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Con la stessa candida sfacciataggine con cui hanno promulgato leggi a favore del falso in bilancio, cercato di proteggersi senza riguardo alcuno alla parità dei diritti di tutti di fronte alla legge con il Lodo Alfano, avallato l’evasione con il condono fiscale, tirato fuori di galera centinaia di reiteranti delinquenti con i vari condoni carcerari, avvantaggiato la speculazione edilizia e l’abusività con i vari condoni edilizi eccetera eccetera eccetera, oggi, senza macchia e senza vergogna, queste stesse facce di bronzo, ovvero i nostri (maddeché?) rappresentanti al governo, giustificano e legittimano comportamenti assolutamente deprecabili – come controllati e controllori che scambiano amabilmente pareri, informazioni e soprattutto suggerimenti – per il semplice fatto che tali comportamenti non sono penalmente rilevanti. Cioè non punibili dalla leggi che essi stessi hanno scritto e male. Un altro piccolo grande tassello da aggiungere al puzzle della società berlusconiana. Alle prossime regionali: vota Antonio La Trippa!


“[...] Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, X* si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un X). [...] Tutti questi delitti di X furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti.
Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché X era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).
Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.
X,uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, X sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine. [...]
Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso: Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così X predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così X con le masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena [...], e la musica patetica [...]. Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre [...] e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo.
Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.”


Questa era Elsa Morante in una pagina di diario del 1945, pubblicata su Paragone Letteratura, n. 456, n.s., n.7, febbraio 1988, poi in Opere (Meridiani), Milano 1988, vol. I, pp. L-LII. Qui la versione originale e integrale.


*: X, che nel testo originale della Morante è Mussolini, per chi si voglia compiacere, può essere sostituito da Silvio Berlusconi, senza timore di stonare. Le tinte, purtroppo, sono quelle. Chi, invece, non si voglia compiacere – infliggendo un ulteriore colpo a quello che è ormai diventato (suo malgrado) il capro espiatorio di tutto e, soprattutto, di tutti – farebbe bene a non sostituire quella X con alcun nome. Tanto per aver ben delineate le caratteristiche del prossimo capo carismatico al quale compiacevolmente si sottometterà, fintanto che resterà simile a se stesso ed al suo popolo impegnato in un insopportabile e irriducibile remake storico che dura da 100 anni.

Si, perché dev’essere di questo che si tratta: senilità. Non riesco a trovare una spiegazione più plausibile alle giustificazioni che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha offerto ai cittadini per motivare l’ennesima concessione sottoforma di firma al Governo Berlusconi. Ha ragione Antonio Tabucchi quando afferma che nessuno obbliga Napolitano a fungere da garante della Costituzione Italiana presso il quirinale e che, a 80 anni suonati, sarebbe meglio che si ritirasse a vita privata.

È grave che per consentire al “principale partito politico” (e chi lo ha detto?) di partecipare alle elezioni regionali, si faccia un decreto ad-hoc all’ultimo minuto sotto minaccia, contravvenendo ad una legge costituzionale che vieta rigorosamente la possibilità di decretare in ambito elettorale. È grave anche che tale decreto, oltre ad essere ingiusto perché accorso in aiuto solo ora a discapito dei partiti distratti del passato, è ingiusto anche perché include alcune liste e non ne salva altre (in base a quale principio di priorità non ci è dato sapere). Ma la cosa più grave in assoluto è l’ennesimo precedente che tale decreto viene a costituire. Il rischio è che l’operazione interpretativa che oggi vorrebbe reintegrare alcune liste escluse da un difetto di forma (consegna delle stesse oltre i tempi prestabiliti) potrebbe essere utilizzata in futuro per questioni ben più delicate, magari decidendo chi può e chi non può partecipare alla prossima tornata elettorale nazionale.

