Per un paio di giorni ho riflettuto sull’interessante saggio “Educazione: un viaggio di senso umano”, a firma di Silvia Rosa pubblicato su Filosofi per caso (versione integrale qui).
L’ho riletto più volte e, sempre, ho avuto la sensazione che qualcosa non “filasse” nel discorso, il quale – e proprio qui sta il punto – non fa una piega dall’inizio alla fine. Poi ho capito che quel che non mi convinceva derivava dal fatto che il discorso “che non fa una piega” è in realtà una “piega del discorso”: fila, fintanto che lo si configura entro i limiti (la piega) stessi che il discorso si è posto come conice. Basta infatti essere in disaccordo con una delle sue premesse (celatamente assiomatiche) per far decadere tutto il resto.
Il lungo e bel saggio di Silvia Rosa si incentra su una re-interpretazione della pratica educativa, intesa come “ricerca di senso, capacità di porsi domande e di formulare risposte, riferendosi ad uno spazio etico trascendente, abitato dall’idea di Umanità, che in quella facoltà di problematizzare sé e il mondo si incontra”, in contrasto con “un’interpretazione alternativa a questa” che “istituisce una sorta di analogia tra due termini, peraltro semanticamente assai distinti, quali “educazione” ed “istruzione”, la quale “pone l’accento solo sul processo di acquisizione di conoscenze ed abilità utili ad inserirsi in un dato contesto storico e sociale, è quella di un essere umano appiattito nella dimensione fattuale, a cui non serve affatto confrontarsi con un universo di significati e valori che superano le esigenze della quotidianità.”
Chi potrebbe essere in disaccordo con quanto affermato? Suppongo nessuno che abbia un minimo di buon senso ed un briciolo di sensibilità. Per quanto mi riguarda, infatti, il problema non si pone sul “cosa” raggiungere, ma sul “come” raggiungerlo.
Silvia Rosa, infatti, afferma che:
“l’educazione che si auspica [...]è un’esperienza eticamente finalizzata, ma mai aprioristicamente moralizzante, aperta a ridefinirsi e a mettere in discussione ogni pretesa di veridicità assoluta che non rispetti l’Essere nei suoi limiti e nelle sue possibilità umane.”
La domanda è: come può un’esperienza eticamente finalizzata non essere aprioristicamente moralizzante? Come si può partire da presupposti assoluti (etica) senza cadere nella moralizzazione dei suoi principi (giusto-sbagliato)? Come si può “mettere in discussione ogni pretesa di veridicità assoluta” nel rispetto dell’Essere (qui indicato con valenza assoluta)? Tutto il saggio di Silvia Rosa è così: in un paragrafo contraddice il precedente, mentre il terzo giustifica tale contraddizione.
Silvia Rosa pensa ad una educazione che
“orienti il viaggio di senso umano, recuperando così la sua originaria carica rivoluzionaria, intesa come possibilità di interpretare la realtà, trasformandola, vira nella direzione di una teoria pedagogica e di una prassi educativa attente a stimolare la facoltà del sentire, ad educare il soggetto a conoscere sé e ciò che lo circonda attraverso il sentimento e non solo mediante una ragione ammaestrata a scomporre ed analizzare minuziosamente meri fatti e fenomeni.”
Come non essere d’accordo sul percorso proposto? Impossibile. Però si può essere in disaccordo sul luogo verso cui tale percorso viene indirizzato. E sul concetto stesso di indirizzare. Ma andiamo per punti.
Nel suo saggio, Silvia Rosa scrive:
“L’uomo non sceglie di esistere: l’inizio dell’Essere, che si afferma sul Nulla, è qualcosa a cui egli non prende parte come soggetto attivo. L’Essere non è opera sua, ma è piuttosto un’opera che egli impersona ed interpreta, di cui può diventare protagonista, ma alla cui esauriente comprensione non può pervenire. L’uomo si trova ad essere, ma non ha facoltà di stabilire davvero se questo stato ontologico sia meglio del nulla. Può, però, decidere di credere (fino a sentire profondamente) che lo sia e, in virtù di questa scelta, impegnarsi affinché la propria esistenza assuma senso e sia umanamente valida, cioè riscatti l’essere di tutta l’Umanità da un’origine incognita.”
Un’interpretazione più vicina ad un atto di fede che ad una vera e propria assunzione di responsabilità o, meglio ancora, presa di coscienza. Una visione religiosa della vita, che ha molti punti in comune con l’interpretazione cattolico-cristiana dell’esistenza. A conferma di ciò, vi è un’ulteriore affermazione:
“Quando anche non ci sia nulla a giustificare l’esistenza, anzi, proprio laddove tutto sembri negarne il valore e la bontà, è allora che l’essere umano si sceglie; è nell’abisso della disperazione che decide di sperare; è a partire da un’esperienza di non-senso che avverte la necessità di significare qualcosa.”
Anche se il termine utilizzato è “scelta”, la precedente ed altre affermazioni preparano il terreno a quello che risulterà essere un “percorso obbligato” perchè “giusto” e, in quanto tale, preferibile ad altri. Ciò che mi ha fatto sorgere più dubbi non è stato il termine in sé: giusto. Esiste, a mio avviso, un “ontologiacamente giusto” ed un “relativamente migliore”. Il primo appartiene all’etica, in quanto oggettivo; il secondo alla morale, in quanto legato alle esigenze dei tempi che, di volta in volta, lo determinano. Qui, mi sembra ovvio, si sta basando tutto il discorso della scelta, e quindi della libertà, necessariamente relativi, su presupposti oggettivamente assoluti. Ovvero, si stanno descrivendo i principi che guidano la nostra società così come la conosciamo ed i loro fallimenti.
Il principio che sta alla base di tutto il discorso è la priorità dell’Essere sul non-essere. Tagliando le gambe al concetto di scelta, si sostiene con Jonas che “l’essere si pone in senso assoluto come migliore rispetto al non essere”, giacché vale “a partire da se stesso e non soltanto grazie a un desiderio, un bisogno o una scelta”. Ma ciò significa che “se spiegando in modo ineccepibile le ragioni per cui l’Essere è preferibile al Nulla si dimostrasse la Verità assoluta di questa scelta, al contempo si istituirebbe a priori il Senso, il perché della vita, ciò che renderebbe in parte superfluo l’esercizio di costruzione del senso proprio.”
