che lo stesso pensiero non trovi spazio nemmeno successivamente in età più avanzata è, invece, una colpa.

È socialmente accettato come “normale” (normale? Una parola talmente vuota da non riuscire a contenere nemmeno il suono che serve per pronunciarla) che l’individuo che nasce senza alcuna ragione, una volta in vita, debba perseguire dei fini  vivendo per obiettivi nel rispetto di una lista di priorità, attraverso l’assunzione di ruoli. In altre parole, il fatto di nascere senza motivo e senza alcuna possibilità di scelta in un determinato contesto in maniera assolutamente casuale, spinge (o costringe?) l’individuo a costruirsi una identità e a vivere al servizio di questa, illudendosi di compiere atti che crede di aver deliberatamente selezionato.

(Apro una piccola parentesi: si sta parlando di individui che nascono senza motivo, che non scelgono di nascere nè quando nascere così come non scelgono di morire nè quando morire, che crescono in un contesto che non possono decidere e che sono spinti (o costretti?) a costruirsi una identità per vivere una vita che non hanno chiesto di vivere. Questi stessi individui hanno inventato la Democrazia ed il concetto di Libertà per cui lottano sin dai tempi dei tempi. Di che diavolo stanno parlando? Ma questa è un’altra storia).

Dunque: fini, obiettivi, priorità, identità. Tutti fattori, questi, strettamente legati al contesto che li ospita e in relazione al quale – e solo ad esso – assumono un “significato”. Ognuno, infatti, nasce in un “mondo-già-fatto”, in un ambiente a cui sono già stati assegnati luogo e dimensione, in un contesto in cui è già stato deciso (anche se con un ampio margine di non-scelta) il destino (la funzione?) di ognuno. La lista di priorità di una donna nel Darfur o di un Hutu in Sierra Leone non sono – e non possono essere – le medesime di un finanziere a Londra o di un fornaio a Roma; così come il fine di un impiegato delle Poste di Torino che spinge tasti su una tastiera non può essere uguale al fine di un palestinese quindicenne a cui hanno sterminato la famiglia che sta indossando una cintura di dinamite. C’è, però, una cosa che accomuna una donna del Darfur e un Hutu della Sierra Leone, con il finanziere di Londra, il fornaio di Roma, l’impiegato torinese e il quindicenne palestinese: ognuno di essi crede che la sua propria vita abbia un valore, un significato. Ovvero: ognuno di essi ha il terrore tutto umano e terribile dell’assurda inutilità del proprio essere al mondo, del suo proprio esistere.

Qual miglior soluzione per ovviare al problema, se non quella di crearsi una raison d’être con cui riempire qull’interstizio vuoto tra un nulla ed un altro che è la vita? Raison d’être che nel mondo si è imposta come sistema (o sistemi) generalizzato e autopoietico con delle regole e degli scopi, a testimonianza del fatto che il timore di cui si sta parlando  investe tutti indistintamente. Risulta di una semplicità imbarazzante, quasi oscena per quanto palese, rispondere a questo punto al quesito su “chi ha torto e chi ha ragione”. Avremo tutti torto fino a quando ci sforzeremo di giustificare a tutti i costi la nostra presenza nel mondo: quelli del reparto produci-consuma-crepa così come quelli della sezione fondamentalismo religioso, i neocapitalisti e i neomaoisti, gli ambientalisti e i socialdemocratici, gli anarchici e i pacifisti, i repubblicani e i democratici.

Sartre soleva affermare che “”Ogni esistenza nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione”. Non è certo questo quello che la maggioranza degli esseri umani crede (nonostante ne abbia un certo sentore), né tantomeno corrisponde a ciò che ai “nuovi arrivati” viene trasmesso e insegnato. Al contrario, si fa di tutto per impedirgli di arrivarci, anche da soli. A causa di una grossolana mistificazione linguistica della reatà, per cui la parola vita non si limita più ad indicare semplicemente “l’arco di tempo che intercorre tra la nascita e la morte”, si è prodotto questo madornale errore (madornale nel senso etimologico del termine: madre di tutti gli errori), su cui le esistenze di intere generazioni di individui si basa, dando forma alla vita così come la vediamo e viviamo (o sopravviviamo?).

Tutti gli uomini, con i loro innumerevoli sforzi grandi come millenni, hanno concentrato tutte le loro forze (ad eccezione di qualche occasione) nella costruzione di una realtà (dis)utile, anziché limitarsi ad esperirne l’intrinseca inutilità, propria solo di certa arte anch’essa in via di estinzione. Si, potremmo limitarci ad esistere inutilmente come un’opera d’arte ed esperire la Bellezza, e invece ci costringiamo caparbiamente a dare un senso al tempo che la morte ci lascia vivere inutilmente. Come è giusto che sia.