Taxi Driver (o l’umanità sconfitta allo specchio)

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«You talkin’ to me? You talkin’ to me?» dice Travis Bikle (Robert De Niro) nel colmo della sua solitudine psicotica, allo specchio, in un passaggio del suo percorso di trasformazione da soggetto storico a oggetto ludico, registrato dalle cineprese di Scorsese . Taxi Driver (1976) è un concentrato di umanità che impregna ogni singolo fotogramma della pellicola: non solo perché nello stesso macchinone giallo – «uno di quelli con gli scacchi» – salgono puttane, avvocati, uxoricidi, vecchi, zimbelli della città e futuri presidenti degli Stati Uniti d’America; non solo perché il parabrezza del taxi è una finestra aperta sull’indifferenza metropolitana, sulla frenesia dei semafori appesi come magoni agli incroci della città, sulla violenza con cui il caso fa scontrare le vite con incontri fortuiti dell’ultim’ora; ma perché in un unico individuo – un tassista ventiseienne, ex marine reduce dal Vietnam, frustrato ed insonne – l’umanità intera raggiunge l’apice delle sue contraddizioni, dei suoi desideri di superamento, delle sue idiosincresie, dei suoi tic, esplodendo in un orgia di o-scene concatenazioni di eventi che si risolveranno in un totale riassorbimento dell’esasperazione entro gli argini della realtà.

Trevis ha un diario sul quale appunta piccoli sforzi quotidiani di identità che galleggiano solitari e singolari nell’accecante alienazione dei giorni. L’8 giugno scrive: «La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita […] non c’è scampo: sono nato per essere solo […] Oggi è l’8 giugno. La mia vita ha preso di colpo un’altra piega. I giorni passavano senza niente di nuovo, uno dopo l’altro.  Impossibile distinguerli, tutti uguali tutti in fila. Poi, all’improvviso, ecco il cambiamento.» Da questo momento, Trevis smetterà di scrivere il suo diario, come prova definitiva del suo desiderio di passare da spettatore ad attore di una vita che si trascina stancamente da ormai troppo tempo.

Trevis sente il bisogno epico di un gesto altrettanto epico, assoluto, decisivo, in grado di riscattare gli affondi e i colpi bassi della vita ricevuti rimanendo seduto, tra lo stoico e l’inebetito, sul sedile del suo taxi: tutte le puttane che non è riuscito a salvare dai papponi affettuosamente intransigenti, gli assassini che ha atteso con il tassametro acceso e riaccompagnato a casa, i barboni dementi che ha visto trascinare per le braccia sui marciapiedi in pieno giorno ad un semaforo rosso, l’ingratitudine delle donne, la falsità dei politici.

Al telefono con Betsy, che non vuole più rivederlo, Trevis vive il suo dramma personale che occupa, in quel momento, l’intera sua presenza storica di quel momento, quello stesso istante in cui le cineprese si spostano su un corridoio vuoto che termina in una porta aperta sulla strada, dove macchine e persone continuano a passare, ignare o indifferenti. Trevis non trova un alleato nemmeno in Iris (Jodie Foster), prostituta tredicenne in arte Facile, che ammette serenamente di volersi sottrarre dai suoi sfruttatori solo quando è “fatta”. Come se, in un eccesso di coscienza, la lucidità le fornisse sempre buoni e validi motivi per continuare senza rischiare di essere schiacciata completamente dall’alienazione dei suoi atti.

Ecco, un po’ come Iris, l’umanità è una puttana convinta di poter smettere quando vuole, incapace di trovare una valida ragione per farlo.

Mentre tutti ballano, come nella scena che Trevis guarda attraverso il televisore prima che si sfracelli al suolo, un paio di scarpe abbandonate giacciono in mezzo alla pista senza che nessuno ci faccia caso, senza che alcuno si chieda cosa ci facciano lì, di chi siano. Dovrebbero farlo. Quelle scarpe ospiteranno i passi dell’estenuante esasperazione del vivere di un uomo che ha raggiunto il limite per sé e tutti i sui simili, ignari navigatori del brodo esistenziale. Un giorno quell’uomo solleverà i remi e comincerà a remare contro, all’insputa di tutti, anche di quella parte di sé che vorrebbe salvarsi e che ora è perduta, confusa. Ma per ogni remata che batterà controcorrente, ve ne saranno altre migliaia e migliaia in direzione opposta alla sua. Al lui non resterà che il privilegio del dolore inflitto da una consapevolezza urgente, seppur ingenua.