Come fare, dunque, a rimettere in gioco la scelta e la libertà dell’uomo in un sistema in cui vi è la priorità assoluta di un elemento rispetta al o agli altri? Secondo l’autrice del saggio, la libertà dell’uomo di scegliere e scegliersi risiede nella “libertà di dire sì all’esistenza credendo in essa, che l’Essere si fa umano e si rende responsabile della creazione del suo mondo, accogliendo la realtà data, pensandola ed ancorandola ad un’immagine unitaria di senso che ne rappresenti ogni tassello, dotandola di significati trascendenti. L’atto di libertà che dà inizio di senso al mondo è necessario perché l’Essere indefinito prenda forma umana.”
In altre parole un atto di fede (credere) nei confronti di qualcosa di cui non possiamo sapere se abbia importanza (esistenza) ma che possiamo convincerci che ne abbia. In più, fare in modo che tale esistenza sia umana, poichè “il viaggio dell’individuo ha senso solo se è un viaggio di senso per l’umano.” A questo punto mi sembra palese che si sia in presenza di una teorizzazione di una religione laica, nella quale Dio prende il nome di Essere e verso cui la libertà di scelta dell’uomo (suo derivato ad immagine e somiglianza) viene indirizzata dal giusto percorso.
Cio che, più o meno innavertitamente, viene fatto dall’inizio alla fine di tutto il discorso di Silvia Rosa è una “antropomorficizzazione” del mondo, per dirla con le parole di Camus. Ossia, per comprendere il mondo, lo si riduce a quello umano.
Si parla di libertà di scelta in un quadro che presuppone infinite possibilità, le quali, però, hanno solo due direzioni: una giusta ed una sbagliata; dove la giusta è quella che rispetta l’Essere, la sbagliata è quella che lo nega. L’errore di fondo – a mio avviso, ovviamente – del discorso di Silvia Rosa sta nel cercare a tutti i costi di confinare l’infinito nel finito, nel vivere una condizione assolutamente relativa basandosi su principi relativamente assoluti. Non sarebbe, invece, meglio esercitarsi lungo l’arco della propria esistenza a comprendere e rispettare la propria condizione di finitudine senza appellarsi ad assoluti, che diventano molteplici così come sono molteplici le coscienze che ne sondano i fondali oscuri? Non sarebbe meglio (e non più giusto) vivere la propria condizione umana come tale, esperendone la totale assurdità senza rinnegarla con vorticosi giri di parole?
Se supponessimo che la vita di un uomo non avesse senso, continueremmo a fare le cose che facciamo o la nostra vita sarebbe distinta e le nostre azioni completamente diverse? I principali problemi che tediano il mondo da sempre non derivano forse dall’assolutizzazione di una condizione temporale – e quindi relativa – praticata con un atto di fede? Se gli uomini non credessero di rappresentare la supremazia dell’essere sul nulla e si vedessero come una parentesi del nulla che per un attimo esiste nelle nostre coscienze, condurrebbero la loro vita allo stesso modo? Darebbero la stessa importanza e/o priorità alle stesse cose?
Il termine educazione etimologicamente significa ex-ducere, condurre fuori. Inteso in questo senso, la pratica educativa presuppone un approccio maieutico dell’individuo sull’altro, dove l’indivuo e l’altro sono sullo stesso piano e ciò che viene maieuticamente tirato fuori non è né giusto né sbagliato. Semplicemente é ciò che c’è, e che ha le sue radici in un determinato individuo con determinate caratteristiche in un determinato luogo con un determinato contesto. Che senso ha, in quest’ottica, parlare di un percorso umano, dove si trascende per sperimentare l’Oltre che non ci appartiene e mai ci apparterrà, rischiando di compiere in tal modo madornali errori e misfatti?
L’arte e la poesia chiamate in causa da Silvia Rosa non sono mezzi che consentono all’uomo di sperimentare l’Oltre. A mio avviso sono luoghi in cui l’uomo sperimenta il Possibile e non l’Assoluto, sempre rimanendo entro i suoi limiti e, soprattutto, riconoscendoli. Il rischio che si corre quando si cerchi di sperimentare l’assoluto in una condizione limitata e relativa è che di assoluto ne esista più d’uno e, alla fine, si impone quello del più forte.
In “L’Esistenzialismo è un Umanismo”, J. P. Sartre sostiene che
“il primo passo dell’esistenzialismo è di mettere ogni uomo in possesso di quello che egli è e di far cadere su di lui la responsabilità della sua esistenza. E, quando diciamo che l’uomo è responsabile di se stesso, non intendiamo che l’uomo sia responsabile della sua stretta individualità, ma che egli è responsabile di tutti gli uomini [...] Quando diciamo che l’uomo si sceglie, intendiamo che ciascuno di noi si sceglie, ma, con questo, vogliamo anche dire che ciascuno di noi scegliendosi, sceglie per tutti gli uomini. Infatti, non c’è uno solo dei nostri atti che, creando l’uomo che vogliamo essere, non crei nello stesso tempo una immagine dell’uomo quale noi giudichiamo debba essere.”
La tesi sostenuta nel saggio di Silvia Rosa corrisponde, dunque, ad uno dei più importanti principi dell’esistenzialismo sartriano. Entrambi i pensieri sono accomunati da due concetti: la predominanza dell’essere sul nulla e la necessità del “salto”. Il secondo è necessario affinché possa determinarsi il primo. Sempre Silvia Rosa scrive
“Questo lavoro continuo di affermazione/giustificazione di sé inizia con un sì all’Essere che è slancio d’Amore: il burrone non si salta con lunga riflessione, ma con un gesto di ragionevole follia, che spinge ad andare avanti, a proseguire nel viaggio, il quale diventa, pertanto, (in)finito cammino di redenzione dell’Essere.”
Ovvero un’assolutizzazione dell’hic et nunc, la conclusione che giustifica la premessa. Di contro, Camus afferma che “il salto non rappresenta un estremo pericolo [...] Il pericolo, al contrario, è nell’istante sottile che precede il salto. Sapersi mantenere su questa cresta vertiginosa, ecco l’onestà: il resto pe sotterfugio”, un rifuggire la propria condizione esistenziale di essere uomini.
La cresta vertiginosa è la soglia della coscienza a cui è venuto a bussare l’assurdo, scaturito dal “paragone fra uno stato di fatto e una certa realtà, fra un’azione e il mondo che la supera [...] un divorzio che non consiste nell’uno o nell’altro degli elementi comparati, ma nasce dal loro confronto (maieutica, nda)”.
