Testo e contesto: il caso Nori e Nazione Indiana

Tutto è partito dalla inappropriata (a quanto pare) collaborazione di Paolo Nori alla pagina culturale del quotidiano Libero, con una recensione sull’ultimo romanzo di Ammaniti Che la festa cominci (Einaudi, pp. 328, € 18). Pare che Nori, per scrivere la recensione sul libro di Ammaniti, abbia adattato pari pari una recensione al libro Colpi al cuore, di Kari Hotakainen, apparsa tre anni fa sul Manifesto. Ma la polemica non ha nulla a che vedere con questo.

Qualcuno, già a questo punto, potrebbe chiedersi: e allora? E tutto il discorso finirebbe qui. E invece le polemiche sull’ “infelice” scelta tardano ad affievolirsi, nonostante siano iniziate ben due mesi fa. Cosa ha sconvolto il mondo culturale della penisola? Cosa ha spinto il critico letterario  Andrea Cortellessa ad esigere chiarimenti dalle pagine virtuali di Nazione Indiana? Cosa ha scisso gli intellettuali italiani in pros and cons? Il fatto che Paolo Nori, in quanto emiliano-scrittore-intellettuale-di-sinistra, non può accettare di collaborare con un organo del “regime”, pena la macchia indelebile sulle sante teste della nostra elite culturalpop, proprio come la voglia di Gorbačëv, solo che però è fango.

Siamo alle solite: la Sinistra italiana che crede di avere il monopolio della cultura e la Destra italiana che crede la stessa cosa, e infatti si incazza. Se supponessimo che la Sinistra e la Destra esistano ancora (qualcuno può informare i nostri intellettuali della loro dipartita?) e le immaginassimo come due mani, la cultura avrebbe la parte del sapone: ogni giorno, dopo aver lavato una faccia, solo bollicine ed incrostazioni del lavandino. Gli intellettuali, pagati anche fior di quattrini per leggere e scrivere tutto il giorno, coloro che dovrebbero abbattere i muri delle convenzioni sociali e costruirne di nuovi e migliori, producendo cultura, proprio loro hanno riempito per settimane e settimane intere pagine di giornali, di blog e pure una libreria di Roma con le loro diatribe e polemiche (leggi: grosse seghe mentali). Pagine e pagine di “si fa” e “non si fa”, “è giusto” “è sbagliato”, “è di destra” “è di sinistra”, scomodando, assieme a tanti altri grandi nomi, anche Pasolini, che ormai si è inflazionato più della lira negli anni ’80. Poverino, Pasolini si starà rivoltando nella tomba: lui, che nel ’68 appoggiava la “grande rivoluzione” mentre dava dei caproni agli studenti piccolo-borghesi in rivolta contro la polizia, il vero proletariato. E questo? È di destra o di sinistra? È giusto o è sbagliato? Si fa o non si fa? Questo era solo Pasolini, un uomo colto, capace di pensare il pensiero e di uscire fuori dalle gabbie mentali dentro cui sguazzano i nostri intellettuali contemporanei, come degli orango a cui sia stato dato il privilegio della gabbia più grande e comoda di questo enorme zoo.

In tutto questo gran marasma, a mio avviso sterile e rappresentativo del livello culturale della nostra Cultura, è nata qualche viola, anche se è appassita presto grazie a grosse valangate di ulteriore fango che hanno provveduto a seppellirla prima che sbocciasse. Mi sto riferendo al piano del discorso spostatosi sulla questione Testo-Contesto, ovvero: oltre a quel che fai/dici/scrivi, è altrettanto importante anche il dove?

A tal proposito, riporto uno stralcio dell’articolo pubblicato su Nazione Indiana a firma di Helena Janeczek:

“La parte di me cittadino che non è d’accordo con certe leggi, l’attacco a certe istituzioni, la riduzione di date libertà, è completamente scollata dal mio personale contributo di natura solo “culturale”. A me questo pare, prima di tutto, un avallare in prima persona il ruolo di marginalità che viene attribuito alla cultura. Detto in altre parole: dare poco valore al proprio lavoro. Accontentarsi della libertà del giullare che confina con quella del buffone di corte. Con il rischio, in più, che tale libera e spensierata contribuzione possa essere strumentalizzata ai fini politici, come dimostrano, appunto, gli articoli usciti sulla vicenda Paolo Nori.”

Dunque, la Janeczek si dice contraria ad uno “scollamento” delle parti in gioco, lo stesso gioco. Di conseguenza, secondo l’autrice dell’articolo non puoi provare ripugnanza per le pagine del quotidiano Libero e poi scriverci sopra, dicendoti responsabile solo di ciò che la tua penna ha scritto. Cosa che, invece, ha sostenuto Paolo Nori in sua “difesa”.

Personalmente, sono totalmente d’accordo con Helena. Almeno fino a quando non dice che “Il discorso sull’editoria a mio avviso presenta caratteristiche assai diverse”, in quanto editor della Mondadori. Un classico: se riguarda gli altri, so bene qual’è la regola; se arriva il mio turno, conosco bene la mia eccezione.