È l’ennesima dimostrazione del modus operandi del partito del fare (come gli pare): le leggi non sono un limite a-priori, ma una giustificazione a-posteriore dei propri atti. Senza dimenticare il fatto che Mussolini esautorò il Parlamento non con le armi, ma a colpi di leggi.

(di Thomas Pistoia su Via Oberdan)



Intervento audio di Antonio Tabucchi su MicroMega.



“Un’altra legge vergogna. Ritengo responsabile in prima persona Giorgio Napolitano. Per gli esegeti del regime non poteva non firmare. Invece poteva, bastava che volesse. Le leggi razziali nel ’38 non le firmò Mussolini, ma Vittorio Emanuele III. Nelle vere democrazie l’operato del Presidente della Repubblica è sottoposto alle giuste critiche dell’opinione pubblica, ma in Italia non si può, è lesa maestà. Napolitano, questa volta in maniera flagrante, ha rotto i patti con gli italiani. Oggi, con questa legge illegale e totalitaria, quando ci dice che, fra le regole della legge e il dover impedire ai cittadini di votare una lista, lui sceglie di rompere le regole perchè sono una forma, ebbene io rispondo che tutte le leggi che abbiamo sono una forma, anche la Costitituzione è una forma perche è fatta di regole. E se si rompono le regole della Costituzione si rompe la Costituzione. In questo momento storico Napolitano non è garante della mia Costituzione, mi pare si sia fatto garante di Berlusconi. Se Napolitano non capisce che deve prima di tutto difendere la Costituzione con le sue forme, nessuno lo obbliga a stare al Quirinale: è un dovere e questo dovere richiede molta, molta attenzione, perchè ormai in Italia la Costituzione è stata divorata”.

(di Giovanni Giovannetti su Il Primo Amore)

