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Nicola Lagioia vs. Antonio Ricci: una lettera

Sulle colonne de Il Fatto Quotidiano si è consumato qualche giorno fa un piccolo scontro tra Nicola Lagioia e Antonio Ricci. Il botta e risposta tra i due, riportato sul blog della Minimum Fax, riguarda il linguaggio del potere. Riporto qui sotto la mia lettera pubblicata come commento al post in questione.


Caro Nicola,

Ti scrivo – dandoti del tu, nella speranza di non approfittare troppo di una confidenza che non mi è stata concessa – come scriverei ad un fratello maggiore (ci separa solo qualche anno).

Ho apprezzato molto il tuo “successo librario” intitolato “Riportando tutto a casa” (umilmente recensito sul mio piccolo blog senza pretese), che mi ha concesso di rivivere la Puglia (mia regione d’origine) degli anni ’80; la mia pubertà (che fu la tua adolescenza) la Domenica, seduto all’angolo di un lunghissimo tavolone attorno al quale le trame dei fili parentali tessevano la loro tragicità tra gli intervalli pubblicitari del Martini-Milano-da-bere e un quiz di Domenica In. E anche io, come il protagonista del tuo ultimo romanzo, non capivo perché mia cugina volesse a tutti i costi far parte delle ragazze di Non è la Rai; né capivo le risate di tutti alle battute dei comici di Drive In o i sorrisetti cattivi con cui le mie zie rispondevano ai cinici commenti dei loro rispettivi mariti sulle veline con i pattini a rotelle.

Striscia la notizia rappresenta per me un ulteriore segreto mediatico: da dove tira fuori tutto quello share? Chi la guarda e perché? Perché a me non piace? La lucidità delle tue critiche mosse alla trasmissione e ad Antonio Ricci mi porta a credere di essere dello stesso parere, o uno stupido se non pensassi la stessa cosa. Dalla lettera di Ricci si capisce quanto l’autore dei programmi che hanno fatto la storia delle televisione commerciale in Italia sia talmente parte di un sistema che egli crede di de-costruire da non rendersi conto che, in realtà, è proprio tale sistema che ha strutturato la sua intera vita, assorbendolo completamente. Ricci è una parte funzionalmente necessaria, indispensabile anche, al subdolo fascismo contemporaneo di cui egli fa parte (come ognuno di noi, d’altronde), non rendendosi conto che questo non si combatte con una tessera onoraria dell’ANPI.

Fossi in te, dunque, concederei a Ricci l’aggravante della buona fede. Un’aggravante che, se non gli venisse concessa, dovrebbe essere democraticamente rifiutata a tutti i Lagioia che scrivono per la Einaudi, a tutti i Saviano che pubblicano per la Mondadori, a tutti i Nori che collaborano con Libero.

Non ho le intenzioni né possiedo strumenti e statura atti a pormi in difesa di una delle parti in causa. Né sto banalmente mortificando il tuo romanzo paragonandolo ad una puntata di Striscia la notizia – foss’anche quella con lo share più alto. Mi chiedo, però, quanto anche la tua scelta di pubblicare per l’Einaudi non sia il frutto di un compromesso che parla la stessa lingua del sistema a cui si oppone.

Ci tengo a precisare ancora una volta che il mio non vuole essere un giudizio o una critica, di cui non sarei all’altezza. Semplicemente, con umiltà mi chiedo: che fare?

Con i miei più sinceri auguri per il futuro – di cui tutti siamo orfani – ti saluto.


Con stima,


Luigi Bosco

Lettelatrura: ovvero, perché Berlusconi è il migliore narratore contemporaneo.

Nonostante sia indubitabilmente complesso dare una definizione di cosa sia l’arte, ciò non mi priva della possibilità di individuare alcuni dei suoi tratti più salienti. Se si assume che arte è tutto ciò che esime dagli oneri dell’efficienza; che, pur derivando da una necessità, non esprime la soluzione ad un bisogno; che si assume la responsabilità dei suoi artifici prodotti al di fuori dei parametri della logica e che al rigore della funzionalità preferisce la sperimentazione estetica del bello; se si assume tutto ciò come vero, si potrebbe essere d’accordo nell’affermare che arte è soprattutto (ma non solo) forma (da non confondersi con lo stile).