E no, cara Helena Janeczek: cambiare le regole nel bel mezzo di una partita vuol dire cambiare gioco. Il contesto, anche se multiforme, è uno ed è uguale per tutti (uguale nelle regole che impone). Non puoi venirmi a dire che tu nella Mondadori, nonostante tutto e nonostante tu, ci puoi stare perchè la Mondadori non è solo Bruno Vespa e Francesco Totti. Perchè io potrei risponderti che nemmeno Libero è solo Belpietro e Facci; infatti c’è anche Paolo Nori. Come potrei dirti che Il Giornale non è stato solo Feltri, ma anche Luca Telese.

Le giustificazioni che Helena Janeczek offre ai lettori del suo lungo articolo sono molto pericolose. Sono le stesse che hanno, per esempio, fatto in modo che degli scienziati, lavorando in nome della scienza, partecipassero all’avvento della bomba atomica e di Cernobyl senza sentirsi direttamente responsabili. O che tutti noi, con il nostro stile di vita apparentemente innocuo, sempre senza sentirci responsabili, facciamo si che attualmente sul pianeta vi siano 25 conflitti che provocano morti e ferimenti incessantemente. Non sto esagerando: pensate solo che una singola Playstation, per il metallo conduttore che contiene al suo interno, è potenzialmente responsabile di diverse morti giornaliere nel Darfur.

Il contesto è importantissimo, oltre che imprescindibile. È ciò che decide cosa deve essere di un uomo, di un’opera d’arte, di un libro. Ditemi la verità: chi di noi se vedesse un Mirò abbandonato accanto un cassonetto dell’immondizia lo raccoglierebbe per portarselo a casa, convinto di avere tra le mani una vera opera d’arte? O quanti di noi crederebbero oggi che I fratelli Karamazov sia un capolavoro della letteratura se nessuno ce lo avesse fatto studiare a scuola perchè nessuno colse la sua audacia a suo tempo?

Bè, cara Helena, tu che giustifichi a te stessa il fatto di andare tutte le mattine alla Mondadori con il fatto che lì non c’è solo Bruno Vespa, se non sei ancora convinta che il tuo sia un ragionamento redentivo che tutti, a prescindere dal lavoro che facciamo, ci regaliamo ogni giorno: ne parliamo fra qualche anno, quando anche quei pochi scrittori che ti convincono a lavorare per la Mondadori, senza sentire il disagio del controsenso (o contrappasso?), scompariranno del tutto dal catalogo e dagli scaffali delle librerie. (Se poi mi dici dove posso trovare Zanzotto, Sanguineti e tanti altri che non stampano più mi fai un gran favore).

Molto spesso e molto più di quanto ci piaccia pensare, è il contesto che fa l’opera, perchè ha fatto l’autore prima che questa esistesse. Il cubismo oggi non avrebbe senso o non sarebbe apprezzato; Luciano Fontana che taglia le tele starebbe rinchiuso in una cella accanto a quella di Tartaglia; Dovstoieskj non lo leggerebbe quasi nessuno perchè scrive troppo e ci vuole troppo tempo per leggerlo e non lo abbiamo; Il Giovane Holden sarebbe uno sfigato perchè non ha l’iPhone. Oppure per tutti gli elencati il caso avrebbe deciso un altro destino. Oppure ancora, le stesse identiche cose, oggi, avrebbero un significato totalmente distinto.

Ogni volta che si fa qualcosa, qualsiasi cosa: anche la più piccola, c’è sempre un dove. E un come. A volte anche un chi. Ma questo, il chi, è già un altro discorso.

8 thoughts on “Testo e contesto: il caso Nori e Nazione Indiana

  1. Grazie per il sommesso suggerimento, le librerie le conoscevo già. Se ho chiesto, evidentemente, è perché non ho trovato in esse ciò che cercavo (per esempio Triperuno, o alcuni testi sulla poesia e il pensiero di Verlaine o tanti altri classici – italiani e stranieri – che si trovano solo in alcune biblioteche). È strano vedere come qualcuno possa scrivere nella speranza di lasciare qualcosa di “eterno” e vedere che quella stessa cosa muore mentre si è ancora in vita (entrambi i poeti sono vivi e vegeti, bontà loro). Ma forse è anche giusto così: mettere da parte il vecchio per dare spazio al nuovo. D’altronde, questo è ciò che la Legge del Mercato richiede.
    A presto
    Luigi

  2. @nico: sul perché hai ragione, ma a mia discolpa (che non vuole giustificare l’errore madornale) dico che utilizzo una tastiera spagnola e il word non mi corregge gli errori perché spagnolo anch’esso; sul qual’è – che io sappia – tuttavia ci sono dibattiti in corso su quale sia la versione corretta (io preferisco quella senza l’apostrofo e, non so perché, qui l’ho usato). Ad ogni modo, se trovi il tempo di scrivere anche quello che pensi sul tema dell’articolo sei il benvenuto :). Grazie per i suggerimenti.

