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Le Tigri del Tamil: il terrorismo e le sue ragioni

Lo Sri Lanka ha di recente vinto la sua lotta al terrorismo, una vittoria contro uno dei gruppi più pericolosi e temibili. “Vuoi sapere quali sono secondo me le tre più grandi organizzazioni terroristiche al mondo? C’è Al Qaeda, i terroristi Hezbollah e le Tigri Tamil.” Rohan Gunaratna dell’ Intenational Center for political Violence and Terrorism Reasearch non ha dubbi  “le Tigri Tamil sono state una delle più letali organizzazioni terroristiche, “Non c’è nessuno al mondo che abbia compiuto più attacchi suicidi.”

L’LTTE era un gruppo organizzato, disciplinato e tecnologicamente avanzato che poteva contare addirittura su un proprio esercito, conducendo una sanguinosa campagna secessionista contro il Governo singalese le Tigri volevano creare uno Stato sovrano socialista Tamil nel nord est del Paese ma dopo 25 anni di terrore, con la morte del fondatore del gruppo Velupillai Prabhakaran avvenuta il 18 maggio 2009 per mano dei militari cingalesi, il Ministero della Difesa del Governo dello Sri Lanka ha fatto sapere in una nota che l’isola è “completamente sotto controllo dell’esercito regolare per la prima volta da 25 anni”. le Tigri sono state sconfitte per sempre.
Molti la considerano una vittoria storica sul terrorismo, ma a che prezzo?

“Adesso che il conflitto è finito possiamo contare circa cento mila morti” dice Enrico Piovesana di PeaceReporter, “il risultato di un’altra guerra motivata da un odio etnico” conclude. Ma nonostante la guerra civile sia finita l’odio tra la maggioranza singalese che occupa la zona Centrale e Sud del Paese e la minoranza Tamil che occupa la zona Nord-Est vive ancora. A Colombo, nella capitale dello Sri Lanka, essere un Tamil vuol dire automaticamente essere sospettati di essere un terrorista, il Governo singalese fotografa le persone che osano inscenare delle proteste e le fa sparire, la stessa sorte tocca anche ai giornalisti singalesi che provano a denunciarne questi fatti, il Governo, detto in altre parole, non tollera i Tamil, “esattamente come nel 1983″ dice Enrico Piovesana “quando in rappresaglia a violenze e stupri commessi dall’esercito contro i civili tamil nel nord del Paese, il nascente gruppo delle Tigri per la liberazione della patria tamil (LTTE) uccide tredici soldati singalesi in un’imboscata. L’episodio scatena la reazione, non propriamente spontanea, di folle inferocite di singalesi che nei giorni successivi assaltarono i ghetti Tamil della capitale, bruciando e saccheggiando le loro case e massacrando uomini, donne, bambini e anziani tamil. Tutto sotto gli occhi di esercito e polizia, che non intervennero e spesso parteciparono alla carneficina, che proseguì fino al 30 luglio, estendendosi anche alle città tamil della costa orientale. Il bilancio finale fu di almeno tremila tamil uccisi e centocinquantamila costretti a fuggire al nord.”

Da allora sono passati 25 anni di guerra e le Tigri come si è detto si sono arrese. Un successo da parte del Governo che forse si può spiegare solo guardando cosa è successo il 12 Marzo 2009 quando un attacco suicida ad opera di un membro dell’LTTE fa strage di 12 persone al centro di Colombo.

Il prezzo della guerra lo si vede anche con la grave questione della sorte di circa 330mila innocenti civili tamil detenuti nei campi di prigionia che il Governo singalese chiama “campi profughi”, campi dove è impossibile entrare per documentare cosa stia accadendo. “In questi lager –ci spiega Piovesana- ai quali Onu e Croce Rossa non hanno libero accesso, si stanno consumando abusi e crimini di ogni genere. L’Onu ha denunciato la sparizione di oltre 13 mila persone. Il Governo ha dichiarato di aver individuato e arrestato 10 mila “terroristi” tra il profughi. Nessuno può uscire da questi campi: chi prova a sgattaiolare fuori anche solo per procacciarsi cibo o legna da ardere viene preso a fucilate dai soldati”.

Oggi, tutte le associazioni internazionali ribadiscono che sono sempre più preoccupanti le condizioni dei rifugiati dello Sri Lanka. Il governo è sempre meno propenso a fornire finanziamenti per la minoranza relegata nei campi profughi.