Detto ciò, va da sé che ad ogni tipo d’arte corrisponde una sua propria forma d’espressione, che avviene grazie alla manipolazione di un determinato materiale primario secondo le regole di base stabilite dalle varie tecniche: la pittura si servirà dei colori e delle tecniche pittoriche e del disegno; la fotografia della luce, della prospettiva e delle tecniche dello sviluppo; la musica del suono e degli strumenti musicali e del pentagramma; la poesie della parola, del suono, del ritmo e delle tecniche della metrica; la letteratura del linguaggio, della sintassi e delle tecniche della narrazione.

Limitiamo il discorso restringendo il campo d’indagine all’ultimo ambito artistico: la letteratura.

A differenza di colui che per esprimersi sceglie la poesia – un susseguirsi di suon-immagini evocanti i più diversi stati d’animo che si consumano nel giro di qualche verso, lo scrittore-narratore ha bisogno di guadagnarsi la fiducia del lettore attraverso la persuasione perché il lettore decida di dedicare molte ore o qualche giorno alla storia-romanzo che gli propone. Indubbiamente, il contenuto di una storia o di un romanzo è fondamentale al fine di stimolare la lettura. Ma molta della persuasione che fonda la motivazione del lettore deriva dal modo della narrazione. Anche le cose più interessanti, infatti, se non espresse nel modo giusto, rischiano di rimanere inascoltate. Allo stesso modo, argomenti di scarso interesse o semplici come può essere una storia qualsiasi, possono ripristinare gli uditi più sordi, se raccontati nel modo giusto.

La capacità narrativa influenza anche le sorti di un autore. Quando, infatti, un autore, da fenomeno editoriale, diventa a tutti gli effetti scrittore? Quando, attraverso la sua tecnica narrativa, è capace di instaurare quel legame empatico e di coinvolgimento tra i suoi personaggi e il lettore, diventando il trait d’union indispensabile tra la storia che egli scrive scrive e quella di colui che la legge, il quale non vorrà mai smettere di leggere oltre per vedere come va a finire.

Chi altri è, ancora, il buon scrittore? È colui che, attraverso gli artifici narrativi e l’utilizzo del linguaggio condiviso dalla comunità a cui si rivolge, è in grado di comunicare persuasivamente il nuovo insinuandolo sotto le mentite spoglie del vecchio, utilizzando una struttura manifesta dentro cui nascondere l’imprevisto/imprevedibile, appropriandosi delle parole per poi restituirle cariche di un significato che prima non conoscevano. Tutto questo crea un legame tra chi scrive e chi legge, tanto più indissolubile quanto meglio è raccontata la storia, e che, da semplicemente persuasivo, diventa di condivisione: universalizzante.

Tutto questo lungo preambolo mi è servito da premessa alla seguente affermazione: il miglior narratore italiano contemporaneo, anche se non ha mai scritto un cazzo, è Silvio Berlusconi (che è anche il maggior editore italiano, ma questo è un altro discorso).

A chi fosse scettico al riguardo chiedo: se Silvio Berlusconi non è il miglior narratore contemporaneo, cosa diavolo è questa storia che dura da un ventennio ormai, che è stata capace di unire milioni di cittadini-lettori in un unico coinvolgente amplesso emotivo che le cinque stagioni di Lost le fanno un baffo? Se si riflette bene su Silvio Berlusconi, con un minimo di obiettività e un pizzico di senno del poi, si può facilmente intravedere la perfezione del personaggio: un signor nessuno che passa dall’animazione di crociera alla presidenza del consiglio, attraverso un percorso pieno di peripezie, ostacoli, amici e nemici, grazie al suo carisma ed alle sue straordinarie capacità. Lo stereotipo della storia del self-made man raccontata in maniera sublime a 56 milioni di italiani che hanno seguito e seguono, passo dopo passo, le vicende che il protagonista ha deciso di raccontargli, appassionandosi, lasciandosi piacevolmente coinvolgere dalle passioni della personificazione. Il protagonista lo hanno amato, odiato, difeso, attaccato, osannato, disprezzato, senza mai privarlo del suo ruolo e lasciando che questi diventasse parte della loro stessa vita, proprio come lo sono diventati alcuni personaggi che abbiamo conosciuto nelle pagine dei libri o nei serial televisivi.

Se Silvio Berlusconi ha una capacità, questa è quella di comunicare/rsi. L’attuale presidente del consiglio, infatti, ha saputo raccontarsi al suo popolo, come solo un grande scrittore avrebbe potuto fare raccontando il protagonista di una sua storia, utilizzando in maniera lucida ed originale il linguaggio in tutte le sue accezioni verbali e non verbali, appropriandosi delle parole rendendole inoffensive o funzionali al suo discorso (comprare le case editrici serve anche a questo), come un vero maestro della retorica, e utilizzando tutti gli elementi narrativi di una storia ben raccontata.