«Io devo…io ho proprio bisogno di..c’è bisogno che io faccia… faccia… faccia qualcosa, ecco.» dice Travis al Mago, un collega tassista, il quale gli consiglia di «non pensare», di «andare a letto con le donne» ché non si può fare altro: «Siamo tutti fregati».

Nonostante l’ingenuità ed il trastorno di Trevis, gli è chiara l’idiozia di un discorso così sminuente a fronte di una richiesta di aiuto cui forse nessuno è in grado di rispondere, cedere alla coscienza che non approva la vita che gli diamo da interrogare. Così Trevis capisce che il suo gesto deve essere esemplare, devastante. L’obiettivo è Palantine, il senatore candidato alla presidenza e supportato dall’equipe di Betsy l’ingrata. Distruggere il sistema di valori di un mondo equivoco abbattendone un rappresentante.

Per raggiungere il suo obiettivo, Trevis comincia a costruire attorno al suo corpo un esoscheletro mostruoso, fatto di congeni meccanici ed armi, trasformandolo da soggetto agente a oggetto agito, da persona a prodotto della stessa realtà che vuole distruggere. Individuato come potenziale attentatore dalle guardie del corpo del senatore Palantine, Trevis fugge con in corpo ancora questa straziante e insopportabile necessità di esternare il suo stesso bisogno di morte che richiede, però, una missione. Se la vita è stata una inutile sofferenza, che almeno la morte sia degna del suoi proprio gesto.

Così, in preda di se stesso, Trevis si reca da Iris: spara a Sport, il suo pappone, sulla soglia dove fa la posta. Va a sedersi per qualche secondo sui gradini dell’edificio accanto, come in attesa di sentire se qualcosa è cambiato, se ora va meglio. E invece no, non va affatto bene: si sente come quando ha sparato per la prima volta la sua magnum sulla faccia di un negro disperato che rapinava lo stesso negozioin cui lui comprava il latte: indifferente, solo più incazzato. Allora sale le scale dirigendosi verso la camera di Iris, fa saltare quasi completamente una mano  all’affittacamere che lo chiama «pezzo di merda». «Sei un pezzo di merda» gli dice, mentre lo insegue quando si avventa contro un ospite che in quel momento stava godendo dei piaceri acerbi di un corpo giovane e immaturo.

Finita la carneficina, Trevis cerca di uccidersi. Ma la vita non smette di beffarlo: i proiettili sono finiti e a Trevis non resta che aspettare la polizia seduto sul divano, sanguinante.

Il campo si allarga: sale verso il soffitto con l’inquadratura che, lentamente, attraversa a ritroso tutta la scena, portando lo spettatore fuori della stanza e poi dell’edificio, lì, assieme alla folla ignara che si accalca attorno ai cordoni gialli della polizia. La lenta uscita dalla scena, gli abbassa piano piano la tensione, gli dà il tempo di metabolizzare la carne, la morte, la vendetta appena abbattutasi sul mondo ingiusto e nel frattempo cancellare ogni traccia di senso di colpa o di conflitto etico-morale prodotto dalla personificazione nel folle personaggio. Questa lentezza, quasi dolce, riproduce quella spossatezza e senso di obnubilamento che segue ad una forte scarica adrenalinica. L’oblio offre aiuto alla coscienza a rimettere a posto le cose e, con la stessa calma, ci dà il tempo di accettare il salto di Trevis da potenziale attentatore a eroe civile, il suo ricovero, la sua guarigione .

Tutto, nel giro di qualche minuto, riprende nella più completa normalità. Trevis torna a guidare il suo taxi, ora sta accompagnando Betsy a casa: le sorriderà e non la lascerà pagare. Tutto ciò che ha fatto è stato igienicamente digerito dal mondo. La vita prosegue il suo corso: l’umanità è stata sconfitta.