In quest’ottica, se vi è una educazione auspicabile, questa è quella che insegna l’umanità dell’uomo piuttosto che quella che indottrina l’uomo all’umanesimo. Di conseguenza, l’arte e la poesia diventano luoghi dove sperimentare il possibile umano e non percorsi da intraprendere per raggiungere l’Uomo Asoluto. Personalmente, provo repulsione per l’approccio antropocentrico dell’uomo all’uomo (educazione): esso inibisce l’idividuo che cerchi di sperimentare le sue possibilità, offrendogli in cambio la frustrazione di un credo che gli suggerisce di aspirare a qualcosa che mai potrà sperimentare. Come suggerisce Camus: “bisogna immaginare Sisifo felice”.
Luigi Bosco
Ciao Nelson,
grazie mille per essere ripassato ed aver avuto la pazienza di ripostare il tuo commento.
Non so se hai avuto modo di leggere il commento di Silvia e la mia risposta ad esso. Ti invito a farlo e ad aggiungere qualcosa.
Nel frattempo, ho solo due appunti da fare rispetto a quanto da te detto:
1. Per quanto mi riguarda, ogni volta che si parla di trascendenza si parla di divino. La trascendenza è un ponte attraverso cui si accede ad Altro (religione= re-legere, ri-scegliere; re-ligare, unire insieme). Il Divino non è inteso solo in senso cattolico-cristiano (infatti nel mio articolo ha scritto che Dio diventa l’Essere o l’Esistenza o l’Umanità, ovvero quella trascendenza a cui, secondo Silvia, l’uomo bisogna che tenda). L’atto di fede può avvenire anche se si crede che nel frigo vi sia del succo d’arancia: nel momento in cui io so di averlo comprato e di averlo messo lì e che in casa ci sono solo io, se dico che il frutto d’arancia è in frigo faccio una affermazione. Se invece credo che il frutto di arancia sia nel frigo senza esserne certo, compio un atto di fede, cioè CREDO che nel frigo vi sia il succo d’arancia ma non ne sono SICURO perchè non SO-CONOSCO cosa ci sia nel frigo. Avere fede in qualcosa è credere in qualcosa che non si conosce. Qualunque cosa essa sia.
2. Se ho tirato in ballo l’impostazione cattolico-cristiana è per l’affermazione ” Quando anche non ci sia nulla a giustificare l’esistenza, anzi, proprio laddove tutto sembri negarne il valore e la bontà, è allora che l’essere umano si sceglie; è nell’abisso della disperazione che decide di sperare”. Affermazione che mi ha ricordato il precetto cattolico-cristiano della sofferenza come avvicinamento a Dio ed espiazione delle proprie colpe (in primis, quella di esistere).
Siccome tutto il discorso sull’educazione non prescinde e non può prescindere da un discorso sulla libertà di scelta e sulle scelte stesse da “insegnare”, spero di aver spiegato meglio cosa penso a riguardo nel commento di risposta alla replica di Silvia.
Grazie ancora per essere passato!
Luigi
Reinserisco il mio precedente commento (con nuove virgolette), il precedente commento quindi lo si potrebbe eliminare, per non creare ingorghi.
Tralasciando per un istante le pieghe o le eventuali scuciture (nonché i dispiegamenti) credo che il discorso, certamente curato e attento, di Rosa possa esser sciolto da aporie già rileggendo con attenzione le parti iniziali: “L’educazione accompagna l’individuo nel suo cammino di significato, lo richiama alla necessità di connotarsi in quanto uomo; è essa stessa ricerca di senso, capacità di porsi domande e di formulare risposte, riferendosi a uno spazio etico trascendente, abitato dall’idea di Umanità, che in quella facoltà di problematizzare sé e il mondo si incontra.” Basterebbe deliberare questo per delineare in modo assolutamente chiaro l’intero discorso di R..
Basterebbe solo questo per non incappare in selvosi voli pindarici che vanno addirittura a “scomodare” echi cristiani.
Iniziare a ribattere (come ha fatto l’autore misterioso di Stroboscobio) ponendo l’accento su un sillogismo mi par fin troppo semplice – se non scontato, se non un cliché -; sappiamo tutti come, per fare un esempio, Hegel possa esser smontato scostando una carta dal suo sistema. I valori di verità o falsità andrebbero letti secondo altre impostazioni, almeno oggi. Il discorso non deve “filare”, deve essere ascoltato perché va da sé che le cornici decadono sullo sfondo. Lasciamo quindi stare i sillogismi e una certa loro ovvietà.
Il senza nome Stroboscopio (non sto ironizzando, non so proprio come chiamare chi non so come si chiama) si domanda “come può un’esperienza eticamente finalizzata non essere aprioristicamente moralizzante?”
Rileggiamo, per capirci, il punto di Rosa a cui fa riferimento Stroboscopio: “l’educazione che si auspica [...] è un’esperienza eticamente finalizzata, ma mai aprioristicamente moralizzante, aperta a ridefinirsi e a mettere in discussione ogni pretesa di veridicità assoluta che non rispetti l’Essere nei suoi limiti e nelle sue possibilità umane”
Cosa significa? Significa questo: ti do delle norme di condotta, sta a te intuire con l’esperienza o altro cosa è bene e cosa è male. Io ti insegno a guidare, sta a te decidere se superare o meno i limiti di velocità. Sei libero. Questo, io penso, abbia voluto dire Rosa.
Leggendo poi attentamente il passaggio possiamo ancora una volta rintracciare tutto il contrario di ciò a cui Stroboscopio arriverà: il vedere una teorizzazione religiosa (!?).
Non c’è alcune religiosità laica proprio perché si respinge l’aprioristicamente moralizzante.
Da qui possiamo saltare al prossimo punto messo in discussione, lì dove R. scrive: “L’uomo si trova ad essere, ma non ha facoltà di stabilire davvero se questo stato ontologico sia meglio del nulla. Può, però, decidere di credere (fino a sentire profondamente) che lo sia e, in virtù di questa scelta, impegnarsi affinché la propria esistenza assuma senso e sia umanamente valida, cioè riscatti l’essere di tutta l’Umanità da un’origine incognita.”
E Stroboscopio commenta: “Un’interpretazione più vicina ad un atto di fede che ad una vera e propria assunzione di responsabilità o, meglio ancora, presa di coscienza. Una visione religiosa della vita, che ha molti punti in comune con l’interpretazione cattolico-cristiana dell’esistenza”
Eddaglie. Non tutte le volte che noi esseri umani usiamo il termine “credere” facciamo riferimento ad una qualche visione religiosa. Se io credo che in frigo ci possa essere il mio succo di arancia, non significa che io lo creda in modo cattolico-cristiano che dentro il frigo ci sia il mio succo d’arancia. Che c’entra?!
