Va tutto bene – Veleni

Quella mattina, Mattia si era svegliato prima del solito. Aspettò che Angela, la madre, uscisse di casa prima di alzarsi dal letto, per evitare di cominciare la giornata con il solito interrogatorio. Mise su un caffè e andò in bagno a lavarsi la faccia con l’acqua ghiacciata dall’inverno che, nonostante i bassi meridiani, attanagliava da qualche mese le tubature. Chiuse il rubinetto e lasciò che l’acqua gli scivolasse piano dal viso nel lavabo, mentre si fissava allo specchio chiedendosi, questa volta come al solito, perché diavolo continuasse ancora a sopportarla.

Sentendo il gorgoglio della caffettiera, si affrettò ad uscire dal bagno ed andò in cucina. Sedette e prese il suo caffè. Fuori era freddo, ma c’era un po’ di sole che accendeva i colori sbiaditi dalla stagione. Si rovistò nelle tasche per cercare un accendino e scoprì di avere ancora dieci euro. La cosa, in un certo modo, lo sollevò un po’, visto che era sicuro di aver speso tutto con Zanna la notte precedente. Si alzò per prepararsi un po’ di succo d’arancia. Sullo sportello del frigo c’era la solita “lista dei doveri” che la madre gli lasciava tutte le mattine attaccata lì. Non si smentiva mai quella donna: riusciva a rovinargli la giornata sin dalla colazione. Subito accanto al foglio, già nel cestino dell’immondizia, la foto di Annamaria. Ogni volta che Mattia si ricordava della sorella provava una strana indifferenza peggiore dell’odio. Ce l’aveva con lei per essere andata via, a vivere con la zia che l’aveva adottata, ed averlo abbandonato lì, con quella madre incomprensibilmente ed insopportabilmente priva di ogni maternità. Da quando il padre se n’era andato era molto peggiorata e, forse senza saperlo, Mattia incolpava la madre anche di questo: di non avere un padre.

Li vennero a prendere, Mattia e la sorella, molti anni fa, i servizi sociali. La madre dimenticava di nutrirli e la casa, già piccola, era un immondezzaio. La zia di Mattia, sorella della madre, riuscì ad adottare Annamaria, ma con lui non ci fu nulla da fare. Poi, la madre sembrò tornare ad una dimensione più normale e lo riprese con sé. Non si era mai sentito così sfortunato come il giorno in cui fece ritorno a casa. Era strano essere lì con quella madre non-persona e con una sorella in casa di una zia non-madre, perdipiù con un cognome diverso dal suo. Gli sembrò un torto personale, un rifiuto. Poi, però, col tempo, l’odio per la sorella si trasformò in rassegnazione e un po’ di invidia, perché almeno lei non era costretta a sopportare tutto quanto era destinato a sopportare lui.

Liberarsi. Liberarsi di tutti e di tutto. Ecco qual’era la soluzione. D’altronde, anche Annamaria aveva pensato lo stesso dieci anni prima, ma le era andata male. Avvelenò il gelato che poi offrì a tutta la famiglia adottiva, il giorno dell’onomastico del patrigno. Deve aver sbagliato le dosi, perché riuscì a stecchire solo la zia non-madre. Liberarsi. Dev’essere davvero questa la via d’uscita, perché ci riprovò. Assoldò delle persone per uccidere i superstiti, il patrigno e il fratellastro, simulando una rapina. Se fosse andato tutto liscio, a quest’ora Annamaria avrebbe un po’ di quattrini e un pezzo di terra. E, magari, anche voglia di prenderlo con sé. E invece, Annamaria è in carcere da 16 anni, perché quegli stupidi incapaci riuscirono solo a ferire i maledetti carnefici, risparmiandoli dall’essere delle vittime. Acciuffati dalla polizia, spifferarono tutto.

Mise una maglia, un paio di scarpe e scese in strada. Si dirisse verso la farmacia. “Liberarsi”, pensava camminando, “liberarsi è l’unica soluzione. Annamaria lo sa bene e ancora paga le conseguenze delle catene da cui non è riuscita a sciogliersi. Ma bisogna farlo bene, bisogna farlo meglio”. Arrivato di fronte la porta di vetro automatica della farmacia, tirò un respiro ed entrò quasi trattenendo l’aria. “Salve. Del pesticida, per favore. Uno per topi”. Pagò con i dieci euro rimastigli dalla serata con Zanna, prese il resto con lo scontrino e mise tutto in tasca.

Prese la “lista dei doveri” appallottolata dal cestino e la stese meglio che potè. Attaccandola di nuovo allo sportello del frigo, disse ad alta voce “Stasera: purè”. Seguì le istruzioni lasciatele dalla madre, a parte una piccola modifica. Poi entrò nella sua stanza, cambiò la maglia e le scarpe, prese la giacca e uscì, dopo aver nascosto il pesticida tra le lenzuola avvoltolate in un cassetto. Pensò che quella sera sarebbe rientrato prima del previsto.

Quando Angela tornò a casa era distrutta e il suo purè aveva degli strani strascichi azzurrognoli che la spinsero ad optare per una insalata con un po’ di tonno e del mais. Finita la cena, s’accinse a ripulire la cucina e a buttar via il purè mal riuscito. Svuotando la pentola s’insospettì. C’era sempre più blu a mano a mano che raschiava via il purè. Improvvisamente, senza saperlo e soprattutto senza volerlo, si sentì letteralmente terrorizzata. Lasciando cadere la pentola al suolo, vicino al secchio della spazzatura, corse in camera di Mattia ed iniziò a rovistare dappertutto. In un cassetto, tra un paio di lenzuola stropicciate, trovò alcune bustine di pesticida per topi. Sua sorella morta e sua figlia in carcere si condensarono immediatamente in una unica immagine: quella di Mattia. Quando rientrò in casa, lei era sveglia, ma fece finta di dormire. Lui non disse nulla.

Un senso di profonda paura, ma anche di immensa tristezza, la invase completamente per giorni interi. Fino a quando non si decise a denunciare il fatto alla polizia. Dopo tutto, le sembrava che di buoni motivi ne avesse abbastanza. Ora Mattia è sotto custodia cautelare, sembra stordito e non vuole comunicare. Fissa il vuoto. Angela, invece, è a casa. A cercare di capire come un figlio possa cercare di assassinare sua madre. Anche lei fissa il vuoto. Chissà, forse lo stesso vuoto di Mattia.

(Purè al veleno per la madre su Corriere.it)

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