Thanushan Kugathasan è un ragazzo Tamil nato e cresciuto nel nostro Paese: “In Italia vivono circa 8mila Tamil, fuggiti dalle persecuzioni razziali del governo dello Sri Lanka”. Thanushan nonostante non abbia mia visto il suo Paese ha comunque sposato la causa del suo popolo fondando l’associazione Giovani Tamil. Il loro scopo è far conoscere agli italiani quello che sta accadendo nello Sri Lanka :” C’è stata una guerra dove sono morte decine di migliaia di persone e un cittadino italiano non sa nemmeno cosa è successo, probabilmente non sa nemmeno dove si trovi lo Sri Lanka.”

Oggi il popolo Tamil è un popolo sparso per il mondo, senza Stato. Le sorti del suo futuro dipendono solo la volontà di questi esiliati di coalizzarsi, di fare informazione, portando all’attenzione della comunità internazionale le loro storie, solo così potranno dare un sostegno significativo ai loro familiari rimasti nello Sri Lanka, uomini, donne e bambini di una guerra da tutti dimenticata.

(da Vanguard.current.com)

Shopping-Killers: gli assassini della Domenica. Come una giornata in un centro commerciale contribuisce allo sterminio di massa.

Siamo tutti, nel nostro piccolo, degli assassini.

Quella che sembra un’affermazione “forte”, magari provocatoria, è in realtà la triste constatazione di un dato di fatto, a cui si può giungere facilmente attraverso un semplice ragionamento logico di causa-effetto. Ad impedire ad un discorso come questo – che definirei lapalissiano – di far parte del cosiddetto senso comune contribuiscono varie ragioni. Tra le principali vi sono la complessità del sistema costituito in cui ci ritroviamo a vivere, la mancanza di informazioni utili a farci comprendere i nessi di causa-effetto che si instaurano tra eventi che sembrano non avere assolutamente nulla in comune e la mancanza di consapevolezza delle conseguenze prodotte dalle azioni di ciascuno di noi. Quest’ultima motivazione, a mio avviso la più importante, è dovuta a due ragioni principali: la mancanza di tempo per acquisire le informazioni necessarie alla costruzione di tale consapevolezza, ed il sentirsi di ognuno come un mero ingranaggio di un meccanismo oscuro e a tratti incomprensibile, su cui non v’è possibilità d’azione. Come dire che ognuno di noi vive pensando, più o meno consapevolmente, di essere un bullone, una vite, un pezzo di metallo senza sapere che andrà a far parte, assieme ad altri pezzi, di una macchina infernale perfettamente funzionante.

Il sito Come Don Chisciotte riporta la traduzione di un interessante articolo d’opinione che titola “La soluzione finale: come funziona lo sterminio militare di massa della popolazione eccedente” (qui la fonte originale in spagnolo). Chi lo firma è Manuel Freytas, giornalista, analista investigativo, specialista di intelligence e comunicazione strategica. Freytas è uno degli autori più diffusi e referenziati del Web. In questo articolo, che non mira alla diffusione di assurde teorie o strambe dietrologie, viene spiegato come la guerra sia in realtà un meccanismo necessario e procurato piuttosto che il frutto di azioni diplomatiche incapaci di equilibrare i rapporti di potere fra le varie Nazioni.

Come dovrebbe essere a tutti noto, la guerra è lo strumento principale attraverso il quale ogni Stato cerca di ottenere la supremazia su tutti gli altri. Supremazia che arriva non dalla mera annessione territoriale di altre Nazioni, bensì dalla gestione delle risorse che tali territori naturalmente possiedono, in primis il petrolio, il gas e l’acciaio. Con il tempo, l’esperienza storica delle due Guerre Mondiali ha portato ad una evoluzione dei rapporti e dei regolamenti internazionali tra i vari Paesi e dei nuovi equilibri economici e geopolitici, senza che la lotta per la supremazia come scopo di ogni singola Nazione fosse cancellata. Di conseguenza, il meccanismo di imposizione del potere è andato modificandosi passando da una manifestazione esplicita di una singola potenza sulle altre con l’imposizione e la conquista (Impero Romano o, più recentemente, il fenomeno del colonialismo), ad una più subdola forma di pesante influenza politico-economica di una singola potenza su altri Stati (vedi, ad esempio, la politica neocoloniale degli Stati Uniti portata avanti a colpi di esportazione della democrazia e di “aiuti” economici).