Ancora una volta, a rimarcare questa non religiosità d’impostazione c’è il punto successivo esposto da R.: “Quando anche non ci sia nulla a giustificare l’esistenza, anzi, proprio laddove tutto sembri negarne il valore e la bontà, è allora che l’essere umano si sceglie; è nell’abisso della disperazione che decide di sperare; è a partire da un’esperienza di non-senso che avverte la necessità di significare qualcosa”. Anche qui traspare il concetto di libertà. E per quanto sia irritante citare tizio e caio per esprimere le “proprie” argomentazioni mi si permetta di affermare che in questo passaggio in particolare, dove troviamo astante una – sottolineo – messa all’angolo di Dio, io ci vedo Nancy.
Rileggiamo bene, R. dice “l’essere umano si sceglie”, più chiaro di così. Per Nancy, il senso non si espone, non viene prodotto, ma si espone. Il senso non ha una matrice originaria, il senso è posto in relazione al movimento della propria esposizione. R. ci dice che è a partire dall’esperienza di non-senso che si avverte la necessità di significare qualcosa. E’ un circolo ermeneutico, c’è una evidente dinamicità. E perché c’è questa dinamicità? Be’, R. lo ha detto chiaramente all’inizio: un’esperienza eticamente finalizzata, ma mai aprioristicamente moralizzante.
Non è come afferma Stroboscopio “Qui, mi sembra ovvio, si sta basando tutto il discorso della scelta, e quindi della libertà, necessariamente relativi, su presupposti oggettivamente assoluti.” No, qui l’unica cosa ovvia è che non vi sono presupposti oggettivamente assoluti. C’è un palese elemento relazionale non imputabile ad una prospettiva di Entità. Non ci sono presupposti oggettivamente assoluti in quanto vi è un richiamo trascendentale (non in senso religioso!). Per certi aspetti c’è un’apertura heideggeriana, pensare il senso dell’essere come apertura. Un profondo atto decisionale che in R. non ha nulla di divino.
E’ un po’ come se Stroboscopio avesse confuso Husserl con Heidegger.
A questo punto mi sembra ininfluente andar a toccare il discorso sull’essere e sul non-essere (querelle sciorinata da Stroboscopio sulla scorta di un suo fraintendimento). E’ inutile perché non dobbiamo parlare di priorità. Il discorso è un altro, ed è per l’appunto quanto detto sopra.
Scrive Stroboscopio: “L’errore di fondo – a mio avviso, ovviamente – del discorso di Silvia Rosa sta nel cercare a tutti i costi di confinare l’infinito nel finito, nel vivere una condizione assolutamente relativa basandosi su principi relativamente assoluti.”
Quello che sostiene Stroboscopio è corretto, diventa sbagliato se preso in riferimento allo scritto di R., e lo diventa proprio in virtù di un fraintendimento (Husserl-Heidegger). I vorticosi giri di parole in questo caso sono unicamente di Stroboscopio, e lo dico con estremo rispetto intellettuale ovviamente. Il discorso di Stroboscopio fila se preso in sé, siam tutti d’accordo sulla finitudine, sul senso tout court e compagnia cantante, ma le congetture di Stroboscopio diventano capziose se nutrite dalle tesi di R., la quale non dice nulla di ciò che Stroboscopio le accusa.
Vi sono altri punti sui quali vorrei discutere, eventualmente (ad esempio Camus o Sartre che mi è molto simpatico, al di là del pensiero esistenziale, lo trovo esteticamente simpatico) ma al momento non mi è dato (s’è fatta una certa); in seguito magari ci si potrà tornare. Penso di aver interpretato correttamente il pensiero di Silvia Rosa, mi sembrava troppo rumoreggiante il fraintendimento e se così non fosse – e in fin dei conti sarebbe anche divertente – sono pronto ad eventuali dibattiti. Spero soprattutto di esser stato d’aiuto a Stroboscopio e lo ringrazio in fondo per aver proposto questo scritto.
E’ vero, mancano le parti tra le virgolette. Non ho idea come sia potuto succedere visto che ho evidenziato e incollato l’intero testo. … Magari dipende da quel tipo di virgolette in sé. Faccio una prova. Userò prima queste “” e poi queste <>, all’interno di entrambe scriverò la stessa cosa. Dunque:
“La stessa cosa”
<>
Ciao Silvia,
ti ringrazio moltissimo per il tuo intervento davvero benvenuto!
Ho letto con attenzione quanto da te esposto e ho l’arroganza di affermare di aver inteso (e non frainteso) il tuo saggio, e l’umiltà di dire che ho espresso molto male le mie riflessioni che ad esso riconducono.
Prima di cercare di spiegarmi meglio in questa occasione, anch’io faccio una premessa: non ritengo assolutamente che il tuo saggio non sia valido. Molte delle cose che lì scrivi e che nel commento riporti, le condivido appieno. Quello che è sembrato un “attacco” a te ed al tuo articolo, voleva in realtà essere un attacco ai principi di base su cui l’articolo si fonda, che pure condivido. Il mio è stato solo un cercare di capire se la strada da te proposta – che condivido, e mi ripeto – sia davvero quella “giusta”, migliore, come si è portati a credere.
