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Orwell 1984 (Michael Radford, 1984)

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QUESTO FILMATO È DA INTENDERSI A SCOPO EDUCATIVO E SENZA FINI DI LUCRO.


Nel 1984 esce nelle sale britanniche Orwell 1984, una eccezionale trasposizione cinematografica del famosissimo romanzo di George Orwell. La regia è di Michael Radford, a cui Sonia Brownell, vedova di Orwell e titolare dei diritti d’autore, permise, prima di morire nel 1980, di realizzare la pellicola a patto che il film non utilizzasse nessun effetto speciale all’epoca molto in voga.

Il film viene girato principalmente in alcuni docks della zona portuale di Londra, poco prima della loro demolizione. Considerando la location, il tema ed il periodo storico, la pellicola è inizialmente concepita in bianco e nero, ma la proposta viene rifiutata dalla produzione. La colonna sonora è scritta da Dominic Muldowney, mentre il pezzo di chiusura “Julia” è degli Eurythmics.

Il volto del Grande Fratello è di Bob Flag, un attore non professionista che fu inserito nel cast dopo una selezione con questionario. A vestire meravigliosamente i panni di Wiston Smith è un ottimo John Hurt, il quale interpreta in modo incredibilmente realistico la sofferenza, sia psicologica che fisica, del protagonista. Suzanna Hamilton è la trasgressiva Julia, innamorata di Wiston, l’unico con il quale può permettersi ancora di vivere una vita reale ed esprimersi genuinamente nella società del Socing e della Neolingua, sottraendosi al controllo vigile del Partito. Per il ruolo dello spietato O’Brien vengono considerati Paul Scofield, Anthony Hopkins e Sean Connery. La scelta finale, però, cade su Richard Burton, a cui la pellicola è dedicata e che con Orwell 1984 ci regala la sua ultima apparizione cinematografica (il film uscì nelle sale cinematografiche dopo la morte dell’attore).

Gli ottimi accorgimenti tecnici e la scenografia scarna ed essenziale contribuiscono all’emergere dell’aspetto realista del film, trasformando ciò che qualcuno crede possibile in qualcosa di già accaduto e tuttavia presente. L’utilizzo dei molti primi piani sapientemente alternato ai campi estesi costringe lo spettatore a spostarsi continuamente dal piano personale a quello collettivo, riproducendo quel conflitto dentro-fuori che è tra i temi principali di Orwell, diligentemente riproposto da Radford in chiave cinematografica.

Il regista rimane fondamentalmente fedele al testo su cui si basa la sceneggiatura: ne rispetta i tempi, i luoghi ed i passaggi più importanti, mentre le caratteristiche principali dei personaggi emergono senza difficolta grazie ad una consapevole scelta degli attori. Nonostante ciò, vi sono alcune leggere differenze con il romanzo: il gesto di saluto, che nel libro non esiste; il Ministero della Produzione (Minprod), che corrisponde all’orwelliano Ministero dell’Abbondanza (Minabbon); il Ministry of Records (Minrec) dove lavora Wiston, indicato nel libro come Ministero della Verità (Mintrue); l’appellativo di “fratello” e “sorella” utilizzato nel film al posto di “compagno”.

Due passaggi, invece, si discostano completamente dal testo di riferimento: la consegna del libro segreto della Resistenza “Teoria e Pratica del collettivismo oligarchico”, scritto dal fantomatico Goldstein, e l’incontro con O’Brian. Per quanto riguarda la prima differenza, probabilmente dovuta a questioni puramente pratiche (risparmio di una intera scena, di attori e di tempo), mentre nel romanzo la consegna avviene in una piazza durante un comizio, nel film è O’Brian stesso a consegnare a Wiston il ilbro segreto, a seguito di una visita di quest’ultimo presso l’abitazione del primo. La seconda differenza, invece, sembrerebbe più di ordine tecnico: mentre nel romanzo Wiston si reca presso O’Brian in compagnia di Julia, nel film Wiston è solo durante la visita. Forse, la scelta del regista è legata alla figura di Julia, che nella versione cinematografica resta ambigua fino alla fine della pellicola senza risolvere il sospetto del tradimento.

Un’ultima, importante differenza è nel finale: mentre Orwell fa di Wiston un uomo completamente spersonalizzato a seguito delle torture di O’Brian e totalmente condizionato alle leggi del Partito, Redford lascia al protagonista un ultimo accenno di ribellione, quasi impercettibile e probabilmente inconsapevole. Comprensibilmente, la visione distopica ed apocalittica del mondo di Orwell nel 1948 (anno in cui il libro fu scritto) è difficilmente compatibile con il mondo all’epoca di Redford, trentasei anni più tardi: la Seconda Guerra Mondiale è terminata ormai da tempo, Hitler è un fantasma del passato, la Germania smilitarizzata e divisa, la guerra o troppo lontana oppure nascosta. A ciò si aggiunge il fatto che nel 1984 (anno di produzione del film) nelle case dei cittadini (apparentemente) non vi sono affatto enormi schermi con il viso baffuto di Big Brother. Resta comunque difficile capire se la scelta del regista sia dipesa più da una visione maggiormente positiva della storia dell’uomo rispetto a quella di Orwell, o se semplicemente Redford vuole offrire una speranza ai suoi spettatori e nessun appiglio ad eventuali critiche feroci.

Il film vinse il Premio per il Miglior Film dell’anno 1984 nella rassegna British Film Awards organizzata dal quotidiano inglese Evening Standard.


Nota: Nell’ultima parte della pellicola, Smith scrive quasi inconsciamente la formula “2+2= “. Questa formula apparteneva al richiamo alla realtà di Smith quando ancora la sua mente era libera dai condizionamenti delle torture di O’Brian e alla definizione di Libertà di Wiston (“la libertà è poter dire che 2+2=4”). Il fatto che alla somma non segua un risultato potrebbe indicare un ultimo residuo di coscienza di Wiston. Tuttavia si tratta di un errore. Nelle versioni britanniche del romanzo dal 1951 al 1987, infatti, la si produsse un errore di stampa causato dalla caduta dell’ultimo carattere (il numero 5) che in tal modo sparì per sedici anni da tutte le edizioni. Il film, datato 1984, riporta il medesimo errore, essendo basato proprio su una di queste edizioni. In realtà, Orwell, nella versione corretta del romanzo, non lascia spazio ad alcun residuo di coscienza in Wiston, il quale affermerà che “2+2=5” senza dubitarne.