    @ Helena: innanzitutto grazie mille per la risposta – che indica il fatto che hai letto l’articolo.
    Il tuo pezzo è chiarissimo ed io credo di averlo capito perfettamente, anche se non sono sicuro di averlo compreso altrettanto bene.
    Quello che io cercavo di dirti è che non c’è differenza tra le pagine di Libero (che escono assieme ogni giorno nello stesso volume) e le pagine del catalogo Mondadori (che escono assieme ogni mese nello stesso volume). Alla luce di ciò, quel che tu dici nei confronti di Nori (che non è mio amico perchè non ho mai avuto il piacere di conoscere e per il quale avrei incentrato la critica più sulla recensione riciclata che per altro) è valido se è valido sempre, ossia per tutti, ovvero anche per te. Un libro non è un prodotto a sé, se non nella vetrina di una libreria come oggetto, merce. Ma un libro, prima di essere un prodotto, è (o almeno dovrebbe essere) una voce, con una sua storia, un suo percorso, una sua “vita”. Se accade che anche chi, a mio avviso, non dovrebbe vedere un libro come pura merce così lo vede, mi risulta evidente la vittoria e la superiorità di un meccanismo che sta fagocitando tutto quanto può provocargli dei ritardi nell’espandersi.
    Tu mi chiedi: “che fare?”, e io ti dico: nulla, ma non criticare chi esattamente ciò che tu fai e si giustifica dicendo “io mi ritengo responsabile delle mie azioni” (sottinteso: non delle conseguenze indirette che da esse possono derivare). Oppure puoi fare qualcosa, che alla luce di quanto tu hai espresso nei confronti di Nori (che non difendo affatto, perché sono d’accordo con te) significa lasciare il tuo lavoro alla Mondadori.
    Non mi sembra incomprensibile che tu cerchi di fare del tuo meglio lí dove hai trovato un lavoro che sai fare. Mi chiedo, però, se non sia disonesto cercare di giustificarsi pe questo mentre si critica chi fa lo stesso.
    Il mio non vuole essere un j’accuse personale nei tuoi confronti: non sono così stupido da credere che tu sia il male del mondo né, tantomeno, il male dell’editoria. La mia è una critica rivolta a tutti, in primis a me stesso, e a tutti quelli che si lamentano della qualità dell’editoria però comprano i libri di Totti, che si lamentano della qualità della televisione e guardano il grande fratello, che manifestano contro le guerre nel mondo e tornano a casa con il suv. Ovvero: in che maniera ognuno di noi contribuisce a costruire proprio ciò che vorrebbe distruggere?
    Il mio, e chiedo scusa se non sono riuscito ad esprimerlo nel migliore dei modi, era solo un richiamo a TUTTI alla coerenza. Anche al nostro amato Pasolini, che amava tanto il proletariato da passarci insieme tutto il giorno, ma che la notte tornava a dormire nel suo appartamento pieno di quadri piccolo-borghesi. Spero di essere stato più chiaro. Se continuo a sbagliarmi, vi prego di dirmelo.
    A presto,
    Luigi

  3. Credevo che fosse abbastanza chiaro dal mio pezzo. Non intendo rimanere lì dove lavoro, se non sarà più possibile far uscire libri meritevoli (a fronte dei tanti andati già fuori catalogo). Uno fa delle scelte basate su dei compromessi e quelli poi tocca verificarli sempre di nuovo. Tocca ridomandarsi: quello che faccio ha ancora senso?
    Purtroppo, dato che certi meccanismi, sono per mia esperienza legati più dall’evoluzione dell’economia di mercato rispetto alla produzione libraria, che alle proprietà berlusconiane, non credo cambi molto (rispetto, metti, la poesia che esce di catalogo, i titoli non commerciali che vengono bocciati), se traslocassi in una casa editrice analoga di proprietà diversa.
    Ma il punto per me centrale è un’altro. E’ proprio il rapporto testo-contesto che è diverso, secondo me. Certo, puoi comprare Libero e andare a vedere solo l’articolo del tuo amico Paolo Nori. Ma quello resta inserito nel giornale fatto in un certo modo. Mentre ciascun libro è un prodotto in sé finito e chi lo sceglie, non subisce nessun invadenza da parte di altri libri.
    Detto questo: con il tuo criterio – che ha del incontestabile – saremmo colpevoli quasi tutti: chi lavora nell’industria culturale perché produce schifezze e omologazione, chi in rami dove si sfrutta sempre più biecamente la manodopera del nostro o del terzo mondo, chi in strutture pubbliche gestite secondo logiche di baronato, corruzione, persino collusione con le mafie ecc. Che fare?
    Ti sembra così incomprensibile e disonesto che uno dica: cerco di fare il mio meglio laddove mi è capitato di trovare un lavoro che so fare?

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