Alcuni “presupposti” di partenza risultano necessari:
1. “Io non posso scegliere di esistere o meno. Esisto.” Verissimo. E proprio qui sta quel montaliano “male di vivere” che Freud, alcuni anni prima, aveva individuato come istinto di morte. La domanda è: il fatto di non poter scegliere di esistere non pregiudica il concetto e l’esercizio della libertà? Non è l’essere già “schiavo” della sua stessa esistenza? Non è la libertà di un uomo inteso in tal senso simile a quella di uno schiavo che può scegliere se farsi piacere o no stare al servizio del suo imperatore? L’uomo non è libero perché esiste senza sceglierlo, così come l’Essere non è libero perché esiste senza sceglierlo. Potrei anche affermare che, in questo senso, la libertà stessa non solo non esiste ma non è libera – da un punto di vista puramente logico. La libertà presuppone una scelta e degli oggetti di scelta. La scelta presuppone che esista qualcuno/qualcosa che scelga tali oggetti di scelta che, a loro volta, devono esistere (concretamente o idealmente nella mente di chi sceglie). Tutto quanto ruota attorno alla libertà prevede un’esistenza che sceglie. Ora, un’esistenza può compiere potenzialmente qualunque scelta tranne quella di esistere, poichè qualcosa che non esiste non può scegliere. È, però, allo stesso tempo proprio ciò che non esiste ad essere a tutti gli effetti libero. Quindi, non credo di sbagliarmi se dico che la libertà non esiste o, meglio, che la libertà è non esistere. L’unica libertà di cui possiamo parlare è tutta “umana”. Anche quella che cerchi di “andare oltre” è umana, perchè limitata ai confini di ciò che tu chiami Umanità. Ora, se non dico castronerie come ho fatto fin’ora, l’uomo – che non è libero di scegliere se esistere – ha la libertà “forzata” di decidere se smettere di esistere o continuare ad esistere. Questo, da un punto di vista individuale, prevede che l’uomo che scelga di continuare ad esistere compia azioni volte alla conservazione del suo essere (mangiare, bere, curarsi, difendersi, etc.). La stessa cosa, da un punto di vista “universale”, prevede che l’uomo che scelga l’esistenza dell’umanità metta in atto scelte che ne procurino la sopravvivenza (ecologia, pacifismo, diritti universali dell’uomo, etc.). Ora, sia che l’uomo scelga di impostare la sua vita in nome dell’esistenza per sé sia che lo faccia in nome dell’esistenza dell’Umanità, ha sempre l’invalicabile limite del tempo che, di nuovo, annulla questa sua libertà fittizia, perchè che sia l’individuo o che sia l’umanità, tutto finirà. È solo, appunto, questione di tempo. Un tempo che l’uomo – inteso come individuo – può “fittiziamente” scegliere di prolungare in maniera non indefinita.
2. Dal discorso appena fatto e da quanto da te espresso, ne viene che nel Paese Trallallà si compiono scelte meno “giuste” secondo quelli che sono i canoni che la nostra società globalmente accetta (o dovrebbe accettare): ovvero, si educano i bambini senza il principio più “giusto” de il massimo della vita al massimo dell’umanità. D’accordo. Nel paese Trullallero, però, accade che gli uomini si limitino semplicemente a vivere: mangiare, bere, ripararsi, etc. In altri termini: utilizzano le risorse del paese nel quale vivono per apportare sostentamento a loro stessi. Proprio facendo ciò, secondo quel meccanismo che si definisce Entropia e a causa della limitatezza delle risorse, automaticamente tolgono il sostentamento necessario a chi esisterà dopo di loro, all’Umanità a cui appartengono e che, senza che lo possa scegliere, vivrà perchè gli abitanti di trullallero così hanno deciso, procreandosi. È, a questo punto, corretto dire che procreare è immorale, anti-etico? Pur senza considerare entropia e limitatezza delle risorse, può essere opinabile scegliere di creare altra vita, sapendo di non darle altra scelta, così come non la abbiamo avuta noi che già esistiamo? Non dovremmo noi esistenti compiere delle scelte alla luce di ciò che conosciamo perchè il fatto stesso di esistere ce lo ha svelato? Non puzza un po’ di morte e masochismo questo nostro umanismo a tutti i costi, altrettanto quanto puzza di morte il paese Trallallà?
3. Alla luce di quanto detto fin’ora mi chiedo: quanto è più giusta una educazione che si basi sui concetti, per quanto nobili, di Oltre e di Umanità? Fino a che punto si può ritenere “giusta” una educazione che può trascendere tutto tranne chela sua contingenza? Il concetto di umanità può essere universale (anche se antropomorficizzato, perchè appartiene a ciò che è umano) ma non assoluto perché finito.
Già Malthus teorizzò, in un certo senso, la “immoralità” dell’atto procreativo. E anche quando il mondo concordasse con quanto da me esposto fin’ora, tuttavia si produrrebbe un problema di ordine etico (questo si, non morale – almeno credo): decidere di non far esistere un altro uomo è paragonabile alla sua uccisione se questi fosse in vita? In che misura è giusto decidere sulla non esistenza di un altro essere? Ultimamente mi sto interrogando molto su questo. Chissà, forse l’età, forse la mia situazione personale e di coppia…
Mi chiedo se non sia giunto il momento di ripensare ad una educazione che si concentri molto meno sull’umano e la sua Umanità, ridimensionando concetti quali “identità”, “sé”, “uomo”, per fare in modo che i nostri figli crescano non con un sentimento fattivo, ma con un sentimento partecipativo di un processo che ci trascende fintanto che esistiamo e che ci concerne quando non ormai non siamo più; senza più quell’esigenza di costruirci una trascendenza nella contingenza in un disperato tentativo di conservare la nostra identità anche quando non sapremmo più cosa farcene. Forse mi sbaglio, ma credo che in questo modo esistere possa assumere altri significati, dirigendo lo sguardo delle scelte, dei fini, degli obiettivi e delle attività di chi verrà dopo di noi verso direzioni differenti rispetto alle attuali, verso altri valori, verso altri principi, verso altre priorità. Forse, c’è la possibilità di insegnare che smettere di esistere può significare tornare a far parte di quel tutto che si è vissuto senza poterne far parte e, chissà, l’uomo potrà finalmente anche imparare a morire.
Spero davvero di essere riuscito a spiegare meglio la mia intenzione di spostare il discorso dal “come” al “cosa” educare.
Chiedo nuovamente venia per non aver firmato l’articolo; abitualmente non firmo mai nulla di ciò che scrivo ma mi rendo conto che in alcuni casi è necessario. Aggiungerò il mio nome e cognome in calce all’articolo.
Stroboscopio non ha collaboratori, però accetta volentieri tutti i saluti che ad essi sarebbero andati
Grazie di nuovo per la tua presenza, Silvia. Il dibattito continua per chiunque abbia voglia di aggiungere qualcosa!
A presto,
Luigi
P.S.: è probabile che questo mio commento diventi un post, ovviamente integrato con i contributi tuoi e di Nelson (Nelson, mancano i riferimenti agli articoli!!)
Mi permetto di intervenire anch’io, a questo punto…
Sì, dunque, una premessa: di solito non aggiungo mai nulla a quel che scrivo, cioè mi sottraggo ad un confronto che implichi un dovermi (ri)spiegare, perché credo che una volta pubblicato un testo (di qualunque natura esso sia), si debba lasciare assoluta libertà di interpretazione a chi decide di affrontarne la lettura, senza star lì a ribattere “ma io volevo dire questo” o peggio ancora “tu non hai capito quello”. Non so, così facendo mi sembra di voler imporre il mio punto di vista, che, soprattutto nel caso di un’interpretazione da parte del lettore non proprio fedele al senso del discorso, non è stato così evidente da riuscire ad affermarsi da solo, lì, nello scritto stesso, dove avevo provato a proporlo.