Come lucidamente descrive Daniele Luttazzi nel suo ultimo saggio-satira “La guerra civile fredda”, esistono cinque elementi indispensabili affinché una storia risulti ben raccontata: il progetto, o il voler raggiungere/ottenere qualcosa a qualsiasi costo; gli ostacoli da superare; l’unicità del protagonista; le debolezze del protagonista; il passato del protagonista.

Ora, il progetto di Berlusconi, inutile quasi dirlo, è il potere (che è riuscito a raggiungere alla grande, ma che ora vuole mantenere). Gli ostacoli sono anch’essi noti a tutti, visto che il Nostro si prodiga di ricordarceli un giorno si e l’altro pure: la stampa comunista, le toghe rosse, la polizia eversiva. Come Luttazzi sottoline, Berlusconi tende ad enfatizzare e ingigantire ossessivamente i suoi ostacoli perché ciò gli è congeniale: quanto più grandi sono gli ostacoli che il protagonista deve superare, tanto maggiore saranno gli sforzi che egli dovrà compiere. Le sue azioni, che fuor di contesto potrebbero risultare eccessive o spregiudicate, vengono automaticamente giustificate dalla grandezza di tali ostacoli. Con il vantaggio che l’avventura risulta ancor più avvincente. La unicità e le debolezze del protagonista sono indispensabili al cittadino-lettore perché possa delineare i tratti del personaggio e costruirsi una rappresentazione di esso, da cui nascerebbe il vincolo emotivo e la partecipazione empatica. Silvio Berlusconi è indiscutibilmente unico, più unico di quanto ognuno di noi lo sia giá solo per il semplice fatto di raccontarsi ed averne la possibilità. A questo si aggiunge che non tutti sono presidenti del consiglio, chiunque non è presidente di Mediaset, è ricco come pochi ed ha molto potere che gestisce liberamente (anche troppo, direi). Anche le sue debolezze sono evidenti, volutamente evidenti perché il personaggio Silvio Berlusconi, pur nella sua unicità, non si allontani troppo dall’uomo comune, il quale conserva, prorpio per questo, la possibilità di identificarsi con esso. Le donne, le puttane, le frequentazioni poco limpide, i due matrimoni, i figli di primo e secondo letto, le vicende giudiziarie, il divorzio con Veronica a Porta a Porta, le questioni sull’eredità, il mausoleo nella sua villa di Arcore, il teatro greco nella residenza estiva a Villa Certosa, Mangano in casa, sono tutti elementi che rendono speciale e fin troppo umano il personaggio Silvio Berlusconi, contribuendo, al tempo stesso, a creare la sua storia. La storia di un personaggio è assolutamente fondamentale per indurre quel meccanismo di identificazione da cui deriva, successivamente, l’empatia. Il suo passato sta alla base di quel sentimento di familiarità che consente la vicinanza emotiva. Ricordate “Una storia italiana”? quel libricino che Silvio mandò a mezza Italia con la storia della sua vita. E i vari reportage su Chi? lui con la famiglia, lui nelle sue residenze, lui con i suoi affari, lui con tre dolci fanciulle sedute sulle sue gambe. Per non parlare di quei fascicoletti su Berlusconi pubblicati a puntate da Libero di qualche anno fa. Familiarità, debolezze e unicità – e un enorme potere mediatico per raccontare.

L’ultimo esempio eclatante a conferma del fatto che il nostro (?) presidente del consiglio sia anche il più grande narratore contemporaneo è l’attacco fisico subito a seguito di un suo comizio a Milano qualche mese fa. La sofferenza del volto di un uomo ferito, quindi non invincibile, e al tempo stesso la forza e l’orgoglio di un uomo speciale che si affaccia dallo sportello dell’auto per farsi vedere dal suo popolo. Evento – vero o montato che sia non ha importanza – immediatamente trasformato in racconto, storia, trama, con un utilizzo della parola e del linguaggio in generale pieno della più efficace retorica che si rivolge alle anime pie.

