Tag Archives: società

Il fenomeno comunitario nell’era della quarta dimensione – (Note al margine di alcuni testi)

15M-Madrid

«L’evento storico si svolge in modo che ambedue le forze, necessità e libertà, vi concorrano. Se una
elle due viene a mancare, esso degenera.
Il fatto di considerare l’uno o l’altro dei due aspetti non dipende soltanto dalla situazione, ma in primo luogo da colui che la osserva. Il quale tuttavia avvertirà sempre anche il versante opposto. La sua libertà sarà sì circoscritta dalla necessità, ma proprio grazie a questa libertà egli sarà in grado di dare uno stile alla necessità. Qui nasce quella tensione per cui uomini e popoli o si dimostrano all’altezza dei tempi o da essi vengono rovinati.»

Ernst Jünger, Trattato del Ribelle, Adelphi, 2007.

 

Introduzione. Il contesto economico: dall’Ancien Régime al Capitalismo Finanziario

La merce siamo noi, siamo la merce
che può fare acquisti
[…]
Quando l’aquisto riguarda il pane, i tempi
sono prossimi alla redenzione.[1]

Nel nostro mondo civilizzato, tutto ciò che accade, accade nel mercato, poiché non esiste una dimensione al di fuori di quella del mercato – fatta eccezione per quella, oggi piuttosto ristretta e periferica, del dono. Di conseguenza, qualunque tipo di analisi che non contempli le attività umane all’interno dell’ottica del consumo rischia di giungere a conclusioni parziali, quando non del tutto erronee.

Parafrasando Marcel Mauss, il consumo si può definire come un fatto sociale totale, ovvero un fenomeno che, lungi dal limitarsi alle pratiche strettamente inerenti all’atto dell’acquisto, abbraccia la totalità delle dimensioni della vita degli individui oltre i meri fatti economici, e la cui analisi risulta imprescindibile al fine di individuare le dimensioni interpretative di tutti gli aspetti della società a cui apparteniamo.

Tali dimensioni – che sono etiche, politiche, sociali, artistiche, economiche e, più in generale, simboliche – costituiscono il terreno dove avviene la costruzione dell’identità degli individui in qualità di sogetti privati, agenti pubblici, membri di una società e consumatori.

Prima di passare a descrivere quelle che, a mio avviso, potrebbero essere la possibili nuove macro-dimensioni interpretative della società contemporanea, risulta opportuno inserire qui un breve excursus storico della società del consumo che va dall’Ancien Régime al Capitalismo di Consumo, così come lo struttura José Miguel Marinas ne La fábula del bazar[2] (Fig. 1).

 

FASE

PIANO

CIRCUITO

METAFORA

ALLEGORIA

TEMPO

Ancien Régime

Saper fare

Acquisto

Macchina

Organismo

Progresso

Capitalismo Produttivo

Rappresentazione

Spreco

Feticcio

Fantasmagoria

Modernizzazione

Capitalismo Consumo

Identificazione

Consumo

Simulacro

Moda

Istante

Fig.1: Modello evolutivo della cultura del consumo proposto da J. M. Marinas ne La fábula del Bazar, A. Machado Libros, 2001.

Continue reading Il fenomeno comunitario nell’era della quarta dimensione – (Note al margine di alcuni testi)

Grazie a dio, mi hanno licenziato

Fabbricare fabbricare fabbricare

Preferisco il rumore del mare

Che dice fabbricare fare e disfare

Fare e disfare è tutto un lavorare

Ecco quello che so fare.

(Dino Campana)


"Sisifo" - Tiziano, 1548

L’attività del lavoro è strettamente legata all’attività della vita. Non alla vita dell’uomo nello specifico, piuttosto alla vita in sé: l’uno implica l’altra e viceversa. La vita stessa è lavoro.

Il lavoro – da làbor, fatica – è principalmente un concetto fisico definito come la forza associata ad uno spostamento, dove la prima è il risultato dell’interazione che ha come prodotto il secondo, attraverso il cambiamento dello stato di quiete o di moto di un corpo ottenuto grazie all’impiego di energia verso una determinata direzione.

Tutto quanto esiste, dunque, non è che il prodotto del dispendio di energia necessario perché tale esistenza sia possibile. Dall’albero alla pietra che giace ai piedi delle sue radici, dal gatto sul divano all’uomo che gli è accanto fissando il televisore: tutto questo è lavoro, per il semplice fatto di esserci.