Questa premessa per chiarire un atteggiamento che magari può dare adito a fraintendimenti: non ho inteso la riflessione di Luigi come un “j’accuse”, se non ho commentato è perché mi pareva giusto che lui esprimesse la sua opinione, giacché la mia è espressa nel saggio stesso.
Ma, tanto per (non) contraddirmi, eccomi qui, nonostante la premessa, a chiarire un paio di questioni. Senza ricorrere a “vorticosi giri di parole” e in modo poco formale.
Il principio che sta alla base di tutto il mio discorso NON è la priorità dell’Essere sul Non-Essere.
La libertà dell’uomo non consiste nel dire “sì” all’Esistenza.
E’ concordo pienamente sul fatto che non vi sia alcun Senso a priori, che l’Esistenza sia assurda.
Io non posso scegliere di esistere o meno. Esisto. (E, attenzione, nel mio ragionamento esistenza e vita non sono sinonimi). Non so se sia meglio esistere o non esistere, se l’Essere abbia priorità sul Non-Essere (è Jonas che non nutre alcun dubbio al riguardo, non io).
Decido quindi di sospendere il giudizio sulla bontà o meno dell’Essere (…peraltro sentendo molto forte il fascino del Non-Essere), tanto non potrò mai pervenire alla verità in merito, e in modo arbitrario provo a credere che, a partire da questa condizione -esistenziale- a cui sono stata costretta mio malgrado (ché non mi è stato preventivamente domandato se desiderassi o meno esser gettata nell’esistenza), mi si dia ancora possibilità di essere libera, di scegliermi.
Il salto. Ecco sì, forse è anche un salto logico…
Ma per me l’alternativa –al salto, al credere, al dar(mi) una possibilità di essere ‘me stessa’ nell’Esistenza-, sarebbe un immobilismo che mi farebbe esperire ancora più forte quanto poco libera sono. E tutti noi siamo così poco liberi, se ci poniamo nella condizione di non scegliere di esserlo nell’unico modo che io penso (ci) sia possibile: provando a mettere insieme tutta la serie di eventi insignificanti che ci capitano (molti dei quali, nella loro insignificanza, sono parecchio dolorosi), in modo da costruire un senso per noi.
La libertà è nella nostra capacità di interpretare ciò che ci capita (anche e soprattutto il fatto che esistiamo). Come dire che sta a noi, con una serie di lettere che sole non significano nulla e che per giunta ci sono state imposte, provare a scrivere la nostra storia, dotandola di un senso.
E qui arrivo al punto che più di ogni altro è discutibile…
In quale orizzonte io inscrivo la mia storia?
Sì, il mio discorso prevede eccome uno sfondo trascendente.
Luigi fa bene a sottolineare che si corrono dei rischi quando si voglia chiamare in causa la Totalità che qui ed ora mai ci può appartenere.
Ma quel che volevo sostenere nel saggio è che altrettanti pericoli si corrono a volerla escludere.
Perché l’uomo non è un animale come gli altri, io trovo riduttiva questa immagine (la natura non lo determina completamente). L’uomo, a mio parere (e questo parere non nasce solo da un ragionamento a tavolino, ma da ciò che io sento fortissimamente in me) è attraversato da un’idea di Infinito, da una dimensione valoriale che non si può eliminare, sempre secondo me.
L’uomo è un soggetto in grado di impegnarsi perché le sue azioni non valgano solo per il contingente ma per sempre. L’uomo si può pro-gettare, perché abita il tempo. E’ capace di aver a che fare con una realtà che non è confinata solo nel qui e nell’ora.
E quando agisce interpreta la dimensione valoriale, in ogni sua azione.
Esempio: il Giusto. Questo valore appartiene all’essere umano, a tutti, e a prescindere da tutto. E’ un universale. Che poi viene tradotto in un’immagine ideale diversa a seconda della società e delle epoche storiche e che a sua volta si incarna, prende consistenza di volta in volta nelle azioni del singolo individuo. Ne deriva che ogni immagine di Giusto non ne esaurisce tutte le possibilità d’essere e che il lavoro di interpretazione di ognuno deve essere costante e circolare.
Non esistono immagini vere in assoluto. Ma si può ipotizzare che alcune immagini siano più valide di altre.
Un passo indietro.
Questo saggio nasce come relazione d’esame ad un corso universitario di teorie e pratiche dei processi educativi (laurea magistrale in educazione e formazione continua in età adulta); la consegna della docente era quella di delineare il proprio modello educativo dialogando (e quando si dialoga a volte non si è d’accordo con l’altro…) con il testo di Jonas (“Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica”), a partire da quest’affermazione: L’uomo è responsabile. Ricostruendo le due dimensioni del “perché” lo sia (i principi) e del “quindi” (le conseguenze).
Nel dichiarare quale sia il proprio modello educativo di riferimento (e tutti coloro che educano ne hanno uno, perché prima di ogni agire c’è un’idea/ideale, una teoria di riferimento: e qualsiasi teoria pedagogica deve rispondere alla domanda che dà un’immagine all’uomo -che cosa fa dell’uomo un uomo?-) ci si trova immediatamente ad un bivio:
L’educazione è coinvolta nelle questioni di senso o no? Si deve confrontare con dei valori o no?
Si parla di responsabilità ed errori. Bene. Ma la nostra responsabilità è sociale e gli errori si possono misurare solo sulla base di regole o invece la nostra responsabilità è ontologica e la nostra facoltà di scelta è condizionata anche dalla libertà?
E ancora: l’uomo è libero in quanto essere individuale (uomo solo), è misura di se stesso (guarda con le proprie lenti la realtà senza vincoli, è un singolo tra singoli)? O è libero in quanto essere umano (uomo in relazione, compromesso con gli altri suoi simili, che nella differenza trova però un tratto comune) ? In quest’ultimo caso essere libero significa costruire un realtà di senso umano e la responsabilità non è più solo verso la legge e l’ambito delle convenzioni, le conseguenze dell’agire non si misurano più sulla risposta alle regole, ma vanno al di là, toccano la dimensione valoriale.
In ogni uomo non c’è solo un’esistenza particolare, ma anche un’esistenza universale: quella dell’umanità. L’umanità è una dimensione totale affermata da ogni sua singola parte (ogni uomo). Ogni parte negata nega il tutto, l’umanità intera. Le parti lavorano per la sopravvivenza integra del tutto: ogni uomo nel definirsi deve far sì che tutta l’umanità resti integra.
Ma non ci sono criteri definitivi, il come fare ciò non è determinato A PRIORI, non c’è il Giusto per ogni cosa.