Uno dei vantaggi di Berlusconi, infatti, è stato quello di aver saputo appropriarsi delle parole più “alla moda”, quelle più presenti nelle bocche di tutti, quelle più rappresentative dei suoi tempi, restituendole alla sua platea rinnovate nel significato e nella portata. “Il Popolo delle Libertà”, i “difensori del voto”, la “libertà”, la “democrazia”, la “privacy”, la “meritocrazia”, la “responsabilità sociale”, l’”uguaglianza”, il “partito dell’amore”, la “tolleranza”, il “perdono”: tutte espressioni proprie, se non di una cultura strettamente comunista, almeno di una visione del mondo di sinistra, che si è fatta rubare da sotto il naso quella che era la sua retorica. Un linguaggio ed una terminologia evidentemente in contrasto con la sua politica affarista, il suo atteggiamento dispotico ed anti-democratico, la sua visione del mondo del “io so’ io e voi nun siete un cazzo”. Ma tale atteggiamento contraddittorio, quasi vicino alla schizofrenia, come è evidente, non è importante o, piuttosto, perde la sua importanza di fronte alle necessità della narrazione.

Ciò che è accaduto, infatti, è che l’identificazione tra il personaggio e il suo pubblico-lettore si è talmente solido-radicata da consentire al protagonista di questa “storia italiana” di parlare solo ed esclusivamente di sé senza che nessuno si senta escluso dal racconto. Tutti quei cori in piazza durante la manifestazione di qualche sabato fa non sono altro che il prodotto della totale e alienante personificazione del cittadino-lettore con il suo personaggio. Tutti infatti rispondevano in coro che non volevano le tasse di successione per le eredità, non volevano la magistratura schierata, non volevano un controllo fiscale che fosse troppo invasivo, non volevano le intercettazioni della polizia: tutti questi questi “ostacoli” che, in realtà, sono di una persona sola (Silvio Berlusconi), sono diventati gli ostacoli di tutti. Con la pubblicazione del libro commemorativo “L’amore vince sull’odio e sull’invidia” da parte della Mondadori si è arrivati all’apoteosi dell’assurdo: il presidente del consiglio, nonché proprietario della casa editrice, pubblica un libro commemorativo di se stesso, assolutamente privo di qualsiasi valore culturale, qualitativamente sotto le barzellette di Totti e a pari livello di un catalogo Ikea, guadagnandoci su.

Proprio a seguito di questo inaccettabile avvenimento editoriale, in un mondo dove ormai sembra che anche l’abbaiare di un cane possa fare poesia, mi sono concesso la libertà di un neologismo: lettelatrura. Nel frattempo, la mercificazione del sé tramite l’identificazione con la narrazione va avanti.

Anche io sono curioso di conoscere il finale di questa lunga storia, nonostante sia convinto di sapere già come andrà a finire: il protagonista si ritirerà a vita privata, lasciando in eredità al successore il suo impero politico-mediatico con l’onere e l’onore di mantenerlo così com’è, se non per perfezionarlo. Morirà in esilio pseudo volontario-verosimilmente forzato in qualche luogo esotico o comunque lontano dagli occhi e dal cuore. Non si farà che parlare di lui, come già accadde quando era in vita. Si formeranno gli schieramenti dei pro e dei contro. Andrà a sostituire nei discorsi la retorica del fascismo e dell’antifascismo, che oggi occupa le voci di molti italiani e le pagine di molti giornali. Dopo una decina d’anni – quando i vecchi di ora saranno morti o troppo vecchi, i giovani di adesso saranno vecchi o troppo stanchi o troppo delusi e quelli che oggi sono bambini saranno giovani che non ricorderanno nulla o non abbastanza, obnubilati dall’intermittenza delle luci della playstation – quando tutto sarà più lontano, gli dedicheranno onorificenze e, magari, anche una piazza di qualche città. Qualcuno, molto pochi, si incazzerà per questo. Tutti gli altri saranno troppo impegnati in un altra avvincente storia di questa nostra lettelatrura italiana. Edizioni Mondadori o chissà.

L’eterno ritorno (made in Italy)


“[…] Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, X* si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un X). […] Tutti questi delitti di X furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti.
Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché X era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).
Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.
X,uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, X sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine. […]
Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso: Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così X predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così X con le masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena […], e la musica patetica […]. Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre […] e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo.
Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.”


Questa era Elsa Morante in una pagina di diario del 1945, pubblicata su Paragone Letteratura, n. 456, n.s., n.7, febbraio 1988, poi in Opere (Meridiani), Milano 1988, vol. I, pp. L-LII. Qui la versione originale e integrale.