Proprio come una pianta, una pietra o una bestia qualsiasi, anche l’uomo, ai suoi albori, lavorava per esistere. Poi, un giorno accadde che il lavoro divenne mestiere – da ministerium, officio o servigio. La società divenne sedentaria, ci fu la suddivisione dei ruoli e le persone passarono dall’appellarsi con i nomi delle regioni di provenienza o occupati, al riconoscersi con i nomi dei propri mestieri (molti dei cognomi correnti possiedono entrambe le origini). Iniziò, quindi, una identificazione dell’individuo con il proprio mestiere, cioè con il modo in cui tale individuo esisteva, ovvero con la sua ragione di vita.

Una identificazione con il proprio mestiere tramandatasi sino ai nostri giorni, in cui (raramente) si assiste al gesto disperato del suicidio e (più frequentemente) al sopravviversi depresso di coloro i quali hanno perso il loro mestiere, la loro ragione di vita: la loro identità.

Il mestiere contemporaneo, concettualmente equivoco quando lo si definisca lavoro, ha raggiunto dei livelli di sublimazione e intellettualizzazione impensabili fino a qualche centinaio di anni fa. Un percorso di sublimazione che è andato di pari passo all’accrescersi del livello di astrattismo del pensiero dell’uomo il quale, avendo a disposizione una maggior quantità di tempo a sua disposizione, pensò bene di rivolgere il suo sguardo altrove, verso una supposta trascendenza a cui crede di tendere per ragioni non meglio identificate, ma che io identifico come necessità di superare la sua riconosciuta pochezza – cosa, tra l’altro, che potrebbe benissimo farsi senza quell’inspiegabile sottovalutazione della contingenza e dell’imminenza, ma tant’è. Resta comunque il fatto che anche l’uomo più tracendente è soggiogato dal lavoro per vivere nel mondo e al suo mestiere per sopravvivere alla sua società.

È accaduto, così, che diventasse normale – anche  se con qualche salto logico – che la gente iniziasse ad identificarsi quasi totalmente con il proprio mestiere: si è prevalentemente ciò che si fa e, in base a ciò che si fa, si costruisce ciò che si è, i propri desideri, le proprie traiettorie, i propri obiettivi e direzioni su misura – l’unica a non essere la propria, bensì acquisita.

Il lavoro, nell’accezione equivoca moderna di mestiere, è stato oggetto di approfondite indagini da parte dell’uomo: su di esso si è pensato, filosofeggiato, narrato, cantato, ma soprattutto legiferato. Fino a farne il fondamento costituzionale di alcune repubbliche come la nostra – Articolo 1 della costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Non ci sarebbe nulla di male in tutto ciò, se il lavoro non fosse, di fatto, una schiavitù legalmente istituzionalizzata e socialmente accettata. Già di suo, il lavoro è essenzialmente e concettualmente una schiavitù che tutti gli esseri in vita devono subire se vogliono rimanere tali. In tal caso, però, ci si sta riferendo ad una schiavitù della necessità e, soprattutto una schiavitù utile e paritaria. Quanto sono, invece, necessari, utili e paritari i nostri moderni mestieri? Senza timore di esagerare, oserei dire quasi nessuno. Beninteso, quasi nessuno di essi è necessario alla vita in sé, ma assolutamente determinante per la vita così come abbiamo deciso di viverla, il che non è proprio la stessa cosa.

È una schiavitù ampia, quella del lavoro moderno: ci rende succubi del non tempo, ci impedisce di vivere il presente occupandolo con l’intrasigenza di un futuro che preme alle porte e per cui dobbiamo darci da fare, ci limita negli spazi, determina le nostre decisioni, si insinua subdolamente trai i nostri desideri, decide chi come e dove dobbiamo incontrare, ci obbliga a prendere alcune decisioni tralasciandone altre.