Questa prospettiva etico-morale pone l’uomo costantemente di fronte a conflitti, a scelte cha appartengono al momento particolare (e pur lo trascendono) e non possono tradursi in “manifesti” operativi.
Luigi scrive: “la pratica educativa presuppone un approccio maieutico dell’individuo sull’altro, dove l’individuo e l’altro sono sullo stesso piano e ciò che viene maieuticamente tirato fuori non è né giusto né sbagliato. Semplicemente è ciò che c’è, e che ha le sue radici in un determinato individuo con determinate caratteristiche in un determinato luogo con un determinato contesto. Che senso ha, in quest’ottica, parlare di un percorso umano, dove si trascende per sperimentare l’Oltre che non ci appartiene e mai ci apparterrà…?”
Porto quest’affermazione alle sue estreme conseguenze con un esempio.
Ricordando, prima, che nel termine “educazione” coesistono due significati con differenti valenze:
- educare, condurre: implica cioè un’azione che dall’esterno accompagna, conduce il soggetto verso una meta (qui l’attenzione è posta alla meta finale): allevare qualcuno nel senso di guidare la crescita di qualcuno;
- educere, trarre fuori: implica il promuovere le capacità, le potenzialità soggettive (qui l’attenzione è posta all’interiorità del soggetto)
poi che il modello maieutico non è che uno dei vari modelli educativi, non l’unico, e in ultimo che educatore ed educando sono sullo stesso piano, ma quel piano è asimmetrico, e se non si fa attenzione l’educazione assume le caratteristiche di un plagio…
Ecco, sì, ora l’esempio:
Nel paese Trullallà l’educazione dei pargoletti prevede che ognuno di loro diventi una macchina da guerra. Questo tipo di educazione è assai funzionale al sistema, nonché al dittatore Pincopallo che così può esercitare il suo potere su tutti gli altri paesi (ogni tanto sterminandone gli abitanti) e mandare avanti il suo nel migliore dei modi, ché infatti nel paese Trullallà si sta un sacco bene, anche se ogni tanto qualcuno crepa violentemente, ma certo lo fa per difendere ciò che moralmente è considerato giusto dalla maggioranza (la posizione dominante del paese Trullallà sugli altri). L’educazione prevede che ogni bambino sia addestrato alla guerra, ma chiaro, in modo molto rispettoso del talento di ciascuno: c’è chi è bravissimo a sparare, chi lotta meglio degli altri, e chi magari fisicamente non se la cava ma possiede doti di eccellente spia…e i bimbetti ribelli o inetti, beh, non servono a nulla, dunque si possono pure sopprimere …
Mah…
Io penso che –ed è quanto sostenuto nel mio saggio- un’educazione che possa definirsi valida (mai vera in assoluto) debba necessariamente confrontarsi con qualcosa che vada oltre il contingente. In cui l’immagine di uomo si prende cura il più possibile, nella propria originalità, del tratto che accomuna ogni singolo: l’Umanità appunto.
Questo tipo di educazione si trova a far i conti con una costante riflessione sui principi, cioè sul fondamento che giustifica una determinata forma dell’agire, e anche con le modalità dell’azione stessa, con una critica che sintetizza l’assolutezza del principio e la concretezza dell’azione.
Dunque non ci sono risposte preconfezionate (a priori) alla domanda “che cosa è giusto e che cosa non lo è?”, ma la domanda si pone e non tutto è giusto allo stesso modo. Il criterio per misurare le mie azioni – a cui liberamente do inizio- recupera il principio dell’azione stessa e mi pone al bivio, libera di scegliere se la forma che il mio essere assume sia per l’umano o meno.
Nessun Uomo Assoluto, come denuncia Luigi.
Casomai un uomo che esperisce nella propria finitudine un’apertura -come una ferita- che accoglie al suo interno ciò che ne trascende la mera individualità inserita nel qui e nell’ora.
Ed ecco perché ho parlato di Arte, e di Poesia come esperienza etica.
E perché ho sottolineato come riduttiva una forma di educazione che si limiti ad insegnare ciò che è utile in un certo contesto storico-sociale, e che fornisce all’uomo una serie di risposte, anziché domande con cui confrontarsi.
Non so se sia riuscita o meno a far luce su quanto nel mio saggio forse non era abbastanza chiaro.
Ciò che è, prima di tutto. L’esposizione di una fra le possibili modalità di interpretare l’educazione, non di certo la migliore, la più giusta, la più vera, ma una –che io credo essere- fra le più valide. E questa validità si può, anzi si deve provarla costantemente a confronto con la realtà stessa.
Il mio non è un credo cieco (e men che mai religioso, di impostazione cristiano-cattolica, pur se risente -anche- degli insegnamenti di alcuni pensatori che appartengono a quell’area), la mia fedeltà ad un’Idea prevede il cambiamento, e il mio ragionamento include il dubbio e le contraddizioni.
Nonché lo scacco…
Ringrazio moltissimo Nelson per essere intervenuto commentando saggio e articolo.
Sottolineando, fra l’altro, una mancanza che ho rilevato anch’io e che mi ha non poco inquietata: la firma al fondo del post.
Ché Luigi, perdonami, non è un elemento trascurabile!
Non è per polemizzare, però ritengo corretto che, nel momento in cui si cita qualcuno per esteso e ripetute volte in quel che si scrive, sia poi doveroso dichiarare in modo chiaro e altrettanto per esteso il proprio nome e cognome a conclusione dello scritto stesso.
Comunque, a parte questo, ti ringrazio Luigi, per aver dedicato tempo e attenzione alla lettura del mio saggio e per aver voluto dialogare con esso, fornendo questa tua riflessione, che secondo me (qualche fraintendimento a parte) presenta diversi spunti critici di tutto rispetto e che si apre alla possibilità di un costruttivo confronto fra modi diversi di concepire l’uomo e l’educazione, non necessariamente antitetici.
Saluto tutti i collaboratori di Stroboscopio, realtà virtuale che ho scoperto con l’occasione e che mi sembra quanto mai vitale e interessante, e tutti coloro i quali si sono soffermati a leggere questo post, e magari anche il mio saggio per intero.
Ciau a tutti
)
Silvia Rosa
Ciao Nelson,
ti ringrazio per aver dedicato tanto tempo alla lettura dell’articolo. Purtroppo, mancano alcune parti che tu hai ripreso dal mio articolo come da quello di Rosa e mi risulta difficile capire quanto da te contestato. Se ripassi ed hai tempo di aggiungerle, accetto volentieri l’invito al dibattito.
