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Giochiamo alla guerra?

Secondo i dati di Peace Reporter, in questo momento sul nostro pianeta sono in corso 25 conflitti che ogni giorno causano migliaia di feriti e di morti. E non è difficile prevedere che nel futuro la situazione possa peggiorare, vista l’attuale instabilità geopolitica di un mondo che ha deciso di globalizzarsi senza essersi preparato prima. A farla da padrona sarà, come sempre accade, la selezione “naturale”, ovvero: a vincere saranno le nazioni più forti e che meglio sapranno rispondere alle esigenze che man mano si proporranno.

Ma più che selezione naturale, sarebbe meglio se si parlasse di selezione tecnologica: la inchiesta di Current sugli avanzamenti tecnici e tecnologici del settore delle armi fa riflettere – e parecchio – sulle prospettive che potrebbero delinearsi a medio e lungo termine nel campo della guerra. Gli Stati Uniti, il Paese la cui spesa militare secondo la NATO ammontava a 575 miliardi di dollari nel 2008, sono in fermento dal punto di vista della progettazione e dei finanziamenti di nuove strumentazioni di guerra: robot killer, velivoli spia e aerei letali pilotati a distanza. E, mentre in Venezuela vengono vietati i video games troppo violenti o che riproducono scene di guerra, negli USA gli stessi vengono adottati dal Governo per reclutare nuove leve.

Così come stanno le cose, loscenario che si prospetta è spaventoso: la riduzione a livello impiegatizio di personale dell’esercito che il mattino, dopo aver fatto una colazione abbondante e aver accompagnato i bambini a scuola, si recano negli uffici del Nevada per pilotare un aereo che ucciderà centinaia di persone in Afghanistan. Tutto in tempo per la pausa pranzo. Una disumanizzazione di un atto già di per se disumano, come quello di uccidere un proprio simile semplicemente rispondendo ad un ordine. Un automatizzazione di azioni che, se non alla estinzione della razza umana, sicuramente porterà alla estinzione della umanità in coloro che sopravviveranno.

Ma nel XXI secolo gli attacchi hanno una natura anche completamente virtuale che si chiama hackeraggio: pirati informatici il cui obiettivo è mettere in ginocchio un Paese (necessariamente informatizzato) colpendone le infrastrutture critiche come i servizi energetici o i servizi idrici o ancora i servizi di comunicazione e provocando disordine e paura. A spiegare i pericoli che si corrono in una società informatizzata c’è uno dei massimi esperti di Cyberwarfare, Raoul Chiesa: un ex hacker che nel 1995, appena ventunenne, riuscì a penetrare nel sistema informatico della Banca d’Italia , fino a che, una mattina di quello stesso anno , la sezione centrale operativa della Polizia di Stato, su indicazione dell’FBI che gli dava la caccia da tre anni, irrompe a casa sua e lo arresta. Oggi Raoul Chiesa si occupa professionalmente di cyber crime e di sicurezza informatica ad alto livello, collaborando in progetti nazionali ed internazionali con l’UNICRI e ci ha rivelato che ogni giorno il mondo è tenuto sotto attacco dagli hacker in una guerra segreta. Secondo quanto afferma Chiesa, in media dopo soli tre minuti dall’accesso di un pc alla rete internet c’è il rischio di hackeraggio e dopo soli cinque si rischia di diventare un pc zoombie, ovvero un ignaro supporto ad un hacker in qualche parte del mondo.

Non vi sono solo risvolti negativi all’utilizzo della tecnologia nell’ambito della difesa e della sicurezza. Svariati sono i contesti in cui un robot o una applicazione tecnologica risulta di enorme aiuto all’uomo, come il visore ATOS utilizzato dalla Guardia di Finanza per la sicurezza in mare o i robot utilizzati dagli artificieri.

Come sempre la efficienza sta nello strumento, la saggezza nelle mani di chi lo usa.