Ma, soprattutto, ci rende schiavi di noi stessi, della nostra identità costruita attorno al nostro mestiere. Ci obbliga a svegliarci il mattino riconscendoci medici, spazzini, ingegnieri, idraulici e ci impone di andare a letto ricordandocene. Al desiderio oppone la necessità di pensare in funzione di ciò che facciamo come se fosse ciò che siamo e decidere ciò che siamo limitatamente a ciò che facciamo. Ci cataloga, ci etichetta, ci mercifica, ci umilia nella nostra pochezza così come nella eventuale grandezza che ci annoda ad una caviglia. Determina il maggior numero di azioni e gesti della giornata e occupa la maggior parte del nostro tempo, regalandoci un misero week end come se fosse una premio-favore.

Se esiste qualcosa di peggiore a tutto ciò, questo è il nostro bisogno di coerenza, che ci impone di giustificare, sopportare e, nei casi peggiori, apprezzare tutto ciò per poterci sopravvivere. La cosiddetta attitudine ottimistica (di voltairiana memoria, aggiungerei): visto che funziona così, meglio ricavarci qualcosa di buono. È vero che De Andrè scrisse che “dalla merda nascono i fior”, ma non è questo il caso, non il contesto. Non può nascere del bello dal brutto, e chi crede sia così è solo una vittima delle misticazioni feiste del proprio tempo, capaci dei più sordidi feticismi anti-estetici pur di preservare il proprio orrore. Ecco dunque che il lavoro diventa valore. Ecco che si incontrano General Manager felici, Finanzieri e Economisti entusiasti, call-ceteristi che lottano sui tetti per il proprio lavoro “per non perdere la dignità” (la dignità?… la dignità?!), e lavoratori di ogni genere e tipo pronti a fare carriera, a determinarsi nel proprio ufficio perdendo la propria identità solo nel quarto d’ora del ritorno a casa, pronti a lottare per un posto di lavoro ad ogni costo (letteralmente ad ogni costo) ed anche sotto costo (in questo caso la dignità la mettono da parte),  felici di applaudire agli ultimi vittoriosi risultati finanziari della propria impresa, frutto di una loro mercificazione. Quanto guadagni è quanto costi. Quanto costi è quanto vali. Quanto vali è il tempo che il mondo che ti accoglie è disposto ad aspettare prima di sbarazzarsi della tua presenza. Non so chi abbia affermato che “il lavoro nobilita l’uomo”, di sicuro non ha letto “Lavorare stanca”.

Ci sto pensando su da tempo ma, al momento – purtroppo, non possiedo una proponibile soluzione alla nostra già misera condizione resa ancor più misera dal modo in cui la viviamo, né so se quanto penso e credo sia corretto, vantaggioso o meglio di ciò che altri pensano o credono. Ciò che so è che la mia identità è salva perché, grazie a Dio, mi hanno licenziato.

Luigi B.

Quando toccare il fondo diventa ufficiale

A tutti sarà capitato, almeno una volta nel corso della vita, di guardarsi allo specchio e dirsi: “È ufficiale: hai toccato il fondo. Poi, magari, dopo un anno o due (o molto meno per i più sfortunati), ecco che riaccade la stessa cosa, con la stessa faccia che si guarda nello specchio pensando che non allora, ma “ora si è toccato il fondo”. E così via, in un ciclo di periodicità alterne di sfiga che si suole definire come “alti e bassi”.

Nonostante queste variazioni emo-temporali, la percezione del “fondo” che ha la faccia allo specchio è soggettivamente oggettiva: c’è, lo sente – quella faccia – il fondo; ne percepisce la vicinanza dal fatto che il respiro gli ritorna in faccia dopo averci battuto contro. Per quanto, però, a quella faccia possa sembrare una condizione oggettiva, appartiene comunque solo e soltanto alla faccia in questione. Non è estendibile a tutte le altre facce. Come si fa, allora, a capire, a stabilire quando una società (tutte le facce) ha toccato il fondo?

Molti antropologi e sociologi scrivono (ed hanno scritto) sui “fondi” della società. Ma resta pur sempre un opinabile punto di vista, una soggettiva intepretazione dell’oggettività, anche se supportata da fatti, teorie e lucidi ragionamenti. L’unica cosa che potrebbe testimoniare il raggiungimento del fondo della società è una prova ufficiale, riconosciuta pubblicamente, istituzionalizzata, la pistola fumante del suicidio sociale di massa. Questa prova, oggi, noi l’abbiamo: si chiama The School of Life.

