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Dialogando sulla soglia

 

(Luigi B.)

(Dalla terra al grano
le radici
aprono una finestra
nel pane: sotto
la scorza, la mollica)

 

Dal cane del vicino impara
a scavare le tue fosse,
come imparasti a pisciare
educatamente
agli angoli della città.
Raspa nella terra
che ospita ora l’acida steppa,
dove un tempo s’ergeva acerbo
il tronco del melo marrone,
con l’aratro che rubasti a tuo padre
– ma senza chiedere.
Tra le pieghe della pietra troverai
le sopravvissute radici
aggrappate alla terra rotta in
zolle: non stringere troppo
se le afferri. Del vento
che t’alza la polvere negl’occhi
non ti preoccupare: qualcuno
chiuderà la finestra per te.

 

(Dal pane al grano
le radici
scavano una finestra
nella terra: sopra
la mollica, la scorza)


 

 

 

Harry Callaham

 

 

 

 

(Silvia Rosa)

Non c’è vento nella notte
quiete troppa, una cortina di silenzi
tessuta insieme di rami secchi
-i miei occhi- e gesti
che scavano l’ombra, fino alla
radice, l’unica, che mi cresce
in grembo di senso -in senso-
come un germoglio minuscolo di luce
tersa, ché non distinguo più il Cielo
dalla Terra dal mio passo dal
ventre che cova le ore dentro
e divarica il tempo tra le cosce
rifiorendomi ogni inverno di freddo

come un bocciolo d’Eterno

sfuggo ribelle alla tua fossa
e in punta di piedi mi sporgo
sull’orlo teso della mia carne
spiccando immobile il volo, (da) ferma,
oltre me stessa, per ritrovarmi
in un’altra tomba di luce
persa, ché non distinguo più il Cielo
dalla Terra dal mio sonno dal
ventre che cova piccola una morte dentro
e spalanca all’Infinito -violandola-
la fessura accennata del tempo.