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Quante vite vale una Playstation?


No, non è una recensione sull’ultimo videogame della rinomata console. È la domanda (paradigmatica e senza alcuna intenzione di stigmatizzare il prodotto menzionato più di quanto farei con molti altri) che mi sono posto dopo aver letto degli articoli di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci sull’Africa, pubblicato nell’ultimo numero de La Voce del Ribelle. L’articolo inizia così:

Muzungu! Muzungu!“. È sempre così. Appena la nostra jeep entra in un villaggio o in un campo sfollati il grido è sempre lo stesso: “Bianco! Bianco!“. Frotte di bambini che chiedono acqua,  caramelle o matite. Donne che si avvicinano per avere qualche franco congolese o qualcosa da mangiare. Oppure militari governativi, che esigono dollari e sigarette, al posto dei passaporti. Benvenuti nella Repubblica Democratica del Congo“.

L’Africa: questo grande continente nero; nero come la pelle di chi su di esso vive e muore, nero come il legno dell’ebano che su di esso cresce e offre l’ombra ai diamanti, nero come il lutto dei bambini per i loro padri o delle mamme per i loro figli. Un continente su cui sembra sia caduto un velo – anch’esso nero – che lo nasconde impedendo di parlarne. Oppure, come dicono i giornalisti che sono riusciti fortunatamente a rimpatriare interi come prima, ma sicuramente non uguali a quando sono partiti, l’Africa è

“un Paese insanguinato dalle lotte intestine, sotto gli occhi di un Occidente che lascia fare, consapevole che il caos agevola lo sfruttamento”

e che si pulisce la coscienza inviando aiuti a pioggia (quella in Congo è tra le missioni più costose delle Nazioni Unite) e caschi blu che dovrebbero contribuire a garantire l’ordine sociale, ma che

“restano defilati. Se avviene un massacro a 300 metri dalla base delle truppe Onu, nessuno interviene”.

A questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri in tutto questo la Playstation. Gli inviati del Ribelle ci fanno sapere che la famosa console, così come molti dei microtelefoni cellulari e dell’attrezzatura hi-tech che riempiono le nostre case e gli scaffali dei nostri mega-store, è stata costruita con il coltan, un materiale di cui il Congo è ricco, assieme ad uranio e molti altri minerali preziosi. Unite questo alla presenza delle grandi corporazioni anglo-americane da un lato e di Pechino dall’altro e il gioco (o meglio: la guerra) è fatto. Per non parlare dei contrasti interni endemici di questa terra, molto ben descritti dagli autori dell’articolo, che rendono tutto ancora più semplice – per noi, ovviamente. Ciò che sorprende è che i principali canali d’informazione non accennano minimamente a quanto in Congo accade e soprattutto al perchè. Addirittura all’interno della blogosfera gli articoli più recenti risalgono ad un anno fa, mentre le fonti ufficiali o quelle più attendibili ne hanno parlato l’ultima volta molto prima. Forse perchè, come dicono anche i reporter, sarebbe un duro colpo per la coscienza collettiva occidentale; o forse perchè sarebbe un affronto troppo grande per la “società civile” che le multinazionali (principalmente Nokia, Sony ed Eriksson) continuino con la loro attività di estrazione del minerale nonostante tutto. Dovrebbero fermarsi, e l’economia poi non gira.

Questa è la situazione che fa da sfondo al “racconto” di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci su quanto sta succedendo in questa area del mondo dimenticata da tutti, le cui notizie non provocano che un “grido al disastro umanitario” di tanto in tanto, che dura il tempo di un atto di dolore o di una candela della pace e poi tutti a casa a giocare alla Playstation. Perché, in fondo, si sa: l’Africa è il Terzo Mondo e lì funziona così da quando se ne ha memoria.

Per leggere l’intero servizio, vai su www.ilribelle.com e abbonati.


No, non è una recensione sull’ultimo videogame della rinomata console. È la domanda (paradigmatica e senza alcuna intenzione di stigmatizzare il prodotto menzionato più di quanto farei con molti altri) che mi sono posto dopo aver letto degli articoli di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci sull’Africa, pubblicato nell’ultimo numero de La Voce del Ribelle. L’articolo inizia così:

Muzungu! Muzungu!“. È sempre così. Appena la nostra jeep entra in un villaggio o in un campo sfollati il grido è sempre lo stesso: “Bianco! Bianco!“. Frotte di bambini che chiedono acqua,  caramelle o matite. Donne che si avvicinano per avere qualche franco congolese o qualcosa da mangiare. Oppure militari governativi, che esigono dollari e sigarette, al posto dei passaporti. Benvenuti nella Repubblica Democratica del Congo“.

L’Africa: questo grande continente nero; nero come la pelle di chi su di esso vive e muore, nero come il legno dell’ebano che su di esso cresce e offre l’ombra ai diamanti, nero come il lutto dei bambini per i loro padri o delle mamme per i loro figli. Un continente su cui sembra sia caduto un velo – anch’esso nero – che lo nasconde impedendo di parlarne. Oppure, come dicono i giornalisti che sono riusciti fortunatamente a rimpatriare interi come prima, ma sicuramente non uguali a quando sono partiti, l’Africa è

“un Paese insanguinato dalle lotte intestine, sotto gli occhi di un Occidente che lascia fare, consapevole che il caos agevola lo sfruttamento”

e che si pulisce la coscienza inviando aiuti a pioggia (quella in Congo è tra le missioni più costose delle Nazioni Unite) e caschi blu che dovrebbero contribuire a garantire l’ordine sociale, ma che

“restano defilati. Se avviene un massacro a 300 metri dalla base delle truppe Onu, nessuno interviene”.

A questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri in tutto questo la Playstation. Gli inviati del Ribelle ci fanno sapere che la famosa console, così come molti dei microtelefoni cellulari e dell’attrezzatura hi-tech che riempiono le nostre case e gli scaffali dei nostri mega-store, è stata costruita con il coltan, un materiale di cui il Congo è ricco, assieme ad uranio e molti altri minerali preziosi. Unite questo alla presenza delle grandi corporazioni anglo-americane da un lato e di Pechino dall’altro e il gioco (o meglio: la guerra) è fatto. Per non parlare dei contrasti interni endemici di questa terra, molto ben descritti dagli autori dell’articolo, che rendono tutto ancora più semplice – per noi, ovviamente. Ciò che sorprende è che i principali canali d’informazione non accennano minimamente a quanto in Congo accade e soprattutto al perchè. Addirittura all’interno della blogosfera gli articoli più recenti risalgono ad un anno fa, mentre le fonti ufficiali o quelle più attendibili ne hanno parlato l’ultima volta molto prima. Forse perchè, come dicono anche i reporter, sarebbe un duro colpo per la coscienza collettiva occidentale; o forse perchè sarebbe un affronto troppo grande per la “società civile” che le multinazionali (principalmente Nokia, Sony ed Eriksson) continuino con la loro attività di estrazione del minerale nonostante tutto. Dovrebbero fermarsi, e l’economia poi non gira.

Questa è la situazione che fa da sfondo al “racconto” di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci su quanto sta succedendo in questa area del mondo dimenticata da tutti, le cui notizie non provocano che un “grido al disastro umanitario” di tanto in tanto, che dura il tempo di un atto di dolore o di una candela della pace e poi tutti a casa a giocare alla Playstation. Perché, in fondo, si sa: l’Africa è il Terzo Mondo e lì funziona così da quando se ne ha memoria.

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No, non è una recensione sull’ultimo videogame della rinomata console. È la domanda (paradigmatica e senza alcuna intenzione di stigmatizzare il prodotto menzionato più di quanto farei con molti altri) che mi sono posto dopo aver letto degli articoli di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci sull’Africa, pubblicato nell’ultimo numero de La Voce del Ribelle. L’articolo inizia così:

Muzungu! Muzungu!“. È sempre così. Appena la nostra jeep entra in un villaggio o in un campo sfollati il grido è sempre lo stesso: “Bianco! Bianco!“. Frotte di bambini che chiedono acqua,  caramelle o matite. Donne che si avvicinano per avere qualche franco congolese o qualcosa da mangiare. Oppure militari governativi, che esigono dollari e sigarette, al posto dei passaporti. Benvenuti nella Repubblica Democratica del Congo“.

L’Africa: questo grande continente nero; nero come la pelle di chi su di esso vive e muore, nero come il legno dell’ebano che su di esso cresce e offre l’ombra ai diamanti, nero come il lutto dei bambini per i loro padri o delle mamme per i loro figli. Un continente su cui sembra sia caduto un velo – anch’esso nero – che lo nasconde impedendo di parlarne. Oppure, come dicono i giornalisti che sono riusciti fortunatamente a rimpatriare interi come prima, ma sicuramente non uguali a quando sono partiti, l’Africa è

“un Paese insanguinato dalle lotte intestine, sotto gli occhi di un Occidente che lascia fare, consapevole che il caos agevola lo sfruttamento”

e che si pulisce la coscienza inviando aiuti a pioggia (quella in Congo è tra le missioni più costose delle Nazioni Unite) e caschi blu che dovrebbero contribuire a garantire l’ordine sociale, ma che

“restano defilati. Se avviene un massacro a 300 metri dalla base delle truppe Onu, nessuno interviene”.

A questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri in tutto questo la Playstation. Gli inviati del Ribelle ci fanno sapere che la famosa console, così come molti dei microtelefoni cellulari e dell’attrezzatura hi-tech che riempiono le nostre case e gli scaffali dei nostri mega-store, è stata costruita con il coltan, un materiale di cui il Congo è ricco, assieme ad uranio e molti altri minerali preziosi. Unite questo alla presenza delle grandi corporazioni anglo-americane da un lato e di Pechino dall’altro e il gioco (o meglio: la guerra) è fatto. Per non parlare dei contrasti interni endemici di questa terra, molto ben descritti dagli autori dell’articolo, che rendono tutto ancora più semplice – per noi, ovviamente. Ciò che sorprende è che i principali canali d’informazione non accennano minimamente a quanto in Congo accade e soprattutto al perchè. Addirittura all’interno della blogosfera gli articoli più recenti risalgono ad un anno fa, mentre le fonti ufficiali o quelle più attendibili ne hanno parlato l’ultima volta molto prima. Forse perchè, come dicono anche i reporter, sarebbe un duro colpo per la coscienza collettiva occidentale; o forse perchè sarebbe un affronto troppo grande per la “società civile” che le multinazionali (principalmente Nokia, Sony ed Eriksson) continuino con la loro attività di estrazione del minerale nonostante tutto. Dovrebbero fermarsi, e l’economia poi non gira.

Questa è la situazione che fa da sfondo al “racconto” di Tommaso Della Longa e Giampaolo Musumeci su quanto sta succedendo in questa area del mondo dimenticata da tutti, le cui notizie non provocano che un “grido al disastro umanitario” di tanto in tanto, che dura il tempo di un atto di dolore o di una candela della pace e poi tutti a casa a giocare alla Playstation. Perché, in fondo, si sa: l’Africa è il Terzo Mondo e lì funziona così da quando se ne ha memoria.

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