La Scuola della Vita – prima e unica nel suo genere, se non si considera L’Università del Pensiero Liberale – è un luogo in cui, per la modica cifra di 195 sterline (220 euro circa), ti insegnano a vivere “wisely and well”. Oltre ad insegnarti a vivere “saggiamente e bene”, gli stessi “docenti” ti offrono l’opportunità di girare la chiave nella serratura del mondo, mettendo a tua disposizione tutti i LORO strumenti per cambiarlo. Dalla filosofia alla letteratura, dall’arte alla psicologia, il piccolo laboratorio di intelligenza “cool” di Bloomsbury (Londra) aperto al pubblico si propone come il luogo dove poter esercitare il pensiero ed espandere la propria mente. The Life of School ti da (sempre sotto lauto pagamento) la possibilità di incontrare “open-minded people” con cui dividere “breakfast summits”, “brunch talks” e “dinner conversation” per (riporto letteralmente) “sedersi attorno ad un tavolo e parlare delle cose realmente importanti della vita”. Ci sono classi e seminari sui più svariati argomenti: da “come far si che un amore duri” a “come essere un buon amico”; da “come farsi piacere il lavoro che si ha” a “come bilanciare il lavoro con la vita privata”; da “come fare la differenza” a “come leggere”; da “come essere cool” a “come stare soli”; da “come riempire il buco lasciato da Dio” a “come pensare alla morte”.

A questo punto, se le leggi del mercato (con tutte le loro varianti e possibili interpretazioni) sono valide, è corretto pensare che una scuola del genere appena descritto rappresenti il soddisfacimento di un desiderio, l’offerta alla domanda rivolta ai tipi di servizi che offre. Affermare che ciò è vero equivale a dire che viviamo in una società incapace di vivere, che ha bisogno di qualcuno che le dica come farlo. Significa che viviamo in una società impossibilitata a sedersi spontaneamente attorno ad un tavolo per porsi la domanda che millenni fa ha tediato anche il più umile dei servi dell’aristocrazia pensante: cosa diavolo ci facciamo qui? Viviamo in una società in cui l’acquisto ed il consumo stanno sempre più profondamente sostituendo la scelta e l’utilizzo; una società in cui pensare diventa un lusso rappresentativo di uno status, prerogativa di pochi, piuttosto che un esercizio naturalmente diffuso e praticato, ad appannaggio di tutti.

Con The School of Life la cultura di massa compie il salto qualitativo verso l’intelligenza di massa, contribuendo alla nascita ufficiale del business dell’imbecillità. Se questa non è la prova incontrovertibile del fatto che la società abbia toccato il fondo, allora non voglio immaginare la profondità del pozzo in cui stiamo cadendo.


Cosa ci sta succedendo? Chi ha orecchi per intendere, intenda

L’editoriale del numero 6 della bellissima rivista “Il primo amore” riprende le parole di un uomo – Fëdor Michajlovič Dostoevskij – che già due secoli fa aveva capito gli uomini. Le ripropongo qui, da leggere con calma e dedizione rigo per rigo.

“Non c’è per l’uomo rimasto libero piú assidua e piú tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che già è incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini ad un tempo siano disposti a venerarlo universalmente. Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto di trovare un essere a cui questo o quell’uomo si inchini, ma di trovarne uno tale che tutti credano in lui e lo adorino, e precisamente tutti insieme. E questo bisogno di comunione nell’adorazione è anche il piú grande tormento di ogni singolo, come dell’intera umanità, fin dal principio dei secoli. È per ottenere quest’adorazione universale che si sono con la spada sterminati a vicenda. Essi hanno creato degli dèi e si sono sfidati l’un l’altro: “Abbandonate i vostri dèi e venite ad adorare i nostri, se no guai a voi e ai vostri dèi!”. E cosí sarà fino alla fine del mondo, anche quando gli dèi saranno scomparsi dalla terra: non importa, cadrànno allora in ginocchio davanti agli idoli.

Avevi forse dimenticato che la tranquillità e perfino la morte è all’uomo piú cara della libera scelta fra il bene ed il male? Nulla è per l’uomo piú seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è piú tormentoso.