Ma in un sistema fagocita come quello Capitalista,  la guerra non è solo una questione di rapporti di potere e appropriazione di risorse. Essa è anche un modo per distruggere ciò che poi possa essere ricostruito (vedi ad esempio tutte le imprese di “ricostruzione” fatta con gli “aiuti” dei Paesi occidentali che stanno ricostruendo ciò che esse stesse hanno distrutto in Iraq). Un modo pratico e fruttuoso per rispondere alle esigenze del sistema capitalista: produzione e profitto in continua crescita, pena la morte (economica) del sistema.

C’è un’altra importante funzione della guerra: l’eliminazione (apparentemente involontaria) di quella massa di popolazione definita come “eccedente“. La popolazione eccedente definisce quelle

“masse espulse dal circuito del consumo come conseguenza della dinamica di concentrazione della ricchezza in poche mani. Queste masse che si moltiplicano alle periferie di Asia, Africa ed America Latina, non riuniscono gli standard minimi del consumo (sopravvivenza minima), che è la struttura centrale del sistema che genera profitti e nuovi cicli di concentrazione di attività imprenditoriali e fortune personali.

Inoltre, queste stesse masse estromesse del circuito del consumo, implicano (per dare una facciata “compassionevole” al sistema) l’esigenza di una struttura “assistenziale” composta dall’ONU e dalle organizzazioni internazionali, che rappresentano un “passivo indesiderabile” nei bilanci di governi ed imprese multinazionali a scala globale”.

In altre parole, in accordo al principio secondo il quale “il profitto deve necessariamente eccedere i costi”, considerare tali masse eccedenti come nuovi e insaturi mercati potenziali ha un costo maggiore che abbandonarle a loro stesse. Tale costo si abbassa ulteriormente se questo “passivo indesiderabile” viene eliminato. A questo bisogna aggiungere una ulteriore osservazione, che gli economisti ed i politici sembrano dimenticare o non conoscere affatto: la limitatezza delle risorse del pianeta. Supponendo, infatti, di voler portare il sistema produttivo e di sviluppo occidentali in tutto il mondo, la cosa non risulterebbe fattibile a lungo termine perché le risorse attuali del pianeta non sono sufficienti a sostenere i ritmi di produzione e consumo attuali estesi a 6.5 miliardi di persone. Il mondo terminerebbe nel giro di qualche decennio. Per questo motivo ci ritroviamo ad avere luoghi “economici” e “sociali”, per quanto possano sembrare reali, come  “il terzo mondo”, le favelas dell’America Latina, le classi povere presenti in ogni società.

Dicevamo, dunque, che il numero di persone attualmente presenti sulla Terra eccede quello idealmente sostenibile dal sistema (fino ad ora) più forte, che è quello capitalistico. Questa non è una cosa di cui ci si è accorti solo recentemente. Già nel 1798, Malthus pubblicò un testo intitolato Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società, in cui sostenne che, poiché la popolazione tende a crescere in progressione geometrica, mentre la disponibilità di alimenti e di risorse crescono invece in progressione aritmetica, l’incremento demografico avrebbe condotto ad una penuria di generi di sussistenza per giungere all’arresto dello sviluppo economico. In aggiunta, Malthus introdusse il concetto di salario di sussistenza, cioè il limite inferiore massimo del salario necessario per soddisfare le esigenze ritenute fondamentali. Secondo Malthus, fino al salario di sussistenza non ci si sposa, né si fanno figli: se esiste un sussidio che incrementa tale livello minimo accettabile di reddito disponibile delle famiglie, oltre un livello di mera sussistenza, i poveri tenderanno a procreare, facendo sì che aumenti la forza lavoro e quindi l’offerta di lavoro, portando quindi a una ulteriore diminuzione dei salari. Al contrario, se si fa in modo che il livello di vita scenda sotto lo standard di vita ritenuto accettabile, i poveri smettono di fare figli e il salario tenderà a salire da solo.  Ecco anche introdotta, ante litteram, una definizione della contemporanea società milleurista.