*: X, che nel testo originale della Morante è Mussolini, per chi si voglia compiacere, può essere sostituito da Silvio Berlusconi, senza timore di stonare. Le tinte, purtroppo, sono quelle. Chi, invece, non si voglia compiacere – infliggendo un ulteriore colpo a quello che è ormai diventato (suo malgrado) il capro espiatorio di tutto e, soprattutto, di tutti – farebbe bene a non sostituire quella X con alcun nome. Tanto per aver ben delineate le caratteristiche del prossimo capo carismatico al quale compiacevolmente si sottometterà, fintanto che resterà simile a se stesso ed al suo popolo impegnato in un insopportabile e irriducibile remake storico che dura da 100 anni.

Gaza – Non in mio nome


Gaza – Non in mio nome

Non sarà in mio nome
che i gelsi reclineranno la testa
Non in mio nome
i rami dei salici penderanno
nei giardini spezzati delle case
Non in mio nome
le strade si riempiranno di pioppi
e la scritta: fate silenzio.

Non sarà in mio nome
che si griderà vittoria
Non in mio nome
si vendicherà una sconfitta
che io non ho cercato
Non in mio nome
una bandiera sventolerà sulle teste
di chi non la vuol vedere.

Non saranno in mio nome
le scie di cielo verde la notte
Non in mio nome
il fumo e i calcinacci
levarsi come incenso sulla strada
staccarsi dai palazzi.

Non saranno in mio nome
i padri fucilati
i figli coi fucili
e i ventri delle madri rattrappiti.

Il silenzio-assenso degli innocenti

Slowforward pubblica il link di un articolo a firma di Vincenzo Ostuni, pubblicato sul Manifesto, il quale pone una serie di quesiti che richiedono risposte, possibilmente serie e che non mendichino giustificazioni imbellettate di retorica.

Il tema che affronta è delicato, come la responsabilità che ha il singolo nei risvolti storici di un popolo. Tema generico e di ampio respiro – peraltro già più volte affrontato in questo blog (qui e qui) – che viene affrontato da Ostuni a partire dal “caso Nori” per poi traslarsi sul “caso Saviano“.

+ =

Ostuni si chiede se non sia il caso che Saviano, difensore del senso di giustizia per antonomasia attualmente in Italia, smetta una volta per tutte di pubblicare per la Mondadori, foraggiando in tal modo le tasche di quel Berlusconismo che da tempo ormai combatte a suon di petizioni e lettere aperte su Repubblica.

Personalmente mi sono già espresso, credo piuttosto chiaramente, in merito. Condivido a pieno le domande di Ostuni, attendo di sentire/leggere le risposte. Nel frattempo mi chiedo anche se la stessa responsabilità che qui è in discussione non appartenga solo agli scrittori ma anche ai lettori. Io credo di si.

Immigrati, questi "ebrei" moderni

«I risultati sui nostri contrasti all’immigrazione clandestina sono molto positivi e una riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali». Con queste affermazioni, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi terminava il Consiglio dei Ministri, tenutosi ieri a Reggio Calabria a seguito dei fatti di Rosarno. E pensare che, solo il giorno prima, si celebrava in tutto il mondo (non proprio tutto tutto; magari i palestinesi avevano altro a cui pensare) la Giornata della Memoria dedicata alle vittime dei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Sono bastate 24 ore per dimenticare tutto e tornare alla cruda realtà, spiegata, chiarita, giustificata con numeri, statistiche, dati di fatto.

Proprio come fece Hitler quando gli chiesero: “Hey,  Mein Führer, ma perchè proprio gli ebrei?”, e di tutta risposta egli scrisse un libro.

A cosa serve istituzionalizzare il Giorno della Memoria, se poche ore più tardi si offre la voce a tali affermazioni? Per legge, ogni 27 Gennaio siamo obbligatoriamente autorizzati a ricordare milioni di ebrei morti ammazzati durante la Seconda Grande Guerra. Ma, allo stesso modo, siamo autorizzati a dimenticarcene il resto dell’anno. Cos’è mai tutto questo, se non l’ennesima farsa socio-culturale?