Ci sono sulla terra tre forze, tre sole forze capaci di vincere e conquistare per sempre la coscienza di questi deboli ribelli, per la felicità loro; queste forze sono: il miracolo, il mistero e l’autorità. Tu respingesti la prima, la seconda e la terza e desti cosí l’esempio. Lo spirito sapiente e terribile. Ti aveva posto sul culmine del tempio e Ti aveva detto: “Se vuoi sapere se Tu sei Figlio di Dio, gettati in basso, poiché di Lui è detto che gli angeli Lo sosterranno e Lo porteranno, ed Egli non cadrà e non si farà alcun male, e saprai allora se Tu sei il Figlio di Dio e proverai allora quale sia la Tua fede nel Padre Tuo”; ma Tu, udito ciò, respingesti l’offerta, non Ti lasciasti convincere e non Ti gettasti giú. Oh, certo, Tu agisti allora con una magnifica fierezza, come Iddio, ma gli uomini, questa debole razza di ribelli, sono essi forse dèi? (…) È forse fatta la natura umana per respingere il miracolo e, in cosí terribili momenti della vita, di fronte ai piú terribili, fondamentali e angosciosi problemi dell’anima, rimettersi unicamente alla libera decisione del cuore? Oh, Tu sapevi che la Tua azione si sarebbe tramandata nei libri, avrebbe raggiunto la profondità dei tempi e gli ultimi confini della terra, e sperasti che, seguendo Te, anche l’uomo si sarebbe accontentato di Dio, senza bisogno di miracoli. Ma Tu non sapevi che, non appena l’uomo avesse ripudiato il miracolo, avrebbe subito ripudiato anche Dio, perché l’uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli. E siccome l’uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, cosí si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss’egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo. Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: “Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu”. Tu non scendesti, perché una volta di piú non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio. Avevi sete di un amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti alla potenza che l’ha per sempre riempito di terrore. Ma anche qui Tu giudicavi troppo altamente degli uomini, giacché, per quanto creati ribelli, essi sono certo degli schiavi. Vedi e giudica, son passati quindici secoli, guardali: chi hai Tu innalzato fino a Te? Ti giuro, l’uomo è stato creato piú debole e piú vile che Tu non credessi! (…) Egli è debole e vile. Che importa che egli adesso si sollevi dappertutto contro la nostra autorità e si inorgoglisca della sua rivolta? È l’orgoglio del bambino e dello scolaretto. Sono i piccoli bimbi che si sono ribellati in classe e hanno cacciato il maestro. Ma anche l’esaltazione dei ragazzetti avrà fine e costerà loro cara. Essi abbatteranno i templi e inonderanno di sangue la terra. Ma si avvedranno infine, gli sciocchi fanciulli, di essere bensí dei ribelli, ma dei ribelli deboli e incapaci di sopportare la propria rivolta. Versando le loro stupide lacrime, riconosceranno infine che chi li creò ribelli se ne voleva senza dubbio burlare. Essi lo diranno nella disperazione, e le loro parole saranno una bestemmia che li renderà anche piú infelici, perché la natura umana non sopporta la bestemmia e alla fin fine se ne vendica sempre da sé. Inquietudine dunque, tumulto e infelicità: ecco l’odierna sorte degli uomini, dopo che Tu tanto patisti per la loro libertà! (…) Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono cosí terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti.”


[Dai Fratelli Karamazov, 1879]


Chi ha torto, chi ha ragione – L’importanza dell’inutilità.

Dunque, funziona pressappoco così:

Per una serie di eventi fortuiti , assolutamente slegati dalla volontà del singolo, si viene al mondo senza avere alcuna possibilità di scegliersi il luogo, il tempo, il contesto, i genitori, il colore dei capelli. Non si sceglie nemmeno se venire al mondo o magari rimandare l’evento a data da destinarsi. Soprattutto, si viene al mondo senza motivo. Ora, che questo pensiero – come è ovvio che sia – non rientri tra i primi ad essere formulati dalla mente di un poppante dal momento in cui vede la luce, è sicuramente un peccato. Il fatto, però, che lo stesso pensiero non trovi spazio nemmeno successivamente in età più avanzata è, invece, una colpa.

È socialmente accettato come “normale” (normale? Una parola talmente vuota da non riuscire a contenere nemmeno il suono che serve per pronunciarla) che l’individuo che nasce senza alcuna ragione, una volta in vita, debba perseguire dei fini  vivendo per obiettivi nel rispetto di una lista di priorità, attraverso l’assunzione di ruoli. In altre parole, il fatto di nascere senza motivo e senza alcuna possibilità di scelta in un determinato contesto in maniera assolutamente casuale, spinge (o costringe?) l’individuo a costruirsi una identità e a vivere al servizio di questa, illudendosi di compiere atti che crede di aver deliberatamente selezionato.