“Visto che il sistema dominante produce solo per chi possa pagare per beni e servizi, esso porta ad escludere questa massa dal circuito del consumo (dovuto alla dinamica che accentra la ricchezza in poche mani) e di questa “eccedenza” del sistema capitalista solo una ridotta quantità (la massa che si reintegrata) genera guadagno alle grandi imprese e banche multinazionali che controllano tutti i livelli del mercato e della produzione mondiale”.

Il risultato di tutto ciò si traduce in un avvertimento:

“Libano, Iraq, Gaza, Afghanistan, Pakistan, Sudan, Somalia e Sri Lanka, e altri (al margine degli obiettivi geopolitici e militari che rappresentano nella scacchiera internazionale della guerra intercapitalista per l’appropriazione del petrolio e delle risorse strategiche) sono teatri sperimentali di sterminio militare in massa della “popolazione eccedente” attuata dietro la maschera operativa della “guerra” contro il terrorismo”.

 

 

Ora, mettendo un attimo da parte i massimi sistemi, se si tiene in considerazione il discorso fatto fin’ora e lo si ridimensiona alla vita del singolo, si capisce come le responsabilità di ogni individuo rispetto a ciò che nel mondo accade siano di enorme portata. Il classico battito d’ali di una farfalla a Tokyo che procura un tifone a San Francisco.

Ecco come una famigliola felice, che va trascorrere una uggiosa domenica in un centro commerciale, si trasforma inevitabilmente in un gruppo (il più delle volte inconsapevole) di assassini. Perché non si è consapevoli (o interessati) del fatto che: quando si acquista una playstation si sta indirettamente finanziando la guerra in Darfur; quando si fa la raccolta punti delle varie compagnie petrolifere si partecipa ad un processo di Brand fidelity delle maggiori responsabili dei disordini in sud Africa e del bacino mediterraneo; quando si comprano indumenti Made in China o simili a buon prezzo si sta contribuendo allo sfruttamento di migliaia di persone, spesso minori, tenute a lavorare in condizioni disumane, e così via. La cosa incredibile è che gli stessi che giocano alla playstation firmano le petizioni di Amnesty International; quelli della raccolta punti sono pacifisti e hanno manifestato contro la guerra in Iraq; quelli dei jeans a prezzo di mercato sono sostenitori dei diritti dei minori. Insomma, siamo tutti rappresentanti del primo caso di convivenza pacifica e non conflittiva di milioni di Dottor Jekyll e Mr Hyde.

Come si può fermare tutto questo? È chiaro che nessuno, dall’oggi al domani, può decidere di smettere di vestirsi e fare il pieno alla propria auto. Ed è forse proprio questo che fa in modo che lo stato attuale delle cose venga perpetrato: il rassegnato beneplacito della popolazione che sente – a torto – di non poter far nulla,  e l’imbarazzante impunità internazionale che nasconde o giustifica con menzogne lo sterminio militare in massa della “popolazione eccedente”, compiuta ora dall’una ora dall’altra potenza.

Freytas propone come soluzione quella di

“circondare con scudi umani le ambasciate d’Israele, degli USA e d’Europa nel mondo, bloccare imprese e banche multinazionali in tutto il mondo, ostacolare, boicottare, paralizzare il funzionamento del sistema capitalista su scala mondiale”

perchè, aggiunge,

Se il sistema capitalista si paralizza, ci sarà un momento in cui si fermeranno, per mancanza di risorse e di provviste, i suoi carri armati, navi, aeroplani, sottomarini, soldati e basi militari. Si tratta di applicare su scala globale l’arma che fino ad ora nessuno ha utilizzato contro il sistema capitalista: Il fattore umano”.

L’idea non sembra cattiva, come tante altre che sono state proposte. Ritengo però che, perché una buona idea possa essere realizzata, ci sia bisogno di una maggioranza di popolazione convinta che quella sia una buona idea e, soprattutto, che sia convinta che una soluzione, esista, che il modo in cui vive non è l’unico possibile. E questa mi sembra la cosa più complicata.

Il sentimento di frustrazione che il sapere tutto ciò mi procura è infinitamente più grande di quanto io riesca a sopportare ed accettare. La situazione in cui ogni individuo si ritrova a vivere somiglia ogni giorno che passa ad un contrappasso dantesco. Segno, forse, che siamo tutti già all’Inferno.