Certo, Berlusconi non ha parlato di sporchi negri (solo i comunisti sono sporchi, per lui), nè di immigrati in generale. Il Presidente ha utilizzato parole ben precise, e cioè: immigrazione clandestina, extracomunitari, ingrossare schiere dei criminali. Ciò lascia intravedere delle speranze, perché la “pacatezza” dei termini utilizzati non ha ancora segnato la transustantazione di Berlusconi in Borghezio. E questo è già molto. Però, allo stesso tempo, il linguaggio del Presidente delinea un elevato profilo politicamente comunicativo di una persona intelligente che sa quel che dice e perché. Un volpone, insomma. Analizziamo:

La proposizione “immigrazione clandestina” determina il fatto che esista una immigrazione regolare. Qual è l’immigrazione regolare? Quella che dice a mezzo mondo: ragazzi, io me ne vado di qui. Troppe guerre e fame in questa nazione di folli pazzi maniaci omicidi, me ne vado in Italia: sole, mare, gnocca e ho pure trovato una casa ed un lavoro. Ah, chiaro, ho il permesso di soggiorno. Bene, qualcuno mi spiega come diavolo fa un ganese a fare tutto ciò senza mezzi, senza strutture e soprattutto rimanendo in vita? Io, da italiano emigrato per breve tempo negli Stati Uniti, non ci sono riuscito. Eppure l’Italia non è il Gana. Almeno, non dovrebbe. Quindi non si dice: basta agli immigrati in Italia. Si dice: solo immigrati regolari in Italia. Che è uguale, se non gli offri i mezzi per essere regolari, però suona meglio.

Riduzione Extracomunitari. Bene. Quindi un australiano pazzo e irregolare può tranqullamente gironzolare per le strade delle nostre città senza essere preso a manganellate dalle ronde? Mah…

Meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali. Quindi la colpa è degli immigrati che si lasciano inglobare nelle bande, non delle bande che approfittano delle loro condizioni di degrado assoluto per farne carne da macello. Una strategia indiretta di Maroni di lotta alla Mafia? Siccome prendere i capi delle cosche è più difficile (oltre al rischio di trovarsi davanti un amico di partito al momento dell’arresto), si taglia la forza lavoro alle fabbriche della criminalità. Mi sembra un’ottima idea, anche perché gli immigrati vengono in Italia per delinquere. Certo. Non è mica vero che sono spinti ad una vita criminale a causa delle loro condizione indegne e disumane in cui vengono costretti a vivere, tipo in dieci in un monolocale, paghe da anni ’30 a nero e senza contributi, orari massacranti, sicurezza sul lavoro pari a zero.

Se uno ci riflette bene, sembra un mondo al contrario. Se poi ci riflette meglio, si accorge che è proprio così che vogliono che vada. I parassiti hanno la tendenza a proiettare l’immagine del nemico davanti agli occhi delle loro vittime ignare. Questo è ciò che accade. Questo è ciò che fa non questo governo, ma ogni governo. C’è bisogno di puntare il dito al di fuori delle proprie mura per fare in modo che, chi all’interno ci vive, non si accorga dei tarli che da dentro le scavano, indebolendole. Così, tutti a dare la caccia all’uomo nero armati di mazze da baseball*.

Ma ci siamo dimenticati di chi siamo? Di noi, italiani immigrati in ogni angolo del maledetto globo? Ci siamo dimenticati di come fummo trattati? Di come fummo sfruttati? Povera carne da macello andata ad ingrassare le già grasse tasche altrui? Ci siamo dimenticati del sogno americano nella valigia di cartone?

Gli immigrati ci tolgono il lavoro, e nel frattempo le arance marciscono in terra senza braccia che le raccolgono. Gli immigrati aumentano il tasso di criminalità, e le bande made in Italy che approfittano delle loro condizioni disumane. Si fa sempre in modo che le conseguenze somiglino alle cause, che le colpe ricadano sulle vittime, con i numeri e le statistiche sempre a fare da contorno.

Gli immigrati sono clandestini, irregolari, senza tetto e disoccupati. Questo non è uno stato – non nascono così, ma una condizione. Cosa facciamo noi, Paese ospitante, per fare in modo che queste persone possano avere una condizione differente? Gli immigrati puzzano, dicono i residenti dei centri cittadini che fittano i loro buchi fatiscenti a 900 euro al mese a dieci o più di loro. Gli abbiamo costruito docce? Gli diamo la possibilità di vivere decentemente, con gli spazi necessari e degni di un essere umano?

Il 1º Marzo 2010 ci sarà il primo sciopero indetto dagli immigrati in terra italiana: 24 ore senza immigrati. Io, da immigrato italiano, sono con loro.


*Qualcuno mi spiega cosa cazzo ci fanno, a Rosarno, con delle mazze da baseball?