Alcune cose posso chiarirle ugualmente: mi chiamo Luigi (Noa nel web, è scritto in piccolo sotto il titolo degli articoli in home page); il mio è un semplice articolo di risposta, visto l’interessante argomento, e non un j’accuse (ho ripetuto più volte “a mio avviso”); è ovvio che anche nel mio discorso, se si muove una carta, cade tutto il castello: è qualcosa che vale per tutti i discorsi. Però, per come ho interpretato io il discorso di Rosa, far cadere il suo discorso diventa una colpa (perché vi è dell’assoluto), mentre, per quanto mi riguarda, far cadere il mio è un peccato, visto che il mio si fonda su basi assolutamente relative e apogetiche.
Spero, Nelson, che tu abbia modo di ripassare, di aggiungere le parti che mancano al tuo discorso. Il dibattito è sempre il ben venuto!
A presto,
Luigi
IL COMMENTO DI NELSON È STATO RIPOSTATO PIÙ SU A CAUSA DI UN ERRORE DI FORMATTAZIONE (maledette macchine!)
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Tralasciando per un istante le pieghe o le eventuali scuciture (nonché i dispiegamenti) credo che il discorso, certamente curato e attento, di Rosa possa esser sciolto da aporie già rileggendo con attenzione le parti iniziali: <> Basterebbe deliberare questo per delineare in modo assolutamente chiaro l’intero discorso di R..
Basterebbe solo questo per non incappare in selvosi voli pindarici che vanno addirittura a “scomodare” echi cristiani.
Iniziare a ribattere (come ha fatto l’autore misterioso di Stroboscobio) ponendo l’accento su un sillogismo mi par fin troppo semplice – se non scontato, se non un cliché -; sappiamo tutti come, per fare un esempio, Hegel possa esser smontato scostando una carta dal suo sistema. I valori di verità o falsità andrebbero letti secondo altre impostazioni, almeno oggi. Il discorso non deve “filare”, deve essere ascoltato perché va da sé che le cornici decadono sullo sfondo. Lasciamo quindi stare i sillogismi e una certa loro ovvietà.
Il senza nome Stroboscopio (non sto ironizzando, non so proprio come chiamare chi non so come si chiama) si domanda <>
Rileggiamo, per capirci, il punto di Rosa a cui fa riferimento Stroboscopio: <>
Cosa significa? Significa questo: ti do delle norme di condotta, sta a te intuire con l’esperienza o altro cosa è bene e cosa è male. Io ti insegno a guidare, sta a te decidere se superare o meno i limiti di velocità. Sei libero. Questo, io penso, abbia voluto dire Rosa.
Leggendo poi attentamente il passaggio possiamo ancora una volta rintracciare tutto il contrario di ciò a cui Stroboscopio arriverà: il vedere una teorizzazione religiosa (!?).
Non c’è alcune religiosità laica proprio perché si respinge l’aprioristicamente moralizzante.
Da qui possiamo saltare al prossimo punto messo in discussione, lì dove R. scrive: <>
E Stroboscopio commenta: <>
Eddaglie. Non tutte le volte che noi esseri umani usiamo il termine “credere” facciamo riferimento ad una qualche visione religiosa. Se io credo che in frigo ci possa essere il mio succo di arancia, non significa che io lo creda in modo cattolico-cristiano che dentro il frigo ci sia il mio succo d’arancia. Che c’entra?!
Ancora una volta, a rimarcare questa non religiosità d’impostazione c’è il punto successivo esposto da R.: <>. Anche qui traspare il concetto di libertà. E per quanto sia irritante citare tizio e caio per esprimere le “proprie” argomentazioni mi si permetta di affermare che in questo passaggio in particolare, dove troviamo astante una – sottolineo – messa all’angolo di Dio, io ci vedo Nancy.
Rileggiamo bene, R. dice “l’essere umano si sceglie”, più chiaro di così. Per Nancy, il senso non si espone, non viene prodotto, ma si espone. Il senso non ha una matrice originaria, il senso è posto in relazione al movimento della propria esposizione. R. ci dice che è a partire dall’esperienza di non-senso che si avverte la necessità di significare qualcosa. E’ un circolo ermeneutico, c’è una evidente dinamicità. E perché c’è questa dinamicità? Be’, R. lo ha detto chiaramente all’inizio: un’esperienza eticamente finalizzata, ma mai aprioristicamente moralizzante.
Non è come afferma Stroboscopio <> No, qui l’unica cosa ovvia è che non vi sono presupposti oggettivamente assoluti. C’è un palese elemento relazionale non imputabile ad una prospettiva di Entità. Non ci sono presupposti oggettivamente assoluti in quanto vi è un richiamo trascendentale (non in senso religioso!). Per certi aspetti c’è un’apertura heideggeriana, pensare il senso dell’essere come apertura. Un profondo atto decisionale che in R. non ha nulla di divino.
E’ un po’ come se Stroboscopio avesse confuso Husserl con Heidegger.
A questo punto mi sembra ininfluente andar a toccare il discorso sull’essere e sul non-essere (querelle sciorinata da Stroboscopio sulla scorta di un suo fraintendimento). E’ inutile perché non dobbiamo parlare di priorità. Il discorso è un altro, ed è per l’appunto quanto detto sopra.
Scrive Stroboscopio: <>
Quello che sostiene Stroboscopio è corretto, diventa sbagliato se preso in riferimento allo scritto di R., e lo diventa proprio in virtù di un fraintendimento (Husserl-Heidegger). I vorticosi giri di parole in questo caso sono unicamente di Stroboscopio, e lo dico con estremo rispetto intellettuale ovviamente. Il discorso di Stroboscopio fila se preso in sé, siam tutti d’accordo sulla finitudine, sul senso tout court e compagnia cantante, ma le congetture di Stroboscopio diventano capziose se nutrite dalle tesi di R., la quale non dice nulla di ciò che Stroboscopio le accusa.
Vi sono altri punti sui quali vorrei discutere, eventualmente (ad esempio Camus o Sartre che mi è molto simpatico, al di là del pensiero esistenziale, lo trovo esteticamente simpatico) ma al momento non mi è dato (s’è fatta una certa); in seguito magari ci si potrà tornare. Penso di aver interpretato correttamente il pensiero di Silvia Rosa, mi sembrava troppo rumoreggiante il fraintendimento e se così non fosse – e in fin dei conti sarebbe anche divertente – sono pronto ad eventuali dibattiti. Spero soprattutto di esser stato d’aiuto a Stroboscopio e lo ringrazio in fondo per aver proposto questo scritto.