Dopo la morte violenta di Pier Paolo Pasolini la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, si scopre che parte di un capitolo di Petrolio (Lampi sull’Eni) è sparito. Il romanzo – preannunciato di 2000 pagine e destinato a rimanere incompiuto – parla dell’Eni (che Pasolini considera «un topos del potere») e della morte di Enrico Mattei. La profezia di Petrolio, l’inquietante intreccio tra politica criminalità e affari che lì si racconta, sarà chiaro solo molti anni dopo, così come la strategia delle stragi fasciste e di Stato che passa, anche terminologicamente, dagli articoli al romanzo: «Il romanzo delle stragi» (14 novembre 1974: «Io so…»).
Indagando sulla morte del presidente dell’Eni, un coraggioso giudice pavese – Vincenzo Calia – ha constatato la lucidità dello scrittore “corsaro” nel ricostruire in quel libro il degrado e la mostruosità italiana  e ha identificato il burattinaio principale in Eugenio Cefis, affarista e “liberista” tanto quanto Enrico Mattei era utopista e “statalista”. Pasolini non è stato ucciso da un ragazzo di vita, poiché omosessuale, bensì da sicari prezzolati dai poteri, occulti o meno, in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti.
Calia legge Petrolio, un titolo irresistibile per il magistrato, immerso nell’indagine sulla morte del presidente dell’Eni. Fatica però a reperire Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente di Giorgio Steimetz (pseudonimo di Corrado Ragozzino): un libro pubblicato nel 1972 e subito sparito. Sparito anche dalla Biblioteca nazionale di Firenze e di Roma. Il magistrato pavese non sa che una fotocopia di Questo è Cefis si può trovare al Gabinetto Viesseux di Firenze, tra le carte di Pasolini.
Ma la fortuna incontra Calia e così Calia incontra il libro, una domenica pomeriggio, su una bancarella in piazza della Vittoria a Pavia. Il magistrato può finalmente cogliere – ed è il primo a farlo – analogie e simmetrie tra il testo di Steimetz / Ragozzino e il romanzo incompiuto di Pasolini.
Di questo e di molto altro ancora si parla ne Il Petrolio delle stragi di Gianni D’Elia, un saggio-inchiesta pubblicato nel 2006 dalle edizioni Effigie, ora ripreso da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in Profondo nero (Chiarelettere, 2009), lo stesso titolo dato a uno dei capitoli dell’inchiesta di D’Elia, che i due autori correttamente indicano tra le principali fonti d’ispirazione del loro lavoro.
Il Petrolio delle stragi doveva uscire come postilla a L’eresia di Pasolini, dello stesso D’Elia, pubblicato con notevole successo nel 2005: un approfondimento monografico, dopo lo scalpore suscitato dalle poche righe sulla morte di Pasolini pubblicate nel primo libro; un modo per non disperdere le tante informazioni – anche informali – raccolte nel frattempo. Se ne ricava un ricco pamphlet, che ora – insieme a Profondo nero, al dossier di Carlo Lucarelli e Gianni Borgna su “Micromega” n. 6/2005  e alle firme per la riapertura del processo raccolte dalla rivista “Il primo amore” – forse porterà ad una nuova più approfondita indagine sulla morte del grande regista, poeta e polemista friulano.
Un ragazzo di 17 anni, Pino Pelosi, si è autoaccusato dell’omicidio. Recentemente Pelosi ha ammesso che quel giorno non era solo con Pasolini, che altri avevano partecipato al pestaggio: «Erano in tre, sbucarono dal buio. Mi dissero tu fatti i cazzi tuoi e iniziò il massacro. Io gridavo, lui gridava… Avranno avuto 45, 46 anni, gli gridavano “sporco comunista”, “fetuso”». Insomma, fu un agguato e forse Pelosi era solo un’esca. Chi sono i veri assassini? Quali i mandanti? forse sono gli stessi che hanno armato la mano degli assassini di Mattei e Mauro De Mauro.
La “strategia della tensione” non vuole destabilizzare; al contrario vuole consolidare un sistema di potere stragista piduista e mafioso (lo stesso che nel 1962 ha eliminato Mattei, nel 1968 De Mauro e nel 1971 Pietro Scaglione) in movimento dalle bombe degli anni Settanta alla presa del potere con altri mezzi dei nostri giorni. La chiave di lettura di questo criminale asse politico-economico tentacolare sta tutta in Petrolio, il profetico romanzo-verità, incompiuto e mutilato, di Pier Paolo Pasolini che viene massacrato non dal reo sconfesso Pino Pelosi, ma da «tre siciliani»; nel frattempo altri provvedono a sottrarre da Petrolio il capitolo Lampi sull’Eni, «che dall’omicidio ipotizzato di Mattei guida al regime di Eugenio Cefis, ai “fondi neri”, alle stragi dal 1969 al 1980, e ora sappiamo fino a Tangentopoli, all’Enimont, alla madre di tutte le tangenti. Troya è Cefis, nel romanzo, dal passato antifascista macchiato, e dunque ricattabile» (D’Elia, L’eresia di Pasolini, p. 98).
Lo «Stato nello Stato» e cioè l’antistato di Eugenio Cefis, Licio Gelli e Umberto Ortolani consegna infine il testimone alla monocrazia mediatica dell’affiliato Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816), che il 18 gennaio 1994 insieme a Marcello Dell’Utri (membro dell’Opus Dei e amico di Gaetano Cinà, esponente della famiglia mafiosa dei Malaspina, vicina al boss Stefano Bontade) fonda Forza Italia.
A sinistra il Pci sa, ma sta a guardare: il «partito dalle mani pulite» rivendica la sua diversità antropologica mentre il suo “doppio” partecipa come tutti al banchetto Enimont, amministra le clientele, soffoca i movimenti e ogni altro embrione di nuove culture politiche libertarie. È la palestra alla quale si forma buona parte della classe dirigente immortale e spesso immorale che oggi guida il Partito democratico.


Mi chiedo se sia il caso di interpretare la dichiarazione di Dell’Utri come un messaggio.