(Apro una piccola parentesi: si sta parlando di individui che nascono senza motivo, che non scelgono di nascere nè quando nascere così come non scelgono di morire nè quando morire, che crescono in un contesto che non possono decidere e che sono spinti (o costretti?) a costruirsi una identità per vivere una vita che non hanno chiesto di vivere. Questi stessi individui hanno inventato la Democrazia ed il concetto di Libertà per cui lottano sin dai tempi dei tempi. Di che diavolo stanno parlando? Ma questa è un’altra storia).

Dunque: fini, obiettivi, priorità, identità. Tutti fattori, questi, strettamente legati al contesto che li ospita e in relazione al quale – e solo ad esso – assumono un “significato”. Ognuno, infatti, nasce in un “mondo-già-fatto”, in un ambiente a cui sono già stati assegnati luogo e dimensione, in un contesto in cui è già stato deciso (anche se con un ampio margine di non-scelta) il destino (la funzione?) di ognuno. La lista di priorità di una donna nel Darfur o di un Hutu in Sierra Leone non sono – e non possono essere – le medesime di un finanziere a Londra o di un fornaio a Roma; così come il fine di un impiegato delle Poste di Torino che spinge tasti su una tastiera non può essere uguale al fine di un palestinese quindicenne a cui hanno sterminato la famiglia che sta indossando una cintura di dinamite. C’è, però, una cosa che accomuna una donna del Darfur e un Hutu della Sierra Leone, con il finanziere di Londra, il fornaio di Roma, l’impiegato torinese e il quindicenne palestinese: ognuno di essi crede che la sua propria vita abbia un valore, un significato. Ovvero: ognuno di essi ha il terrore tutto umano e terribile dell’assurda inutilità del proprio essere al mondo, del suo proprio esistere.

Qual miglior soluzione per ovviare al problema, se non quella di crearsi una raison d’être con cui riempire qull’interstizio vuoto tra un nulla ed un altro che è la vita? Raison d’être che nel mondo si è imposta come sistema (o sistemi) generalizzato e autopoietico con delle regole e degli scopi, a testimonianza del fatto che il timore di cui si sta parlando  investe tutti indistintamente. Risulta di una semplicità imbarazzante, quasi oscena per quanto palese, rispondere a questo punto al quesito su “chi ha torto e chi ha ragione”. Avremo tutti torto fino a quando ci sforzeremo di giustificare a tutti i costi la nostra presenza nel mondo: quelli del reparto produci-consuma-crepa così come quelli della sezione fondamentalismo religioso, i neocapitalisti e i neomaoisti, gli ambientalisti e i socialdemocratici, gli anarchici e i pacifisti, i repubblicani e i democratici.

Sartre soleva affermare che “”Ogni esistenza nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione”. Non è certo questo quello che la maggioranza degli esseri umani crede (nonostante ne abbia un certo sentore), né tantomeno corrisponde a ciò che ai “nuovi arrivati” viene trasmesso e insegnato. Al contrario, si fa di tutto per impedirgli di arrivarci, anche da soli. A causa di una grossolana mistificazione linguistica della reatà, per cui la parola vita non si limita più ad indicare semplicemente “l’arco di tempo che intercorre tra la nascita e la morte”, si è prodotto questo madornale errore (madornale nel senso etimologico del termine: madre di tutti gli errori), su cui le esistenze di intere generazioni di individui si basa, dando forma alla vita così come la vediamo e viviamo (o sopravviviamo?).

Tutti gli uomini, con i loro innumerevoli sforzi grandi come millenni, hanno concentrato tutte le loro forze (ad eccezione di qualche occasione) nella costruzione di una realtà (dis)utile, anziché limitarsi ad esperirne l’intrinseca inutilità, propria solo di certa arte anch’essa in via di estinzione. Si, potremmo limitarci ad esistere inutilmente come un’opera d’arte ed esperire la Bellezza, e invece ci costringiamo caparbiamente a dare un senso al tempo che la morte ci lascia vivere inutilmente. Come è giusto che sia.